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domenica 6 settembre 2026

Wacky Races, le corse pazze che hanno fatto impazzire il mondo

Ne avevo già parlato in altri post (qui e qui) mostrando delle panoramiche sulla produzione Hanna e Barbera, oggi ne voglio parlare più in dettagli dato che è uno dei classici da me più amati e uno degli argomenti più ricercati su questo blog, stando ai report di Google Analytics. Quindi, soddisfiamo la curiosità di quelli che ricercano "coRse strane", "cartone con cane che ride", "macchina con l'ombrellino parasole" dato che questa ricerca porta a Le corse pazze, o Wacky Races da titolo originali, un cartone che è passato negli annali della storia per la sua comicità e genialità. Ci sono, infatti, cartoni animati che, pur avendo avuto una vita televisiva sorprendentemente breve, sono riusciti a entrare nell'immaginario collettivo e a rimanervi per decenni. Wacky Races è senza dubbio uno di questi. Prodotta dalla già menzionata Hanna e Barbera, la serie debuttò negli Stati Uniti il 14 settembre 1968 e, nonostante fosse composta da soli 17 episodi, divenne rapidamente un fenomeno grazie a un'idea semplice ma geniale: una gara automobilistica senza regole, dove l'obiettivo non era solo arrivare primi, ma farlo tra invenzioni strampalate, tranelli, inseguimenti e situazioni esilaranti.

L'ispirazione arrivava dal film del 1965 La grande corsa (The Great Race), con mostri sacri di Hollywood quali Jack Lemmon, Tony Curtis e Natalie Wood, ma gli autori portarono il concetto all'estremo, popolando la competizione con undici equipaggi completamente diversi tra loro, ciascuno alla guida di un veicolo unico e costruito su misura per rispecchiare la personalità dei propri piloti. Ogni gara attraversa ambientazioni sempre diverse, dalle montagne ai deserti, dalle città alle giungle, trasformando ogni episodio in un'avventura imprevedibile.


Tra tutti i concorrenti, il più memorabile è senza dubbio Dick Dastardly, accompagnato dal fedele cane Muttley alla guida della vettura 00, detta la Macchina Infernale (nell'originale, Mean Machine). Più che vincere con le proprie capacità, Dick è ossessionato dall'idea di sabotare gli avversari, escogitando trappole elaborate che finiscono quasi sempre per ritorcersi contro di lui. E la sua ossessione nel sabotare gli altri è talmente folle che in uno degli ultimi episodi il telespettatore intuisce chiaramente che, alla fine, a Dastardly non interessa neppure vincere, gli interessa il sabotaggio fine a sé stesso: infatti nell'unica puntata in cui ha praticamente vinto, si fa un autosabotaggio a pochi centimetri dalla linea del traguardo.  Le risate sguaiate di Muttley, diventate uno dei marchi di fabbrica della serie, sono ancora oggi immediatamente riconoscibili dagli appassionati e la sua faccia ridacchiante una icona che viene riportata su t-shirt, cappellini, felpe, teli mare e quant'altro.

Accanto ai due "cattivi" sfila un cast di personaggi indimenticabili. Li elenco nell'ordine del numero che è riportato sulla fiancata della loro vettura.
Ci sono i Fratelli Slag, Rock e Gravel, dall'aspetto si direbbe anche cugini di Captain Caveman, due cavernicoli a bordo della preistorica vettura numero 1, la Macigno-mobile (nell'originale, la Bouldermobile): mentre la guidano i due, che si esprimono solo a gesti, si prendono vicendevolmente e alternativamente a clavate. 
Ci sono Big e Li’l Gruesome, che sembrano appena usciti da un film dell'orrore, i due fratelli alla guida della vettura numero 2, il Diabolico Coupé (nell'originale, The Creepy Coupe), un automobile dal design macabro, con delle lanterne al posto dei fari, con il tettuccio sormontato da una torretta gotica circondata da pipistrelli e con un drago sputafuoco a completare il designo. 
C'è il geniale Professor Pat Pending, il cui aspetto incarna tutti gli stereotipi dello scienziato pazzo, capace di trasformare la propria automobile in qualsiasi mezzo immaginabile, non a caso la sua vettura, la numero 3, è battezzata la Multiuso (nell'originale, Convert-A-Car). 
C'è Red Max, chiaramente ispirato allo storico aviatore Barone Rosso, alla guida di una vettura che in realtà, per interpretare la personalità del suo pilota, è un biplano come se ne vedono nei film della prima guerra mondiale ma  dotato di ruote. Questo veicolo aveva il numero 4, era ovviamente rosso, chiamato lo Scarafaggio volante (nell'originale, Crimson haybaler).
C'è la bella, stilosa e vanesia Penelope Pitstop con la sua inconfondibile vettura rosa, una cabriolet  sportiva: è la vettura numero 5 conosciuta come il Vezzoso Coupé (nell'originale, Compact Pussycat), dotata di ombrellino parasole e congegni che le rinfrescano il trucco.
Ci sono il sergente Blast e il soldato Meekly alla guida di una vettura che sembra ottenuta da un carrarmato incrociato con una macchina asfaltatrice, la numero 6 detta Armata speciale (nell'originale, Army Surplus Special)
Ci sono Clyde e la sua banda, nanerottoli vestiti di abiti gessati come appena usciti da un Gangster movie ambientato negli anni '20, alla guida della numero 7, l'Antiproiettile (nell'originale, The Ant Hill Mob in the Bulletproof Bomb). Clyde tratta i suoi uomini con autorità e disprezzo (chiamandoli babbei) e quando hanno bisogno di una propulsione extra, usano i loro piedini che sbucano sotto il veicolo. Baciamolemani!
E, ancora, ci sono Lazy Luke e Blubber Bear a rappresentare il sonnacchioso e pigro montanaro dell'Arkansas  e altre zone montane dove la vita è scandita da ritmi lenti. Essi guidano la vettura numero 8, l'Insetto Scoppiettante (Arkansas Chuggabug), vettura alimentata con una vecchia stufa a legna che fornisce l'accelerazione richiesta alla gara quando esplode.
C'è Peter Perfect, lo stereotipo dell'uomo bello e galante, il damerino dai modi affettati che cerca di conquistare Penelope con la sua perfezione che ho sempre trovato un po' vuota. Peter guida la sua auto d'epoca da competizione dai cilindri dorati, la numero 9 chiamata la Sei Cilindri (nell'originale, la Turbo Terrific).
E, infine, ci sono  Rufus Roughcut con il castoro Sawtooth, rappresentazione dell'America più interna e più rurale, quella dei taglialegna forzuti e rozzi dalle camicie di flanella quadri che vivevano nei boschi. E ovviamente la scelta del castoro non è casuale - niente è casuale nei cartoni H&B - data l'abilità di questo animale nel rodere legna e costruire come un vero ingegnere di cui indossa il cappello da cantiere. Essi erano alla guida della numero 10 la Spaccattutto (nell'originale, Sawtooth in the Buzz Wagon) le cui ruote s dentate come il profilo di una sega.
Numero 00 - La macchina infernale
Dastardly e Muttley
Numero 1 - La macigno-mobile
Rock e Gravel Slag
Numero 2 - Il diabolico coupé
Big e Lil Gruesome
Numero 3 - La Multiuso
Pat Pending
Numero 4 - Lo scarafaggio volante
Red Max
Numero 5 - Il vezzoso coupé
Penelope Pitstop
Numero 6 - L'armata speciale
Sergente Blast e soldato Meekly
Numero 7 - La antiproiettile
Clyde e la sua banda
Numero 8 - L'insetto scopiettante
Lazy Luke e Orso Blabber
Numero 9 - La Sei Cilindri
Peter Perfect
Numero 10 - La Spaccatutto
Rufus Roughcat e il castoro Sawtooth
L'iconico
Ghigno di Muttley



Come già ribadito, niente nei prodotti Hanna & Barbera è frutto di una scelta casuale, i nomi, i dialoghi, i dettagli e Wacky Races, non solo non è una eccezione, ma è forse il più fulgido esempio di come i nomi  delle auto e relative scuderie, i dettagli costruttivi delle vetture, rappresentino una serie di personaggi sterotipati (il militare, il mostro, il gangster, ecc.) e dei luoghi da cui provengono.
E anche i nomi dati ai concorrenti obbediscono a tale legge. Rock e Gravel Slag sta letteralmente per "Scoria di Roccia e Ghiaia", nome molto evocativo della Età della Pietra da cui i protagonisti provengono. Big e Lil Gruesome sta letteralmente per "Grande e Piccolo Spaventoso". Pat Pending sta letteralmente per "In attesa di Brevetto" (Pat è usato come diminutivo di Patent). Red Max richiama Red Baron, come già detto. Penelope Pitstop è un chiaro riferimento alla sosta ai box. Blast e Meekly indicano chiaramente chi dei due umilia l'altro (to blast, "blastare") e chi dei due è quello sottomesso (meek, "mite").  Ant Hill Mob sta per "la banda delle formiche": mob in particolare intende banda mafiosa, il riferimento alle formiche potrebbe essere legato alla statura degli uomini della banda e al modo veloce di "zampettare" con le gambe per accelerare. Lazy Luke e Blubber Bear sta letteralmente per "Luke il pigro e l'orso grasso".  Peter Perfect ovviamente ne sottolinea la perfezione, ma io l'ho sempre trovato un po' troppo pieno di sé. E Rufus Roughcut abbina il nome Rufus ("dai capelli rossi") un cognome che ne sottolinea la rudezza ("tagliato con l'accetta") mentre il nome del castoro è letteralmente "Dente di sega". E naturalmente i nomi dei protagonisti più centrali non possono essere lasciati a caso: Dastardly significa infatti "infame" e Muttley deriva da "Mutt" che sta per cane bastardo. Che capolavoro! Adoro!

Ricordo ancora certe domeniche mattina in trepidante attesa della voce di Ferruccio Amendola che, da voce narrante per le prime 14 puntate (poi sostituito da Pino Locchi), introduceva il telespettatore alla corsa, elencando vetture e personaggi e anticipando già che Dastardly userà sporchi trucchi e decretando alla fine "Inizia l’avventura del Wacky Races!"

Uno degli aspetti più curiosi della serie è che, pur essendo stata realizzata in un numero limitato di episodi, è stata trasmessa e ritrasmessa per decenni in tutto il mondo, diventando un classico dell'animazione.  Il successo fu tale da dare vita agli spin-off Dastardly e Muttley e le macchine volanti e Le avventure di Penelope Pitstop, mentre nel 2017 la serie è stata riproposta in una versione moderna che ha mantenuto lo spirito originale aggiornandolo per le nuove generazioni.

A distanza di oltre mezzo secolo, Wacky Races continua a essere ricordato con affetto perché rappresenta un'epoca dell'animazione in cui bastavano fantasia, personaggi ben caratterizzati e tanto umorismo per creare un capolavoro destinato a non invecchiare mai. Le sue corse impossibili, i veicoli assurdi e la continua rivalità tra Dick Dastardly e gli altri piloti hanno fatto sorridere milioni di spettatori e continuano ancora oggi a conquistare chi scopre per la prima volta questo piccolo grande classico della televisione.
Curiosità: in rete sono reperibili le foto di almeno una parata di automobili che riproducono i veicoli del cartone guidate dai rispettivi cosplayers.

domenica 30 agosto 2026

La balena Giuseppina e il mio vegetarianismo intermittente

La balena Giuseppina (Josephina the Whale) è un anime ambientato a Tokyo...ah no, big surprise, a Madrid, e chi lo avrebbe mai detto, un cartone giapponese non ambientato nella capitale nipponica. Sì direte... ma in realtà, non è l'unico, c'è per esempio, Belle e Sebastien che è ambientato sui Pirenei, Lady Oscar e il Tulipano nero a Parigi, Candy negli Stati Uniti e Regno Unito. Sì, ma in questi casi il contesto geografico/storico è funzionale alla storia, nella balena Giuseppina, no. 
Questo anime racconta la storia di una amicizia tra Choppy, un bambino buono ma fifone, e Giuseppina, una balena magica che solo lui può vedere e con la quale lui può parlare, cavalcarne il dorso in magiche avventure per poi rimpicciolirsi e vivere nel bicchiere di acqua sul comodino del suo amico umano. Insomma, la classica, seppur insolita, amica immaginaria.
E' una storia di crescita persona di Choppy (vero nome Santiago detto Santi) verso l'assertività,  il superamento delle proprie paure  e la gestione dei conflitti familiari in una casa dominata da genitori un po' austeri, nonché i conflitti a scuola dove Choppy è alle prese con i bulli. Temi molto delicati eppur comuni nei quali molti bambini e ragazzi più timidi e timorosi si saranno identificati e che comunque abbracciano un po' tutte le sfide che accompagnano la fanciullezza dei più. Ad addolcire l'atmosfera c'è la figura affettuosa della nonna che ha un rapporto speciale con Choppy e quindi verrà affrontato anche il tema della perdita della figura di riferimento più importante quando la nonna passerà a miglior vita e Choppy dovrà anche combattere, insieme a Giuseppina, affinché la sua anima non sia rubata da Satana. La transizione di Choppy da bambino all'adolescenza è scandita da una nuova amicizia, quella con la coetanea Serya, che, con il suo affetto e amicizia, andrà progressivamente a rimpiazzare il ruolo di Giuseppina, la quale, terminato il suo compito di fare di Choppy un ragazzo più maturo e coraggioso, gli dirà Addio e ritornerà nel suo mondo magico. E infatti Addio Giuseppina! è l'altro nome con cui è nota la serie In tutto questo Giuseppina, a mio parere, impersonifica il potere della immaginazione. E' l'immaginazione che accompagna i bambini nella crescita e li aiuta a superare i momenti difficili ma, una volta cresciuti, non c'è più molto spazio per lei, per lo meno, per alcuni continua ad esserci e ad esprimersi attraverso l'arte e attività creative, ma perde quel ruolo di compagna di vita.
In questa immagine ci sono quasi tutti i personaggi: dall'angolo in basso a sinistra in senso orario, la nonna di Choppy, suo padre, sua sorella Rosy, Choppy, sua madre e infine la cameriera Cinzia. E, naturalmente, Giuseppina al centro. 


 Fra i ricordi più legati a questo cartone che guardavo su TeleNorba ci sono:
- il fatto che quando andavo a letto pensavo a quanto sarebbe stato bello poter dormire con accanto, sul comodino, un animaletto in miniatura che vegliasse su di me, come Giuseppina, rimpicciolita e in un bicchiere d'acqua, vegliava sui sogni di Choppy. 
- la puntata in cui Choppy rifiutava di mangiare carne perché nel piatto, giustamente, ci vedeva un animale come lo era la sua amica Giuseppina e i parenti - soprattutto la nonna che doveva essere un po' pugliese - a cercare di forzarlo di mangiare che poi non cresci. Allora non lo sapevo ma quella puntata mi avrebbe segnato per tutta l'esistenza facendomi essere una onnivora con eterno senso di colpa. Non voglio ironizzare sul tema, solo raccontare la mia esperienza con il mio stile che è sempre un po' leggero e umoristico: in realtà, io ho grande rispetto per vegetariani e vegani e mal supporto l'odio gratuito che spesso, con facili battute, si accanisce contro di loro in vari contesti sociali, soprattutto sul web. Li rispetto perché sono riusciti a fare quello che a volte ho tentato di fare senza successo: rinunciare alla carne. Non perché sia un tipo di piatto che gradisca particolarmente (cioè, impazzisco per pesce, crostacei e frutti di mare, anche crudi, ma della fettina di vitello il mio palato ne potrebbe fare volentieri a meno) ma perché per quanto mi piaccia cucinare e prediliga verdure e prodotti vegetali, il vegetarianismo è una scelta che impatta fortemente l'organizzazione domestica quotidiana. A volte, un panino al salame o un petto di pollo ai ferri diventano un salva cena rapido per chi è sempre di fretta o in viaggio. Una volta sono riuscita a portare avanti il mio proposito di diventare vegetariana per diversi mesi - diversi mesi in cui sulla mia tavola sono apparsi nuovi ingredienti come Quinoa, Miglio, Tofu, Bulgur - ma la prima trasferta lavorativa a Bologna mi ha fatto capitolare: in mensa l'unica alternativa alla carne era...il prosciutto!! Poi ci si è messa anche l'insulino-resistenza che mi fa ingrassare ogni volta che solo guardo pasta e pane. Quindi, ci ho rinunciato, ho trovato un equilibrio nel consumare carne e pesce consapevolmente, senza sprechi e facendo scelte di acquisto che, se non possono evitare una triste fine ai poveri animali, almeno evitino una triste vita nel mezzo. Mi rendo conto che sto parlando troppo di me, non è mia abitudine farlo su questo blog dove il prodotto, che sia un cartone o un fenomeno pop, è sempre quello al centro del post: mi sono fatta trasportare dall'onda dei ricordi, ma ho anche voluto testimoniare quale impatto un semplice cartone possa avere sull'intera esistenza di una bambina che lo guardava. Vi lascio con le sigle meravigliose del cartone, in particolar modo quella di coda, che devo ammettere mi commuove, nonostante io non sia una persona portata ai sentimentalismi.





domenica 23 agosto 2026

Carletto il principe dei mostri che, tra risate, educa al rispetto della diversità

Oggi parliamo di un anime popolarissimo nonostate nel nostro Paese sia stato relegato alle TV locali: Carletto il principe dei mostri. Un cartone molto popolare non solo in Italia ma anche nel resto dell'Europa, distribuito anche in Paesi dove molti altri anime per noi imprescindibilmente legati all'infanzia non sono mai arrivati. Come dice il nome stesso, il protagonista di questo anime è Carletto (Taro nell'originale), il principe di un regno, Mostrilandia, abitato da vampiri, licantropi e tutti i classici mostri del mondo horror. Ma Carletto De Mostris - questo il nome per intero - vive in Giappone, è sulla Terra per una sorta di vacanza studio finalizzata a conoscere meglio gli umani (e un po' per sfuggire all'autorità di una padre austero), in una dimora chiaramente spaventosa, insieme ai suoi tre amici e sottoposti, Frankstein (detto Frank), il maggiordomo in stile Lurch della famiglia Addams, che si esprime con il solo suono "Mehehe", il conte Dracula dall'accento francese e la R moscia e il cuoco uomo-lupo (detto Wolf) dal marcato accento TETESCHO. Il cartone animato è uno dei più esilaranti e comici del panorama degli anime a dispetto e in contrasto con l'ambientazione horror, per tutta una serie di facili equivoci che si sviluppano puntata per puntata. In realtà ogni puntata è composta da due storie brevi, quindi potremmo dire che le 94 puntate si traducono in 188 episodi. Storie in cui Carletto dapprima sviluppa un'amicizia con Hiroshi, un bambino del vicinato sveglio e intraprendente anche se all'inizio scioccato e intimorito dalla banda di mostriciattoli:  successivamente, insieme a Hiroshi, è coinvolto in tante storie di vita quotidiana ma bizzarre e surreali, interagendo con una miriade di personaggi che abitano il quartiere oppure vengono da Mostrilandia. A dispetto della natura di mostri, Carletto, Frank, Lupo e Dracula sono tutti personaggi buoni e positivi. Certo, Carletto a volte può essere dispettoso, capriccioso e vendicativo ma in generale è mosso da buone intenzioni, Frank è semplicemente il goffo maggiordomo più pacifico del mondo, Wolf a volte è nervosetto ma si spende sempre per tutti e Dracula, chiamato anche semplicemente il Conte, beve succo di pomodoro anziché sangue umano ed è trés chic. La banda non nega mai il suo aiuto a chi glielo richiede, il più delle volte Hiroshi, spesso alla prese con una sorella Sis incontentabile, ma anche alcuni ospiti da Mostrilandia che si portano dietro sulla Terra qualche triste storia. E a quest'ultimo proposito, i mostri di Mostrilandia hanno personalità completamente diverse: alcuni buoni, alcuni cattivi, alcuni animati da buone intenzioni, alcune venuti con il manifesto desiderio di fare del male, alcuni piagnoni, alcuni divertenti, alcuni incapaci, alcuni brillanti, a dimostrare che persino in altri mondi, tutto il mondo è Paese, mai generalizzare, concetto che si integra perfettamente con il tema del cartone che è quello di superare la paura della diversità per scoprire che l'amicizia è possibile anche tra persone che vengono da mondi diversi. Tema già visto con Ransie la Strega, cartone dalla struttura e trama molto differenti, ma con cui  questo anime condivide molte cose a partire dalla presenza di queste creature mutuate dalla letteratura classica dell'orrore, la comicità e il messaggio inclusivo. Ma torniamo alla quotidianità di Carletto e i mostri che vivono in casa con lui: tutti hanno dei poteri che devono cercare di nascondere per una pacifica accettazione e convivenza nel quartiere, motivo per cui Frank, Wolf e Dracula si fanno vedere in giro il meno possibile e, in particolare Wolf, deve essere attento ad una repentina manifestazione della luna piena che lo trasformerebbe in licantropo davanti a tutti. Compito più semplice per Dracula che, come da tradizione vampiresca, esce solo di notte o per Frank che è timido di natura e quindi preferisce passare il tempo in casa. E ancora più semplice per Carletto che ha le sembianze a tutti gli effetti di un bambino al netto delle orecchie ad antenna parabolica e l'outfit ridicolo, sembianze quasi normali dietro le quali si nascondono poteri straordinari: può allungare gli arti di lunghezze considerevoli e può cambiare l'aspetto della sua faccia in qualsiasi cosa, semplicemente strofinandosela. Abbastanza semplice è immaginare come le varie trasformazioni della faccia di Carletto costituiscano momenti di pura ilarità. Che altro aggiungere oltre, al solito, proporre la galleria delle foto dei personaggi e la sigla, questa volta due, perché c'è ne è una di testa e una di coda e tutte e due meritano!!
Ah ecco, non tutti sanno che il cartone di Carletto è basato su una manga degli stessi creatori di Doraemon, Nino il mio amico ninja e Superkid ossia Hiroshi Fujimoto e Motoo Abiko che hanno collassato i loro nomi in un unico pseudonimo: Fujiko Fujio.  Sulla base di questo manga, prima della serie TV a colori, era stata realizzata una serie in bianco e nero mai arrivata in Italia.
Non si finisce mai di scoprire nuove cose su questo blog, vero?
I personaggi principali, da sinistra a destra: la sorella di Hiroshi (notate la somiglianza con i personaggi femminili di Doraemon e Nino), Lupo/Wolf, Frank con in spalla Hiroshi a sinistra e Carletto a destra, il Conte.
Sigla di apertura (bellissima la intro dei fiati presente nella canzone completa ma tagliata nella versione televisiva) e chiusura, da guardare su Youtube, cliccando sull'immagine, perché i contenuti non possono essere visualizzati su questa piattaforma:








domenica 16 agosto 2026

Ernesto Sparalesto ma mica tanto

Continuo ad aggiornare questo blog nell'ottica di fornire una lettura di intrattenimento varia e - spero - mai noiosa, alternando oggetti e fenomeni degli anni '80, con cartoni animati giapponesi, i cosiddetti anime, e con cartoni provenienti da altre parti del globo e pertanto concepiti e costruiti in maniera totalmente diversa dalla copiosa produzione made in Sol Levante. Spero in questo modo di suscitare curiosità verso l'imprevedibile argomento del post successivo. Oggi, in virtù di questo criterio di alternanza, vi parlerò di un altra delle produzioni Hanna e Barbera, Ernesto Sparalesto al secolo Quick Draw McGraw ossia McGraw dall'estrazione (della pistola, NdA) rapida. Un nome che ci introduce subito al contesto del cartone: il vecchio caro Far West dove i vecchi pistoleri si sfidavano a chi lo tirava fuori prima (come avrebbe detto Camilleri, il revorbaro, NdA). Ernesto è un cavallo bianco antropomorfo (che altro animale scegliere nel far west?), indossante cappello da cowboy, fazzoletto al collo e cinturone; egli riveste i panni di uno sceriffo un po' imbranato (riesce anche a spararsi addosso da solo) coinvolto in mille avvenuture western insieme al suo vice Babalù, un asinello messicano, come si percepisce dall'accento spagnolo e dall'immancabile sombrero sulla testa, fisicamente piccolo e goffo, ma più furbo ed efficiente di lui. Lo sceriffo però ha anche una identità segreta, una sorta di parodia di zorro, che usa quando le cose si mettono male con i fuorilegge di turno: El Kabong, un eroe con mascherina nera, cappello sombrero cordobés (il tipico cappello nero di feltro con corona piatta e cordoncino sotto il collo usato appunto da zorro), mantello nero e chitarra classica usata come arma. 

Il cartone veniva trasmesso con altri due cartoni, arrivati in Italia con i nomi di "Tatino e Papino" (Auggie doggie & Doggie Daddy) e "Snooper e Blabber", all'interno di uno show, il Quick Draw McGraw Show, sponsorizzato dalla Kellogg's. Come tutti i cartoni di Hanna e Barbera, l'effetto comico è nei dettagli paradossali, come ad esempio, il fatto che lo stesso Ernesto, pur essendo un cavallo, cavalchi altri cavalli, che per essere cavalcabili, vengono disegnati in maniera realistica, non antropomorfi, come nell'immagine a destra, dove guida una diligenza, scena tratta dalla sigla.
Una curiosità, nel doppiaggio originale, sia Ernesto che Babalù hanno la voce dello stesso doppiatore, Daws Butler, che ha prestato la voce a numerosi personaggi delle serie Hanna e Barbera.
Altri personaggi sono il cane Snuffles sempre in cerca di biscotti e Sagebrush Sal, umana, interesse amoroso di Ernesto. Ernesto e il suo vice Babalù fanno parte dell'Allegra banda di Yoghi e si ritrovano, pertanto, in tale cross-over ad interagire con altri personaggi Hanna & Barbera come Svicolone, Braccobaldo Bau, ecc. E poi ci sono altri umani che interagiscono con questi animali, alla pari, come se fossero tutti una una unica specie, tra cui diversi fuorilegge con fattezze simili a Clyde di Wacky Races.
Questi i personaggi:

Ernesto Sparalesto
Babalù
El Kabong
Snuffles
Sagebrush Sal
I protagonisti dello show
Siglaaa!

domenica 9 agosto 2026

Pompeo e Carlotta: due simpatici paperi nel cassetto della memoria


Tempo fa, prima degli orribili reality che hanno infestato la TV prima della tv trash del dolore e prima della TV  delle poste e delle lettere dove la gente va a mettere in piazza i fatti propri, la televisione italiana riusciva a entrare nelle case con semplicità, fantasia e personaggi capaci di diventare veri compagni di infanzia. Erano gli anni ’80, un decennio fatto di colori vivaci, sigle indimenticabili e programmi che il sabato sera riunivano tutta la famiglia davanti al televisore.

Tra i ricordi più teneri di quell’epoca ci sono sicuramente loro: Pompeo e Carlotta, due buffi pupazzi che conquistarono il pubblico di Fantastico 6, lo storico varietà del sabato sera della Rai.

Pompeo e Carlotta erano una coppia di paperi animati, creati per accompagnare il programma e diventare le sue mascotte. Pompeo era il simpatico papero azzurro, mentre Carlotta era rosa, con il suo immancabile nastrino verde e un aspetto dolce e riconoscibile (sì, all'epoca non si usava lo schwa e l'azzurro significava inequivocabilmente maschio e il rosa inequivocabilmente femmina). Due personaggi semplici, ma proprio per questo capaci di entrare nell’immaginario dei bambini dell’epoca.

A dare loro una marcia in più furono anche le voci: Pompeo era doppiato da Franco Latini, una delle grandi voci della televisione e del doppiaggio italiano, mentre Carlotta aveva la voce di Cristiana Lionello. Le loro gag e i loro interventi contribuivano a rendere più leggero e familiare il grande spettacolo del sabato sera.

Uno degli elementi che rende ancora oggi memorabili questi due personaggi è la loro sigla, “Sole papà”, interpretata proprio dai doppiatori dei pupazzi e pubblicata anche su disco. Una di quelle canzoni che, per chi era bambino negli anni ’80, basta sentire per riaprire immediatamente una finestra sui ricordi.

Come spesso accadeva in quel periodo, il successo televisivo arrivò anche nelle camerette dei più piccoli: furono prodotti pupazzi e giocattoli dedicati a Pompeo e Carlotta, oltre ad altri gadget che trasformarono le due mascotte in veri oggetti del desiderio. E sinceramente una di queste coppie di pupazzi di plastica che invasero i mercatini finì nella mia cameretta, come testimonia una mia vecchia foto, sistemati sul pavimento. Li sistemai sotto la mia tastiera elettronica ma non ci rimasero a lungo: sparirono da un giorno all'altro come il resto dei pochi giocattoli che avevo, probabilmente andarono a fare compagnia nell'indifferenziata alla bambola di Candy Candy infermiera, ad Amy di Holly Hobbie, alla bambolina nera con il vestito di lana souvenir di Loreto, ak pierrot sulla mezzaluna e lì aspettarono per qualche anno l'arrivo del peluche di Yattabuta. Insomma, in tempi insospettabili, quando l'arredamento minimalista o zen non erano ancora di moda, quando decluttering era un termine sconosciuto,  anche Pompeo e Carlotta furono travolti dalla furia pulitrice di madre-l'essenziale-è-invisibile-agli-occhi© che nottetempo buttava via tutto quello che trovava in casa, soprattutto se non erano oggetti suoi, perché le inutili bomboniere di porcellana, quelle, invece, cì che sono sopravvissute fino ai nostri giorni.  Scusate lo sfogo, ma sono traumi mai completamente elaborati. A mettere sale sulle ferite e dita nelle piaghe, una puntata che ho visto recentemente di Cash or Trash dove un partecipante aveva portato una coppia di questi pupazzi molto simile a quella che avevo anche io: e i 5 mercanti che si prodigavano in complimenti a profusione per la chicca portata all'asta ... e i mei gettati nell'immondizia senza pietà.

Ma mettiamoci una pietra sopra e torniamo ad oggi. Oggi, quelle immagini, forse possono sembrare banali rispetto agli effetti speciali e alla tecnologia degli spettacoli moderni. Eppure proprio quella semplicità aveva un fascino speciale: bastavano due pupazzi, una bella canzone e un po’ di fantasia per creare un ricordo destinato a durare.

Pompeo e Carlotta rappresentano perfettamente lo spirito della televisione anni ’80: allegra, colorata, familiare e capace di far sentire grandi e piccoli parte dello stesso spettacolo. Per molti bambini di allora non erano soltanto due pupazzi, ma due amici arrivati direttamente dal piccolo schermo per accompagnare un’epoca che ancora oggi continua a far sorridere.





domenica 2 agosto 2026

Il gioco del 15, un intelligente passatempo da rispolverare sotto l'ombrellone



Negli anni della mia infanzia, bastavano quindici tessere numerate e un quadratino vuoto per tenerci incollati per ore. Il mitico gioco del 15 era uno di quei passatempi che sembravano semplici... finché non provavi davvero a rimettere tutti i numeri in ordine, facendoli scorrere uno accanto all'altro, in verticale e orizzontale, attraverso le scalanature incise su ogni tessera. Un altro gioco da fare in solitaria.

La cosa curiosa è che molti di noi lo associano agli anni '80, quando era presente in tantissime case, nelle edicole, nelle cartolerie e persino come gadget promozionale. Ricordo di averne viste, nel corso degli anni di tanti colori ma anche di tante versioni: inizialmente le tessere erano semplicemente numerate, poi si sono evolute in parti di un puzzle che veniva ricomposto solo con la sequenza corretta. E molte piccole aziende locali (mobilifici, serramenti, ...) li distribuivano gratuitamente per farsi pubblicità: infatti ricomponendo le tessere nell'ordine corretto veniva fuori il loro logo con eventuale slogan e dati di contatto. Ricordo anche che era molto spesso in regalo con le riviste di enigmistica e contenuto nei loro involucri di plastica trasparente. Eppure la sua storia è molto più antica: nasce alla fine dell'Ottocento, quando divenne una vera mania internazionale. Si racconta che milioni di persone cercassero di risolverlo, tanto che giornali e matematici iniziarono a studiarne i segreti.

Il bello è che non tutte le configurazioni sono risolvibili: esistono combinazioni che, per precise ragioni matematiche, non potranno mai essere riportate all'ordine. Un dettaglio sorprendente per un gioco così essenziale.

Forse è proprio questo il suo fascino. Nessuna batteria, nessun display, nessuna connessione. Solo pazienza, logica e quella sottile soddisfazione quando, dopo decine di mosse, anche l'ultima tessera trovava finalmente il suo posto. A dimostrazione che quando alla base c'è un'idea geniale, non servono grafiche 3D, miniature, un complesso set di regole e stress da luce blu per gli occhi, per fornire un gioco che sia intrattenimento puro. Un intrattenimento che ti potevi portare ovunque, persino più portabile del cubo di Rubik, dato che per l'esiguo ingombro e peso, potevi portarlo nella borsa, nel marsupio e persino in tasca, ai giardinetti come sotto l'ombrellone. Sicuramente lo preferivo all'immobile Barbie o alla noiosa bambola da pettinare e ripettinare.

Per me resta uno dei simboli degli anni '80: non perché sia nato in quel decennio, ma perché è lì che è entrato nei ricordi di un'intera generazione, trasformando un'invenzione di oltre un secolo prima in un piccolo rito quotidiano.

E voi? Quante volte avete pensato: "Ancora una mossa e ci riesco"... per poi ricominciare da capo?

domenica 26 luglio 2026

Judo boy alla ricerca con l'occhio perduto

Ad avvicinarmi a questo cartone animato e - in età adulta - è stata la sigla, con quel riff riconoscibilissimo e orecchiabile , sigla rifatta a parodia come "Ammazzacristina" dei mitici Gem boy che mi ha fatto scompisciare (mi scuso io al posto degli autori del video per le immagini totalmente fuori contesto, non ho trovato di meglio). Da bambina non mi aveva mai attirato più di tanto, vuoi per la programmazione discontinua, vuoi per la qualità dell'animazione. Non che naturalmente fossi una esperta di animazione - e non lo sono neppure adesso - non che mi mettessi a "valutare" la qualità del prodotto prima di guardare qualcosa in TV, ma è possibile che abbia notato i frequenti fermo immagine e le urla fuoricampo non coordinate con le immagini e questo abbia influenzato le mie preferenze. O, ancora più probabile, c'era l'Uomo Tigre alla stessa ora su un'altra TV locale. Fatto sta che ero già adulta e già laureata quando sono venuta in possesso della collana di DVD di Judo Boy e ho deciso che era finalmente tempo di guardarla. L'anime, in 26 episodi e risalente al 1969, ripercorre la storia di Sanshiro, talentuoso lottatore, alla ricerca dell'uomo che aveva ucciso suo padre, anche lui esperto di arti marziali e fondatore di una valente scuola di arti marziali, probabilmente colto alla sprovvista. Unico indizio in questa ricerca un occhio di vetro trovato vicino al corpo del padre, da cui il titolo di questo post. Da quel momento, l'assassino diventa noto al pubblico come "l'uomo da un occhio solo" (dando per scontato che l'uomo non abbia rimpiazzato l'occhio di cristallo con uno nuovo o che non abbia perso anche l'altro... dettagli..) . Sanshiro si mette in viaggio con la sua motocicletta 10 HP per cercarlo in lungo e largo per tutto il Giappone, in compagnia di Ken, un bambino vagabondo e vivace che rappresenta il sollievo comico della serie, e il di lui cane bassotto e "accappellato" Bobo. Motivo ricorrente nella serie è l'incontro con qualche bella ragazza dall'acconciatura bizzarra, alcune ritornano ciclicamente (Luna e Mayuri) con cui Sanshiro sviluppa una amicizia, prima di doverle dire addio per tornare con ostinazione alla sua missione. Di volta in volta, il protagonista incontrerà un uomo con un solo occhio o un occhio bendato e lo affronterà a colpi di judo...ah, no, più jujitsu... per scoprire che in realtà non era quello il suo uomo: ma poco male, era comunque un cattivo, molto spesso a capo di una banda di criminali, da eliminare a prescindere. Dinamica che si ripete fino alla fine: persino nell'ultimo episodio, Sanshiro non ha trovato l'uomo giusto e andrà via verso il sole per continuare la sua ricerca ormai ossessiva. Il tema interessante e originale che viene approfondito nell'anime è quello della vendetta cieca e di quanto sia lecito usare la violenza per combattere la violenza. Tema ripreso dalla sigla scritta e musicata da, rispettivamente, nientepopodimeno di Andrea Lo Vecchio e di Detto Mariano che con quel ritornello, "Judo boy, Judo boy, lo sappiamo che per te ha importanza; Judo boy, Judo boy, ma non usare la violenza; Judo boy, Judo boy, il tuo dolore ti ha accecato; Judo boy, Judo boy, non diventare come lui", faceva riflettere noi pargoli su come la sete di giustizia possa diventare un desiderio di vendetta tale da snaturarci e di privarci di trovare pace, di tornare a una vita normale, cosa sottolineata dal finale incompiuto. L'anime, della casa Tatsunoko come riconoscibile dal tipico occhietto furbo condiviso con la faccia di Kyashan, Tekkaman, Polymar, ecc. - ha titolo originale Sanshiro Kurenai ossia Sanshiro il Rosso perché prima di combattere indossa - praticamente Ken glielo lancia al volo - il suo kimono scarlatto, ricordo della sua madre defunta, che lo cucì per lui. Il titolo italiano è invece inaccurato in quanto la tecnica di lotta non si avvicina per niente al judo ma più a un insieme di tecniche tra cui il jujitsu (come accennato prima). Se non ricordo male, nel cartone animato stesso si parla di un metodo di lotta messo a punto dal fondatore della scuola, attingendo a diversi stili, il Kurenai® (qualcuno può confermare questo mio ricordo?). Ma Judo boy è corto e suona meglio. 
I personaggi: sono riconoscibili Sanshiro, suo padre bonanima RIP,  di nuovo Sanshiro con Ken, Bobo e credo Luna, e poi Mayuri con Ken (ditemi se confondo le ragazze...)


Sigla!


domenica 19 luglio 2026

Calvin e il colonnello, dal successo radiofonico alla TV

Oggi post breve, un po' perché in viaggio un po' perché non ci sono molte informazioni disponibili oltre a quello che ricordo sul cartone di cui vi parlo oggi: Calvin e il colonnello.  
Lo sapevi che “Calvin e il colonnello” è uno dei cartoni animati più curiosi e meno conosciuti prodotti da Hanna e Barbera ? 
Andata in onda nei primi anni Sessanta, questa serie rappresenta un interessante esempio di come la televisione dell’epoca cercasse di trasformare successi già collaudati in nuovi format animati. I protagonisti sono il Colonnello, al secolo Col. Montgomery J. Klaxon,una volpe astuta e piena di iniziativa, soprattutto tesa all'arricchimento con l'uso di qualche trucchetto, e Calvin Burnside, un orso dal carattere bonario e un po’ ingenuo: una coppia che vive situazioni comiche basate sul classico contrasto tra il furbo e il credulone e sugli equivoci. 
Non tutti sanno che i personaggi erano ispirati a una celebre sitcom radiofonica statunitense, segno di come già allora si cercasse di portare il successo di un mezzo di comunicazione in un altro. Naturalmente, lo show radiofonico da cui era tratto, Amos 'n' Andy aveva dei personaggi umani e resi animali nella serie per non inciampare in qualche controversia di tipo razziale dato che i protagonisti dello show radiofonico erano di razza afroamericana. O per lo meno, lo erano i due protagonisti nella finzione, perché nella realtà le loro voci appartenevano a Freeman Gosden e Charles Godell, commedianti bianchi. La discontinuità introdotta dall'aver reso i personaggi nel cartone leggermente "più pelosi" fu mitigata dalla continuità delle voci: infatti a questi animali le voci erano prestate sempre da Gosden e Godell. Come già annunciato in incipit, la serie fu realizzata dalla celebre Hanna e Barbera, lo studio che in quegli anni stava rivoluzionando il mondo dell’animazione televisiva grazie a tecniche produttive innovative che permettevano di contenere i costi senza rinunciare all’intrattenimento. Sebbene abbia avuto una sola stagione e una vita televisiva piuttosto breve, Calvin e il colonnello è rimasta un piccolo gioiello per gli appassionati di storia dell’animazione. Il suo umorismo riflette perfettamente lo stile dell’epoca, con dialoghi brillanti, equivoci e situazioni che ricordano la tradizione delle grandi coppie comiche del cinema e della radio. Oggi il cartone è poco ricordato dal grande pubblico, ma conserva un valore storico importante perché testimonia una fase di grande sperimentazione per la televisione americana, quando i cartoni animati stavano iniziando a diventare un appuntamento fisso nelle case. Proprio per questo, Calvin e il colonnello rappresenta una piccola finestra su un periodo fondamentale dell’animazione, in cui si stavano gettando le basi per molti dei successi che avrebbero segnato le generazioni successive. La serie conta di 26 episodi nei quali appaiono ulteriori personaggi comprimari: Maggie Belle Klaxon, la moglie del colonnello e volpe come lui, Sue aka Susan Culpepper, sorella di Maggie e cognata del colonello e quindi anch'essa volpe, Gladys, una cagnolina manicurista, e infine l'avvocato, Oliver Wendell Clutch, una donnola. In altre puntate, appaiono in maniera isolata anche altri personaggi che rappresentano animali, ricordo per esempio uno scimpanzè.


Col. Montgomery J Klaxon
Calvin Burnside
Maggie Bell Klaxon
Susan Culpepper
Gladys
Oliver Wendell Clutch

mercoledì 15 luglio 2026

Mi segui su Instagram?🙏🏼



Interrompo la periodicità settimanale degli aggiornamenti per una comunicazione di servizio che affido direttamente alla celebre pubblicità dei Jesus Jeans: da qualche tempo questo blog ha una pagina su instagram che vi chiedo di seguire e aiutare a crescere. Le interazioni su questo blog e sulle pagine afferenti danno più senso al mio impegno e possono essere spunto di ulteriori contenuti e approfondimenti. Grazie🙏🏼

domenica 12 luglio 2026

I King Crimson e il loro repertorio portato sul palco dal virtuosismo dei Beat

Una settimana fa ho avuto il piacere di assistere al concerto a Bari dei **Beat**, il supergruppo formato da quattro musicisti che, a rigore, non avrebbero bisogno di presentazioni. Ma, nell'improbabile eventualità che tra i lettori ci sia qualcuno che negli ultimi decenni abbia scelto la vita eremitica, e soprattutto per rendere il doveroso omaggio alle loro straordinarie carriere, eccole qui.

Tony Levin è uno dei bassisti e Chapman Stick player più influenti della storia del rock, collaboratore di Peter Gabriel, King Crimson e di una quantità impressionante di artisti. Adrian Belew è un chitarrista, cantante e autore dalla creatività inesauribile, passato al fianco di Frank Zappa, David Bowie e Talking Heads prima di diventare uno dei protagonisti della rinascita dei King Crimson negli anni Ottanta. Steve Vai è semplicemente uno dei più grandi chitarristi della sua generazione, protagonista con Frank Zappa, David Lee Roth e Whitesnake, oltre che di una carriera solista straordinaria. E infine Danny Carey, monumentale batterista dei Tool, chiamato a raccogliere la difficilissima eredità di Bill Bruford in questo progetto. Una scelta tutt'altro che casuale: Carey è considerato uno dei più grandi batteristi della scena contemporanea ed è stato inserito da *Rolling Stone* tra i 100 migliori batteristi di tutti i tempi con un prestigioso 26° posto.

L'esperienza è stata talmente coinvolgente da spingermi a dedicare loro questo spazio. E se qualcuno si chiede cosa c'entrino i King Crimson con un blog dedicato principalmente agli anni Ottanta, la risposta è semplice: c'entrano eccome.

Quando si pensa ai King Crimson, infatti, la mente corre quasi automaticamente agli anni Settanta e a capolavori come *In the Court of the Crimson King*. Eppure è proprio il decennio successivo ad aver regalato una delle fasi più innovative e sorprendenti della loro storia.

Dopo una lunga pausa, Robert Fripp rifonda la band insieme ad Adrian Belew, Tony Levin e Bill Bruford, dando vita a sonorità completamente nuove. Album come *Discipline* (1981), *Beat* (1982) e *Three of a Perfect Pair* (1984) abbandonano molte delle caratteristiche del progressive classico per esplorare territori in cui si fondono new wave, minimalismo, poliritmie africane, funk e sperimentazione elettronica.

Il risultato è una musica sofisticata ma incredibilmente moderna, capace di anticipare sonorità che avrebbero influenzato il rock alternativo e il progressive contemporaneo. Brani come *Elephant Talk*, *Frame by Frame*, *Neal and Jack and Me* e *Heartbeat* dimostrano come tecnica, ricerca e immediatezza possano convivere senza sacrificare l'emozione.

I King Crimson degli anni Ottanta non furono una band che si limitò ad adattarsi ai tempi: contribuirono a ridefinire il linguaggio del rock, dimostrando che innovare significa avere il coraggio di cambiare senza perdere la propria identità.

Ed è proprio questo che il concerto dei Beat mi ha trasmesso. Non si è trattato di una semplice operazione nostalgia, ma della celebrazione di una stagione irripetibile della musica contemporanea. Quelle composizioni, a oltre quarant'anni dalla loro pubblicazione, conservano una freschezza sorprendente e una modernità quasi disarmante.
L'impressione a fine concerto è stata che la musica dei King Crimson era avanti quando è stata prodotta e continua a essere avanti anche a quasi 50 anni di distanza.
 Ascoltare tale musica dal vivo, eseguita da musicisti di questo calibro – tre dei quali quella storia l'hanno scritta in prima persona – significa riscoprire quanto la trilogia formata da *Discipline*, *Beat* e *Three of a Perfect Pair* sia stata non solo fondamentale nella storia dei King Crimson, ma anche uno dei vertici creativi dell'intero panorama musicale degli anni Ottanta.

Ed è per questo che i King Crimson trovano pieno diritto di cittadinanza in questo blog. Perché, pur essendo nati ben prima degli anni Ottanta, è proprio in quel decennio che hanno saputo reinventarsi, dimostrando come i grandi artisti non seguano il proprio tempo: spesso lo anticipano.

Ma alla fine sapete cosa mi ha colpito più della musica, più dei virtuosismi, più degli assoli di chitarra impossibili? Beh, due cose. Prima di tutto l'energia di questi 4 giovanotti che solo i documenti anagrafici collocsno ad una età tra i 66 e gli 80 anni: né l'aspetto, né la postura, né la grinta, né le mani che, contro ogni legge del tempo e delle artrosi,  freneticamente si muovevano sul manico di chitarra, basso e chapman stick  Il che mi fa togliere il cappello e inchinare la testa in una società piena di 20enni privi di ogni ogni energia fisica e intellettuale per fare alcunché: non che siano tutti così ma è innegabile che la pigrizia sia diventata un vizio dominante e diffuso. Quelli invece sul palco sono uomini con un altro tipo di fibra e personalità, come mi è apparso evidente quando Tony Levin simpaticamente tra un brano e l'altro si metteva a fare foto della serata e non foto velocemente rubate con il suo telefono ma foto serie fatte con una macchina fotografica professionale. Dettagli che a me dicono tanto. La seconda cosa che mi ha colpito è quante volte quattro mostri sacri della musica abbiano inchinato il capo per ringraziare il loro pubblico. Immensi!!! Questo è uno dei reel che ho pubblicato su Instagram sulla serata.

domenica 5 luglio 2026

Ransie la strega: il romanticismo comico in una storia di licantropi e vampiri


   Ransie la strega è uno dei cartoni animati che mi ha più incuriosito, appassionato e divertito. E' la storia di Ransie Lupescu, una teenager "simpatica e carina come una bambolina", dai capelli lisci e gli occhi blu. Apparentemente è una ragazza come tante, impegnata negli studi al liceo dove ha conosciuto Paul Cavor che lei, tutta cotta, guarda con gli occhi a cuoricino e dove incontra amici e rivali di cuore, in particolare la dispettosa e insopportabile Lisa Thompson, con la quale si contende le attenzioni di Paul, figlia di un omone dalle labbra giganti, Thomas Thompson, boss della Yakuza nonché titolare della palestra in cui si allena Paul. Paul infatti è un pugile che aspira a una carriera sportiva importante ed è il classico bel tenebroso che finge distacco da entrambe ma sotto sotto se ne gode la competizione. Naturalmente questi sono i nomi assegnati dall'edizione italiana, è superfluo dire che nell'originale, i nomi sono decisamente giapponesiggianti (Ransie è Ranze, Paul è Shun, Lisa è Yoko), ma io continuerò a chiamarli con i nomi con cui li ho conosciuti. Paul in realtà ha un animo gentile ed è molto protettivo con la madre, una donna senza più un compagno ma non credo che venga mai chiarito la sua storia amorosa alle sue spalle...almeno, non fino ai colpi di scena finali! Quindi Paul è tutto sommato un bravo ragazzo ed è certamente un idealista che usa le sue doti di combattimento per difendere i più deboli... solo che, soprattutto con le due ragazze, se la tira un po'. Questa è l'apparente normalità del giorno, perché quando Ransie torna a casa, alla sera, il contesto è ben diverso. In questa villa gotica e piuttosto inquietante che ricorda un po' la maison della famiglia Addams o come mi immagino sia la casa visitabile di Stephen King nel Maine - un altro elemento della mia bucket list di viaggio - Ransie ci torna a casda dopo la scuola e ci trova il fratellino Ronnie, un papà vampiro e una mamma licantropa che, pur volendosi bene, non fanno altro che litigare tutto il tempo, o meglio il papà scappa e la mamma lo insegue con il mattarello.
Ma presentiamo tutti i Lupescu : 
- Ronnie è l'unico normale (ancora per il momento perché è piccolino) della famiglia, è un bambino dal caschetto biondo che passa il tempo a giocare con il suo pappagallo (ehm, intendo un vero volatile); 
- Boris è il papà vampiro, dorme tutto il giorno nella sua bara e la sera esce, trasformato in pipistrello, alla ricerca di prede....peccato che in realtà sia un pavido; all'occorrenza può trasformarsi in un ombrello. 
-Shira è la mamma, una donna lupo che si arrabbia facilmente e per effetto della rabbia subisce una trasformazione parziale tirando fuori coda, orecchie e unghie; può trasformarsi completamente in una lupa. E, infine, naturalmente c'è Ransie, che ha il potere di trasformarsi temporaneamente in qualsiasi cosa e qualsiasi persona morda per poi tornare normale con uno starnuto (mentre la persona morsa resta incosciente tutto il tempo). A dispetto della descrizione, è una famiglia molta unita e, tra un litigio e l'altro, non mancano i momenti di tenerezza fra loro. Provengono dal Regno Supremo, un Regno con tanto di re e principi che la famiglia visita di tanto in tanto accedendovi da un passaggio segreto e magico in cantina. Il cartone animato è un mix di romanticismo perché la storia d'amore tra Ransie e Paul progressivamente prende forma e lui diventa sempre più consapevole dei suoi sentimenti, soprattutto quando scopre la vera natura di Ransie e il suo dilemma e anche quando dal Regno Supremo arriva il Principe Aron, innamorato di Ransie, a fargli competizione. Questa storia è ostacolata inizialmente dalla famiglia di Ransie che vorrebbero per lei un ragazzo con la stessa provenienza, sposare un umano è contro le regole del Regno, per cui l'anime introduce anche il tema della diversità, dell'appartenere a razze diverse...anche se poi si scoprirà che Paul tanto diverso da loro non è e magari - SPOILER ALERT - è proprio lui il figlio perduto del Re del Regno Supremo, nonché fratello di Aron. Ma nonostante questi temi più seriosi, il cartone è una vera bomba comica: non è infatti difficile immaginare come il potere di Ransie sia fonte di divertentissimi equivoci, enfatizzati dalle espressioni dei personaggi, normalmente bellocci ma le cui espressioni, con fattezze che cambiano forma e dimensione, li rendono le caricature di sé stessi. Una caratteristica che poi diventò comune a molti cartoninegli anni successivi, come per esempio Sailor Moon, nel quale viene data molta enfasi alle espressioni facciali, rimarcate da segni grafici come la goccia che rappresenta l'imbarazzo. Il tutto supportato da personaggi che risultano comici: Lisa nella sua ostinata perfidia che le si ritorce sempre contro, Thoma nel suo aspetto caricaturale e nella contraddizione fra il suo ruolo di boss mafioso e il suo corteggiamento impacciato della mamma di Paul, nonché le sue reazioni con grossissime lacrime napulitane quando viene maltrattato dalla figlia.
Che altro dire di questo cartone? Che ci sono altri personaggi comprimari e secondari, tra cui oltre a quelli già menzionati (Ania la mamma di Paul, Aron il principe del Regno Supremo), anche Sand (il portavoce del Re) e il Re stesso, un essere spaventoso che nell'anime - tanto per aggiungere un po' di tensione - è identificato con Satana, cosa che non accade nel manga. E sì, perché anche questo è l'ennesimo cartone tratto da un manga, specificatamente la prima serie del manga Batticuore Notturno. Ci sono altre due serie in cui i personaggi sono cresciuti e si sono fatti una famiglia e sarebbe stato meraviglioso vederli animati sullo schermo! Se non l'avete fatto vi consiglio assolutamente di recuperare questo cartone composto alla fine solo da 34 episodi.
Nella foto che segue i personaggi principali. Nell'ordine da sinistra a destra: il signor Thompson, Lisa, Paul, Ransie, Boris, il pappagallo Peck, Sheila. Ronnie, Sand e Aron. Manca Ania ma immaginatela come la versione femminile di Paul e sempre con il capello corto.



E, ciliegina sulla torta, la sigla dei mitici Cavaliere del Re!



domenica 28 giugno 2026

Maooooo!


C’era un tempo in cui il salotto si accendeva di luci calde e cromature, e il Telegattone brillava come una promessa di leggerezza: quell’icona paffuta e sorridente che sapeva di domeniche condivise, applausi registrati e meraviglia vera, un trofeo che pareva profumare di plastica nuova, lustrini e risate di famiglia. Lo guardavi e ti tornavano in mente le mani appiccicose di aranciata, il telecomando che passava di pacca in pacca - per chi lo aveva, perché la maggior parte delle TV aveva il sintetizzatore sulla carcassa , le voci familiari dei presentatori che sembravano parenti acquisiti, i jingle che restavano in testa come una filastrocca, e quel piccolo brivido del “vediamo se vince il nostro preferito”. Il Telegattone era un gatto fiero ma bonario, un sorriso stampato su un’epoca in cui il tempo sembrava più lento e la TV faceva da falò moderno attorno al quale si raccontavano storie e si imparavano i ritmi della settimana: lunedì di commenti a scuola, sabato di aspettative, domenica di riepiloghi e malinconie dolci.

Ma chi era il Telegattone? Era la mascotte di un programma televisivo musicale SuperClassifica Show, afferente alla rivista TV Sorrisi e Canzoni, una popolare rivista ancora oggi in edicola, dedicata alla musica, alla TV e alla cultura pop. Un programma raggiunse la massima popolarità quando approdò sulle reti Fininvest (oggi Mediaset) come competizione di Discoring ma che affondava le sue radici nelle TV locali dell'Alta Italia, in particolare, la lombarda TeleBaggio. Il Telegattone appariva come cartone animato e come pupazzo, in un epoca di boom dei cartoni animati e dove i pupazzi animati - tra Rockfeller, Topo Gigio, Uan, Five, Four - occupavano grande spazio in TV. Dotato della voce di Franco Rosi, appariva tra una classifica annunciata da una mirrorball a forma di volto umano con tanto di cuffie da DJ e talvolta occhiali da sole e tra una ospitata  - gli artisti musicali del momento - sapientemente introdotti e intervistati da Maurizio Seymandi, vera e propria mente del programma.
Infatti, ancor prima di essere conduttore del programma, una volta che il programma è approdato alle reti Fininvest, Maurizio Seymandi, già collaboratore della rivista e guida TV nonché affermato paroliere, era stato ideatore e autore  e una presenza creativa costante già da quando andava in onda sulle reti locali. Il programma oltre a essere legato a doppio filo con la rivista TV Sorrisi e Canzoni, conservandone anche lo stile grafico del logo, era legato anche legato alla famosa premiére dei Telegatti (come suggerisce il nome stesso del premio) che ha continuato a brillare di luce propria anche una volta che il SuperClassifica Show è stato eliminato dai palinsesti. Se vogliamo un piccolo sistema autoreferenziale in cui la rivista, lo show tv e la premiére si richiamavano e pubblicizzavano vicendevolmente con dietro lo stesso pool di menti creative.
Il Telegattone, o Super Telegattone come amava definirsi, si descriveva nella sigla, diventata un piccolo gioiello cult. Una sigla  da cui si apprende che il gatto vive sui tetti attaccato all'antenna centrale da cui controlla la TV locale, si ritiene un ambito premio "inebriante" e, chi preferisce, può chiamarlo Oscar come il famoso premio internazionale. Ma soprattutto si vanta di essere scopritore di talenti, e giù con l'elenco simpatico e in rima di una serie di artisti  dovrebbero la loro fama a lui, motivo per cui la è stata soggetta a variazioni di testo nel corso degli anni in maniera da citare sempre i personaggi più sulla cresta dell'onda del momento. Da Michael Jackson a Madonna, da Lucio Dalla a Battisti, con speciale menzione di Cecchetto (che senza di lui sarebbe un "pupetto") genio musicale che in quegli anni ha contributo enormemente e a vario titolo (come DJ, come produttore, come un vero e proprio inventore e visionario) al panorama musicale italiano del tempo.

Oggi, quando ti capita di rivederlo in una foto sgranata o in un frammento di archivio, senti quel colpo morbido al petto: non è solo nostalgia della TV che fu, ma di noi davanti a quella TV, più semplici, più complici, più capaci di aspettare. Il Telegattone allora torna a fare ciò che ha sempre fatto: miagolare piano nell’orecchio della memoria, ricordandoti che certi pomeriggi non finiscono davvero, restano appoggiate lì, in bilico tra il bagliore dello schermo e la carezza invisibile del tempo.
E mentre vi lascio con la sigla, mi sono ricordata che ho urgentemente bisogna di ricercare su internet e, in caso affermativo, comprare, una bella t-shirt con il mio Telegattone!