| Charlotte | Andrè (padre) | Simone (madre) |
| Il cavaliere | Sandy | Luis |
| Sig. Gordon | Sig.ra Gordon | Sammy |
| Sig. Garson | Sig.ra Garson | Belle |
| Katy | Melville | il Nonno |
| zio Albert | Milene | Marie |
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| zio Albert | Milene | Marie |
Oggi un post troppo attuale e quindi atipico per
questo blog, se volete uno sfogo, ma che, nonostante la sua atipicità nel
parlarvi del mondo di oggi, per contrasto, vi parla anche del mondo di ieri. Lo faccio abbandonando per una volta i toni leggeri che sono solita usare per lamentarmi da boomer quale orgogliosamente sono di una serie di circostanze poco edificanti che caratterizzano l’attuale quotidianità, cose che nel mondo di ieri sarebbero state semplicemente inaccettabili.
E al centro della graduale
rivoluzione che oggi ci fa vivere in modi impensabili ieri c’è lui: il telefono
cellulare, quello che tutti abbiamo - anche i bambini in tenera età - e che ci
fa sentire connessi con il mondo e chissà perché, facendoci sentire connessi,
ci risucchia nell’isolamento sempre più, soprattutto quando si vive in
specifici contesti storici (si pensi all’era covid), geografici, ambientali e
sociali. Naturalmente, parlo in termini macroscopici, con effetti sul singolo
che vanno dal lieve al patologico.
Voglio tralasciare discorsi sociologici sui quali non ho alcun genere di competenze. Come voglio tralasciare discorsi di demonizzazione della tecnologia che, da ingegnere elettronico con specializzazione in telecomunicazioni, susciterebbero non poche perplessità ma se poi ci pensate bene mica tanto: chi meglio di un ingegnere può conoscere tutte le insidie del progresso (controllo, invasione della privacy, impatti ambientali, ecc.) , accanto agli innegabili vantaggi, come ad esempio maggiore sicurezza ed efficienza dei trasporti che, poi, è il settore in cui lavoro?
Ma glissando su tali temi, vasti e complessi, non posso non confrontare quelli che sono i risvolti pratici che segnano la
differenza tra due mondi, quello che vivo e quello che questo blog racconta ed
omaggia.
A cominciare da quanto è stata
dimenticata la buona educazione che ci faceva telefonare a casa delle persone
lontani dalle ore dei pasti e del riposo: la portabilità del telefono è
diventata automaticamente licenza di chiamare o messaggiare all’ora di pranzo,
alle 11 di sera, la mattina prima delle 8 per cose totalmente superflue o
magari per ribadire o commentare ulteriormente cose già dette di persona
qualche ora prima. Non ci rendiamo conto che quando scriviamo nei gruppi WA entriamo a tutte le ore, con le notifiche associate ai nostri messaggi, o
peggio ancora, a superflue emoticon, nelle case anche di sconosciuti con cui
condividiamo solo la scuola dei figli o la palestra alla quale siamo iscritti. E' essenziale mandare un pollice alto su una chat di gruppo alle 2 di notte? E chi sei, un imperatore romano che valuta un combattimento al Colosseo?
Ma questi disagi e disturbi impallidiscono di fronte alla Rottura Suprema®, quella del telemarketing selvaggio operato dai call center, che continuano a chiamare tutti i giorni, per tutto il giorno, nonostante il registro delle opposizioni (devo dire, utile quanto una forchetta per il brodo), filtri antispam, i blocchi, i filtri antispoofing e le ultime novità inserite quest’anno nel cosiddetto Decreto Bollette. Ripenso agli anni della scuola e a come mi fermavo ad immaginare il mio futuro come persona, come donna e come lavoratrice e MAI E MAI E POI MAI avrei immaginato che ci sarebbe stato un tempo in cui avrei iniziato la mattinata puntualmente imprecando al telefono contro sconosciuti, minacciandoli di denunciarli alla polizia postale, augurando loro ogni pestilenza e tentando di farmi passare per una squilibrata nella speranza che nella mia scheda informativa dell’ennesimo call center ci sia scritto “Non perdere tempo, persona in necessità di un TSO urgente”. Già, perché non tutti possiamo astenerci dal rispondere agli sconosciuti, non quando aspettiamo chiamate da strutture sanitarie e uffici pubblici o per mille altri motivi. E comunque anche la strategia del non rispondere non funziona. Semplicemente non demordono. E allora divento come Daltanious, mi girano le lame boomerang e non ho nessuna comprensione e empatia per gli operatori che, per quanto mi riguarda, sono truffatori complici e causa di una piaga sociale non più sopportabile, peggio della invasione delle cavallette o un’altra qualsiasi delle dieci piaghe di Egitto. Ritengo che ci sia più dignità a prostituirsi per 50 euro per qualche decina di minuti che a truffare la gente per 5 euro l’ora; infatti, solo una di queste due professioni in un certo senso produce benessere, l’altra non produce né beni né servizi, è solo stalking mascherato da lavoro. E non provateci neppure a farmi sentire in colpa per queste parole in nome di una solidarietà per il povero operatore che deve portare il pane a casa: l'operatore sa per chi sta lavorando, conosce il nome della propria azienda e sa che sta mentendo quando ti dice di chiamarti per conto del tuo gestore di energia e che ci sarà un cambio di tariffa o che c'è un problema catastrofico alla centralina per cui "converrebbe migrare verso altro gestore". Sono bugiardi addestrati a mentire, truffatori, maleducati che buttano giù quando messi alle strette ma anche dei cretini che perdono tempo e lo fanno perdere: se una persona non mangia la foglia dopo anni di stalking quotidiano è inutile continuare a chiamarla. Naturalmente parlo di operatori di call center outbound e che lavorano, e lo sanno, presso call center che utilizzano questi sporchi trucchi.
Ce ne sarebbero tanti di temi
di cui si può parlare che comparano in modo impietoso il presente con un
passato che, anche senza volerlo idealizzare e riconoscendone tutti i limiti,
nella mia opinione, ne esce vincitore come fosse un’utopia. Un altro tema è,
per esempio, quello di voler essere per forza qualcuno. La ricerca della
celebrità a tutti i costi anche quando non si hanno né arte né parte, né,
tantomeno, talento e, spesso, neanche una particolare confidenza con la signora
Grammatica Italiana. Non partirò con un altro sfogo sul tema, probabilmente vi
ho annoiato abbastanza.
Mi limiterò a dare la parola a uno dei pochi artisti veri dei nostri giorni, un raro portatore sano di buon senso. Sto parlando del mio conterraneo Caparezza (che mi onoro di conoscere di persona), che già diversi anni fa, ha previsto e messo in rima l’ambizione e la faccia tosta dell’Uomo Qualcuno.
P.S. Durante la creazione di
questo post è stato rilasciato il controllo dei freni inibitori della mia
sopita vena polemica.
| Numero 00 - La macchina infernale Dastardly e Muttley | Numero 1 - La macigno-mobile Rock e Gravel Slag |
| Numero 2 - Il diabolico coupé Big e Lil Gruesome | Numero 3 - La Multiuso Pat Pending |
| Numero 4 - Lo scarafaggio volante Red Max | Numero 5 - Il vezzoso coupé Penelope Pitstop |
| Numero 6 - L'armata speciale Sergente Blast e soldato Meekly | Numero 7 - La antiproiettile Clyde e la sua banda |
| Numero 8 - L'insetto scopiettante Lazy Luke e Orso Blabber | Numero 9 - La Sei Cilindri Peter Perfect |
| Numero 10 - La Spaccatutto Rufus Roughcat e il castoro Sawtooth | L'iconico Ghigno di Muttley |
| Ernesto Sparalesto | Babalù |
| El Kabong | Snuffles |
| Sagebrush Sal | I protagonisti dello show |
Tra i ricordi più teneri di quell’epoca ci sono sicuramente loro: Pompeo e Carlotta, due buffi pupazzi che conquistarono il pubblico di Fantastico 6, lo storico varietà del sabato sera della Rai.
Pompeo e Carlotta erano una coppia di paperi animati, creati per accompagnare il programma e diventare le sue mascotte. Pompeo era il simpatico papero azzurro, mentre Carlotta era rosa, con il suo immancabile nastrino verde e un aspetto dolce e riconoscibile (sì, all'epoca non si usava lo schwa e l'azzurro significava inequivocabilmente maschio e il rosa inequivocabilmente femmina). Due personaggi semplici, ma proprio per questo capaci di entrare nell’immaginario dei bambini dell’epoca.
A dare loro una marcia in più furono anche le voci: Pompeo era doppiato da Franco Latini, una delle grandi voci della televisione e del doppiaggio italiano, mentre Carlotta aveva la voce di Cristiana Lionello. Le loro gag e i loro interventi contribuivano a rendere più leggero e familiare il grande spettacolo del sabato sera.
Uno degli elementi che rende ancora oggi memorabili questi due personaggi è la loro sigla, “Sole papà”, interpretata proprio dai doppiatori dei pupazzi e pubblicata anche su disco. Una di quelle canzoni che, per chi era bambino negli anni ’80, basta sentire per riaprire immediatamente una finestra sui ricordi.
Come spesso accadeva in quel periodo, il successo televisivo arrivò anche nelle camerette dei più piccoli: furono prodotti pupazzi e giocattoli dedicati a Pompeo e Carlotta, oltre ad altri gadget che trasformarono le due mascotte in veri oggetti del desiderio. E sinceramente una di queste coppie di pupazzi di plastica che invasero i mercatini finì nella mia cameretta, come testimonia una mia vecchia foto, sistemati sul pavimento. Li sistemai sotto la mia tastiera elettronica ma non ci rimasero a lungo: sparirono da un giorno all'altro come il resto dei pochi giocattoli che avevo, probabilmente andarono a fare compagnia nell'indifferenziata alla bambola di Candy Candy infermiera, ad Amy di Holly Hobbie, alla bambolina nera con il vestito di lana souvenir di Loreto, ak pierrot sulla mezzaluna e lì aspettarono per qualche anno l'arrivo del peluche di Yattabuta. Insomma, in tempi insospettabili, quando l'arredamento minimalista o zen non erano ancora di moda, quando decluttering era un termine sconosciuto, anche Pompeo e Carlotta furono travolti dalla furia pulitrice di madre-l'essenziale-è-invisibile-agli-occhi© che nottetempo buttava via tutto quello che trovava in casa, soprattutto se non erano oggetti suoi, perché le inutili bomboniere di porcellana, quelle, invece, cì che sono sopravvissute fino ai nostri giorni. Scusate lo sfogo, ma sono traumi mai completamente elaborati. A mettere sale sulle ferite e dita nelle piaghe, una puntata che ho visto recentemente di Cash or Trash dove un partecipante aveva portato una coppia di questi pupazzi molto simile a quella che avevo anche io: e i 5 mercanti che si prodigavano in complimenti a profusione per la chicca portata all'asta ... e i mei gettati nell'immondizia senza pietà.
Ma mettiamoci una pietra sopra e torniamo ad oggi. Oggi, quelle immagini, forse possono sembrare banali rispetto agli effetti speciali e alla tecnologia degli spettacoli moderni. Eppure proprio quella semplicità aveva un fascino speciale: bastavano due pupazzi, una bella canzone e un po’ di fantasia per creare un ricordo destinato a durare.
Pompeo e Carlotta rappresentano perfettamente lo spirito della televisione anni ’80: allegra, colorata, familiare e capace di far sentire grandi e piccoli parte dello stesso spettacolo. Per molti bambini di allora non erano soltanto due pupazzi, ma due amici arrivati direttamente dal piccolo schermo per accompagnare un’epoca che ancora oggi continua a far sorridere.