E quale ciliegina più dolce poteva esserci su una torta siffatta se non Donatella Rettore? A vederla dal vivo potrebbe essere considerata un’altra icona dell’ambiguità “ottantesca”, aspetto con il quale hanno saputo giocare, rendendolo un elemento di successo, una serie di personaggi, anche del calibro di Grace Jones. Per esempio, riciclando una vecchia battuta di cabaret, sfido un bambino nato dall’unione di Renato Zero e Amanda Lear a distinguere il padre dalla madre.
Donatella Rettore. Ossuta, androgena. Insomma, tra lei e Alan Sorrenti , che vidi qualche anno fa alla festa del panino della nonna, incomincio a mettere in discussione i classici criteri di distinzione tra uomo e donna.
“Donatella”, “Splendido Splendente”, “Cobra”, queste solo alcune delle scatenate canzoni della performance della cantante che, nonostante i suoi –anta, ha una energia e uno spirito davvero invidiabili, oltre che una voce che non ha assolutamente subito i limiti di estensione che, in molti casi, il passare del tempo impone.
Subito dietro le transenne, con la mia allegra compagnia, per tutto il concerto mi sono scatenata in un supporto volutamente esagerato, con le dita delle mani nelle posizione “I love you”, con i bacetti volanti all’indirizzo della cantante, così, tanto per il gusto di vedere le facce imbarazzate di chi era accanto a noi e ci ha preso per matti. Un piccolo incontenibile fan club al quale più tardi si sono uniti dei “convintissimi” sconosciuti che hanno incominciato a ballare assumendo lo sguardo languido che accompagnava i movimenti del surf, che con gli ’80 non c’entra niente "ma vaglielo a spiegare”. La cantante ci ignorava: accortasi dello scalmanato gruppetto, evitava di guardare dalla nostra direzione, forse un tantino dubbiosa della sincerità di un tanto esagitato tifo. E ahimé avrà pensato “Dammi una lametta che mi taglio le vene”!
