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mercoledì 10 marzo 2010

L'ossessione del Giorno


Lo ammetto: è un tranello. Un piccolo gioco di parole da titolo ad effetto.
Più che un'ossessione, si tratta di una suggestione. Che si è ripetuta in chiavi diverse nel corso degli anni, e che ho messo a fuoco solo ultimamente.
Cercherò di definirla ora, in questo post, alla meno peggio.
Anche se può sembrare un pò fuori dai toni della Fortezza, si tratta in realtà di un percorso che tocca molti miti degli anni 80, per cui mi sono deciso a pubblicarlo anche qui.

Allora.
Molte esperienze mediatiche totalizzanti del mio passato più e meno recente sono ruotate attorno a storie, episodi, persino singole frasi, che hanno reso importante in svariati modi l'unità temporale della singola giornata.

Il mitico THE KILLING JOKE, l'episodio di Batman più importante ed analizzato della storia dei fumetti, contiene probabilmente l'esempio più eclatante di questo sovraccarico simbolico.
Il Joker, in uno dei momenti più lucidi e "veri" della sua carriera di fou, dice alla sua eterna nemesi una delle cose più dense mai lette tra le cornici di una storia disegnata:
"Ho dimostrato che non c'è differenza tra me e gli altri. Basta un brutto giorno per trasformare il migliore degli uomini in un folle. Ecco quanto sono lontano io dal mondo normale. Solo un giorno."

Anni prima, in una puntata epocale di MAISON IKKOKU, Kyoko, la protagonista (vedova) avanzava in lacrime al suo pretendente Yusaku una richiesta impossibile ma dall'impatto emotivo devastante:
"Promettimi che vivrai più a lungo di me. Mi basterebbe un solo giorno. Non voglio più vivere da sola".

Più di recente, sulle pagine di Spiderman, si è consumata una delle saghe più drammatiche dell'Arrampicamuri. Un discusso ciclo che ha fatto da preludio ad un "reset" restylizzante, che ha cancellato con un colpo di spugna gli sviluppi più maturi che la testata aveva visto negli ultimi anni. Ed in quella straziante storia, Peter e Mary Jane trascorrevano, consapevolmente, un ultimo giorno insieme prima che Mefisto cancellasse il loro matrimonio e la loro unione dalla mente di tutte le persone conosciute.
Il nome della saga? SOLTANTO UN ALTRO GIORNO. Nella foto, una splendida fotogrammatica sintesi.

Ci sono stati poi altri aneddoti simili, talvolta minori, negli ultimi anni.

Non posso trascurare il peso che hanno avuto su di me i film PRIMA DELL'ALBA e PRIMA DEL TRAMONTO, che concentrano e consumano il proprio perchè in un arco temporale che copre pressappoco una giornata.
E nemmeno è da sottovalutare l'impatto stilistico di quella famosa puntata di Dawson's Creek dove lo stesso epifanico giorno in cui il protagonista scopre la tresca fra il suo eterno amore ed il suo eterno amico si ripete più volte dal punto di vista di ciascun personaggio principale.
Per non parlare di altri film o episodi seriali in cui questo stratagemma è stato da me ritrovato e inaspettatamente sovrastimato anche quando la valenza narrativa della storia non si è rivelata leggendaria.
E, ultimo ma non ultimo: il recupero, tardivo ma necessario, di UN GIORNO DI ORDINARIA FOLLIA.

Probabilmente, cavalcare la linea tracciata da questa suggestione - ormai rivelata - sarebbe forzato per il futuro e facilmente retroattivo per il passato. Ma è un dato di fatto che tale suggestione c'è stata (c'è), e che ne ho preso coscienza solo ora.

Ora: ciò che veramente vorrei fare è sviscerare questo solco.
Qual'è il filo conduttore?
Cosa mi affascina in tutte queste singole esperienze semanticamente affini?
Come si esprimerebbe un esperto della psiche umana sulla base di queste mie riflessioni?
E soprattutto, alla luce di tutto cio:
cosa mi trattiene ancora dal tuffarmi sul recupero del serial 24?

Anche se, sinceramente, su quest'ultima potrei improvvisare una risposta. E anche voi, mi sa.

venerdì 30 gennaio 2009

I sogni son deeeeesideriiiii...

E giusto per mantenere quella tinta vagamente rosa che Araba un pò temeva si potesse perdere con l'arrivo di un uomo nella Fortezza, ho scelto per questo post un titolo ed un tema decisamente poco virili.
Il titolo lo avete già letto. Il tema, pure, lo conoscete. E' quello del mio post precedente, ovvero il bellissimo cartone di Maison Ikkoku.
Solo che questa volta non mi lancerò in analisi critiche ed apologie da fan. Mi limiterò semplicemente a postare una foto rappresentativa di come un sogno decennale si possa finalmente realizzare:


E la cosa più ironica è che questa collezione completa, che anche volendo comprarla su ebay a peso d'oro non si riesce a trovarla, è costata meno di un euro a volume (105 yen, per la precisione).
Il negozio in cui ho potuto realizzare questo desiderio adolescenziale è un franchising molto noto qui in Giappone, BOOK-OFF, specializzato nella vendita di cd, libri, manga e dvd di seconda mano. E qui, le cose di seconda mano -segni del tempo a parte- sono tenute in genere moolto bene...

Sempre da BOOK-OFF, sono riuscito a trovare un vero e proprio oggetto da nerd (anche se, dato il contesto, sarebbe forse più opportuno il termine "otaku"). Mi riferisco ad una raccolta di un gruppo giapponese ormai decaduto, e credo mai stato particolarmente famoso: i PICASSO.


Anche a volersi procurare qualcosa di loro dalle mille vie del web, non si ha mai successo. E nel corso degli anni, il capriccio di avere un loro cd è cresciuto in maniera vertiginosa nella mia mente.
Perchè, qualcuno si chiederà. Domanda legittima.
Ebbene: si tratta del gruppo che ha sfornato le splendide canzoni usate per le videosigle del succitato Maison Ikkoku. E anche se ormai da tempo ho recuperato la colonna sonora -canzoni comprese- dell'anime, l'idea di avere un album del misconosciuto gruppo dal nome artistico mi è rimasta addosso come una voglia.
Insomma: un'altra tensione decennale estinta in questo meraviglioso viaggio.
E non era neanche facile. Per capirci, volere un "best of" di questo gruppo qui in Giappone è un pò come se da noi un ragazzo straniero cercasse di recuperare il primo cd di Max Gazzè o di Leandro Barsotti.
Eh? Come sarebbe a dire "Chi è Leandro Barsotti"?
Questa domanda non è ammessa per chi condivide le nostalgie pop della Fortezza!

E per concludere, una chicca un pò più "pop", per meno adepti e decisamente più da Fortezza.
Questa foto l'ho scattata ad Harajuku.
Si tratta di un negozio monotematico, che vende gadget e articoli vari dedicati ad un solo anime.
Indovinate quale...


Bene, per ora è tutto.
Sayonaraaaaaa!

giovedì 15 gennaio 2009

Lo studente e l'amministratrice


Per riprendere idealmente il discorso commedia romantica cominciato con Orange Road, è forse il caso di dedicare un post a quello che personalmente ritengo tutt'ora il più bell'anime "classico" mai realizzato: MAISON IKKOKU.
Qui da noi non ha avuto molta fortuna in tv: passato per lo più sulle reti locali, non credo sia mai stato trasmesso su una rete nazionale –anche se ricordo un fugace tentativo, poi subito abortito, da parte della fu TMC-.
La storia è quella di uno studente universitario squattrinato che vive in una pensione un po’ scadente, con degli inquilini più che molesti ma anche una giovane amministratrice vedova molto bella.
Per ciò che concerne la trama, i personaggi e tutte le curiosità possibili (col corredo di analisi e sviolinate introspettive più che giustificate) linko il sito più completo ed interessante sulla serie. Qui mi limito solo a sottolineare la dignità assolutamente cinematografica della stessa, che ha letteralmente fatto scaturire la mia passione per l’animazione giapponese prima e per la cultura giapponese tout court poi (oltre a porre le basi per il mio amore verso le virtù della serialità).
I personaggi di Maison Ikkoku si evolvono -e il tempo scorre- DAVVERO (la storia copre circa 8 anni). Le situazioni e i riferimenti alla realtà giapponese e alle relazioni interpersonali in generale, seppure infarcite di elementi tipici della commedia romantica e dell’equivoco, sono di lodevole realismo. A livello stilistico, le continue inquadrature su alcuni particolari -persino i più banali oggetti fisici della realtà di tutti i giorni- o i tempi che i personaggi si prendono nel parlare, rispondere, riflettere o compiere azioni semplici e quotidiane, se da un lato rendono la narrazione lenta o poco cartonesca, dall’altro restituiscono il sapore di una normalità nonchè di una gradualità del corso naturale degli eventi che raramente in una serie animata si era colto prima.
Inoltre i momenti chiave che decretano la fine di questo lungo anime (96 episodi in tutto) non sono tutti concentrati nell’ultimo episodio finale, come quasi sempre accade in questi casi.
L’amore tra i due protagonisti non si corona solo con una catartica dichiarazione finale: la rivelazione dei sentimenti reciproci, già più che espliciti –e noti- ben prima dell’ultimo episodio, non è il solo traguardo finale. Alla dichiarazione vera e propria (diciamo “formale”) seguono anche altri sviluppi più pratici e maturi, che richiedono intere singole puntate dell’arco finale: ottenere la “benedizione” dal geloso padre di lei; risolvere l’annosa questione della stabilità lavorativa -e quindi economica- di lui; concretizzare in modo serio e adulto la rottura -ed ogni chiarimento- con la quasi ex di lui; andare nel paesino natio di lui per far conoscere lei alla famiglia; formalizzare il fidanzamento ed esorcizzare una volta per tutte (con un discorso di una lucidità impressionante) lo spauracchio della competizione con l'adorato ed idealizzato defunto marito; e, nell’ultimo episodio, solo e interamente il rito matrimoniale e la sua preparazione, senza colpi di scena o complicazioni di sorta.
Soprattutto, la profondità di molti dialoghi ha poco a che fare con la comune cifra dei cartoni giapponesi. Di certo è pur sempre una serie per adolescenti -e diverse situazioni ruotano attorno ad equivoci e meccanismi comici anche semplici- ma se ancora oggi la adoro in questo modo è proprio per il COME piuttosto che per il COSA, come quasi sempre accade. Sentire la protagonista femminile -Kyoko- chiedere al protagonista maschile –Godai- come condizione per poter ufficialmente mettersi (e vivere) assieme, che lui viva più a lungo di lei (“mi basterebbe un solo giorno”) affinché lei non possa rimanere più dinuovo sola e soffrire come la prima volta, sono frustate di adrenalina in un’età in cui nei pigri pomeriggi post- studio si alternano le Tartarughe Ninja a Lotti.
Nella versione originale i dialoghi sono ancora più seri e ricchi di riflessioni profonde rispetto a quelli dell’adattamento italiano del cartone, e rispettano i registri linguistici più o meno formali che i personaggi e i protagonisti stessi adoperano fra loro (Kyoko e Godai si chiamano con titoli onorifici o per cognome e si danno del lei praticamente quasi fino alla fine).
D’altra parte, per fortuna gli episodi qui da noi non hanno subito tagli o censure eccessive, e sono state conservate anche quasi tutte le videosigle originali.
In Italia è disponibile da qualche anno anche l'edizione in dvd dell'intera serie nonchè del lungometraggio finale. E tutti gli episodi, film e oav sono reperibili facilmente su Youtube.
Se qualcuno volesse entrare in questo romantico tunnel, potrebbe cambiare decisamente idea sulle potenzialità di una serie animata...

(Questo post è la rivisitazione di un contributo da me pubblicato mesi fa sul mio blog personale. Trovo però che qui sulla Fortezza abbia anche maggiore ragione di essere. Spero di avere ragione!)

sabato 20 dicembre 2008

La capricciosa strada della "quasi" magia


Amavo l'idea di iniziare la mia collaborazione ufficiale nella Fortezza con quella che è stata una delle serie da me più amate durante la mia infanzia e adolescenza: E' quasi magia Johnny, internazionalmente conosciuto come Kimagure Orange Road (letteralmente: La capricciosa strada delle arance).
La serie è fondamentalmente una commedia romantico/adolescenziale degli equivoci, dove la componente fantastica -telecinesi, poteri ESP e simili- è quasi pretestuosa.
Indubbiamente, a parte l'empatia verso l'imbranato ed indeciso protagonista, il punto forte di questo anime risiede nella carica sensuale della provocante e matura protagonista femminile, la bella Sabrina, che fa da ideale controparte al terzo elemento del triangolo, la civettuola, gelosa e svampita Tinetta.
La struttura delle varie puntate ruota per lo più attorno alle dinamiche di amicizie e gelosie di questo terzetto, ove il legame decennale -quasi fraterno- tra le due ragazze comporta spesso disagi, incomprensioni nonchè ostacoli all'espressione dei veri sentimenti di Johnny (passivamente risucchiato dallo zelo possessivo di Tinetta) e di Sabrina (troppo presa dal suo ruolo di bella/tenebrosa, nonchè di sorella maggiore verso l'amica del cuore, per comunicare il suo amore al ragazzo).
Fra letture nel pensiero, scambi di corpi fisici e paradossi temporali -in questo senso, memorabile e romantico il doppio episodio finale- la serie mantiene un tono leggero. In realtà in originale le allusioni sessuali sono molto più esplicite, e proprio per questo motivo la versione andata in onda qui da noi risulta una delle più martoriate dalla censura. Fortunatamente, già da diversi anni esiste una versione in dvd integrale e ridoppiata...
Una delle cose più belle di questa lunga saga, oltre ad alcuni episodi particolarmente riusciti e ad un'evoluzione abbastanza graduale dei personaggi, è a mio parere il primo lungometraggio post-serie, in Italia andato in onda col nome Una difficile scelta. Si tratta di una pellicola dai toni molto più maturi rispetto a quelli della serie regolare, quasi un piccolo film d'autore: i ragazzi sono cresciuti, si avvicinano gli esami finali, e le tensioni emotive insolute affiorano finalmente e ragionevolmente in superficie.
Difficile, per chi era abituato alla leggerezza del cartone, digerire la scena risolutiva in cui Johnny si affranca dalle attenzioni morbose e non ricambiate di Tinetta:



O anche la tristissima scena finale, in cui i destini dei tre idealmente si separano. E in modo neanche troppo sereno...

Interessante anche il secondo film, che traspone il primo romanzo scritto dall'autore dopo la serie. Oltre a trattare di viaggi nel tempo e doppi di sè stessi, esso descrive i personaggi qualche anno dopo ancora, con tematiche necessariamente più adulte. Anche se la resa di alcune sequenze, come la "prima volta" dei due fidanzati, è -almeno nel film- particolarmente imbarazzante e poco riuscita.
Non sono invece stati trasposti il secondo ed il terzo romanzo, tra l'altro neanche particolarmente meritevoli.

Personalmente, col passare degli anni, il mio ideale romantico è stato meglio rappresentato dalla pudica e tormentata vedova Kyoko Otonashi, protagonista del bellissimo Maison Ikkoku, piuttosto che dalla bellezza ostentata, allusiva e smaccatamente sensuale di Sabrina. Se vogliamo, mentre quest'ultima è la tipica ragazza da batticuore adolescenziale, la prima è invece più la donna di cui innamorarsi per tutta la vita.
Ma questo, ovviamente, è un altro discorso...