C’era un tempo in cui il salotto si accendeva di luci calde e cromature, e il Telegattone brillava come una promessa di leggerezza: quell’icona paffuta e sorridente che sapeva di domeniche condivise, applausi registrati e meraviglia vera, un trofeo che pareva profumare di plastica nuova, lustrini e risate di famiglia. Lo guardavi e ti tornavano in mente le mani appiccicose di aranciata, il telecomando che passava di pacca in pacca - per chi lo aveva, perché la maggior parte delle TV aveva il sintetizzatore sulla carcassa , le voci familiari dei presentatori che sembravano parenti acquisiti, i jingle che restavano in testa come una filastrocca, e quel piccolo brivido del “vediamo se vince il nostro preferito”. Il Telegattone era un gatto fiero ma bonario, un sorriso stampato su un’epoca in cui il tempo sembrava più lento e la TV faceva da falò moderno attorno al quale si raccontavano storie e si imparavano i ritmi della settimana: lunedì di commenti a scuola, sabato di aspettative, domenica di riepiloghi e malinconie dolci.
Ma chi era il Telegattone? Era la mascotte di un programma televisivo musicale SuperClassifica Show, afferente alla rivista TV Sorrisi e Canzoni, una popolare rivista ancora oggi in edicola, dedicata alla musica, alla TV e alla cultura pop. Un programma raggiunse la massima popolarità quando approdò sulle reti Fininvest (oggi Mediaset) come competizione di Discoring ma che affondava le sue radici nelle TV locali dell'Alta Italia, in particolare, la lombarda TeleBaggio. Il Telegattone appariva come cartone animato e come pupazzo, in un epoca di boom dei cartoni animati e dove i pupazzi animati - tra Rockfeller, Topo Gigio, Uan, Five, Four - occupavano grande spazio in TV. Dotato della voce di Franco Rosi, appariva tra una classifica annunciata da una mirrorball a forma di volto umano con tanto di cuffie da DJ e talvolta occhiali da sole e tra una ospitata - gli artisti musicali del momento - sapientemente introdotti e intervistati da Maurizio Seymandi, vera e propria mente del programma.
Oggi, quando ti capita di rivederlo in una foto sgranata o in un frammento di archivio, senti quel colpo morbido al petto: non è solo nostalgia della TV che fu, ma di noi davanti a quella TV, più semplici, più complici, più capaci di aspettare. Il Telegattone allora torna a fare ciò che ha sempre fatto: miagolare piano nell’orecchio della memoria, ricordandoti che certi pomeriggi non finiscono davvero, restano appoggiate lì, in bilico tra il bagliore dello schermo e la carezza invisibile del tempo.









































