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domenica 20 settembre 2026

Charlotte e la casetta in Canadà con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà

Charlotte è un anime giapponese di genere drammatico di 30 interminabili episodi. Avrete già capito che non è uno dei miei anime preferiti. Mi ostinavo a guardarlo un po' per l'ambientazione esotica che mi affascinava - quella casetta in Canada con tutta la vecchia fattoria degli animali - un po' per l'acconciatura di Charlotte (non ho mai amato portare i capelli raccolti, e le due treccioline laterali erano l'unico vezzo che la mia capigliatura si concedeva), un po' per masochismo, un po' perché non mi piace lasciare le cose a metà, un po' perché veniva trasmesso sulla RAI e quindi era facile da intercettare e incrociare tra un programma ed un altro. E' anche questo uno dei cartoni dove tra lutti, incidenti, malattie, orfani che subiscono soprusi, è meglio guardare toccando ferro ma, in fin dei conti, guardando asetticamente alla trama, non è peggio di Remì, Candy Candy o Isabel de Paris che è la tragedia fatta a cartone. Eppure nessuno di tutti questi mi inquietava come Charlotte. Sarà perché in certi cartoni c'era anche sollievo comico (si pensi alle esibizioni della scimmietta o di Mattia  o le scenette con Clean il procione di Candy), sarà perché in altri cartoni oltre ai momenti di dolore c'erano anche momenti di gioia e serenità, sarà che in altri cartoni la tragedia viene sublimata, diventa epica e commuove, non inquieta. Mi sembra che tutti questi elementi manchino in Charlotte o non sono abbastanza forti: ma sarà soprattutto perché in Charlotte i dialoghi erano farciti di silenzi assordanti, le scene accompagnate da musiche tra il cupo e il drammatico; e i personaggi erano abbastanza impenetrabili - o forse poco caratterizzati - alcuni carogne senza qualità che li potessero riscattare e pertanto alquanto indigesti. Insomma, tutto l'insieme gridava sfiga, miseria, ambiguità. 

La trama, tra vari colpi di scena, è pressoché la seguente: Charlotte Mombanc vive con il suo papà André in un ranch in Canada, precisamente nel Quebéc, e anche lei ha l'abitudine, come Heidi e San Francesco, di parlare agli animali, in particolar modo al suo criceto Spica e l'agnellino ribelle Fiocco. Vive da sola con il papà che, a dispetto della vita semplice che conduce, è il rampollo di una famiglia aristocratica francese. Vivono da soli perché pensano che la sua mamma Simone sia morta. In realtà Simone era stata costretta ad abbandonare marito e figlia dal quel gran classista del nonno, il duca Mombanc. Ben presto nella serie, la verità viene a galla e Simone sta navigando dalla Francia  al Quebéc per ricongiungersi alla sua famiglia quando si verifica, puntuale e ineluttabile come la TARI, l'immancabile tempesta che mette a rischio la vita di Simone e di tutti i passeggeri della nave.
Nel tentativo di salvarla, André prende la sua imbarcazione e naufraga a sua volta perdendo la vita.  Incominciano giorni duri per Charlotte che deve gestire tutta la fattoria a soli 12 anni anziché fare i fit check su Instagram e vedersela anche con il signor Gordon, uno spietato affarista e aspirante sindaco, che mira ad impossessarsi della fattoria. Il signor Gordon è coadiuvato nei suoi scopi dalla famiglia Garson, lavoranti della fattoria di Charlotte, che è composta da personcine e lavoranti della fattoria dei Mombanc che sono autentiche canaglie, prepotenti eppur servili, maneschi, ignoranti e cozzali. Insomma, infamità che scorre nelle vene:  l'unica persona per bene della famiglia è la figlia minore Katy, dal carattere dolce e giusto e così diversa dalla malefica sorella Belle. Tempi duri, quindi, ma Charlotte può contare sull'amicizia e l'aiuto di due giovani: Sandy, un ragazzo del vicinato che vive con suo nonno Melville, un vecchio fattore appassionato di astronomia e Il Cavaliere, un ragazzo biondo e misterioso. E anche di Sammy, figlio adottivo del signor Gordon, di cui quindi non condivide i geni malefici.
A questo punto Charlotte viene avvicinata dallo zio Albert (in realtà dovrebbe essere un cugino del padre, non suo fratello) che vuole portarla in Francia dal nonno dicendole che lì incontrerebbe sua madre, sopravvissuta al naufragio. Una bella panzana che Charlotte scopre quando è ormai sul transatlantico diretto a Parigi, visto che sua madre è in Quebéc e la sta cercando. A Parigi Charlotte si ritrova praticamente prigioniera in una gabbia dorata e al centro di intrighi orditi da Albert per assicurarsi di essere l'unico erede della fortuna dei Mombanc ma anche dal nonno stesso che, pur di ammorbidire la volontà della nipote, restia a rimanere a Parigi, non si fa scrupoli a spacciare per sua madre, un'altra donna, Milene, amica e e complice di Albert, nonché sorella maggiore del Cavaliere, la cui amicizia con Charlotte è un tentativo di rimediare alle cattiverie di sua sorella, già molto tempo prima coinvolta nella separazione tra André e Simone. C'è anche la manifesta ostilità della figlia adottiva del duca, Marie, una ragazza cinica e cattiva mentre un po' di aiuto arriva dal giovane nobile Luis, ribelle e destinato a morire di TBC, che la aiuterà a ricongiungersi con sua madre arrivata a Parigi a cercarla. Senza portarla per le lunghe, Charlotte alla fine, riappacificatasi con il nonno che si intenerisce nel corso della serie e si affeziona sinceramente alla nipote,  si riapproprierà della fattoria, ormai ridotta in miseria, e la gestirà con sua madre, mentre il Cavaliere e Sandy trovano le loro dolci metà rispettivamente in Stella (un personaggio a dir poco secondario) e la perfida Marie, anche lei addolcita dall'aver ritrovato il padre biologico.

Se devo riconoscere un merito alla serie è quello che al di là della prevedibilità del finale (il ricongiungimento con la madre e il salvataggio della fattoria), la trama non la definirei prevedibile, non per lo standard di una cartone. Insomma, la sostituzione di persona e l'anti-stereotipo del nonno manipolatore, non sono elementi proprio scontati. Tuttavia, il risultato non mi è parso soddisfacente, sia per la piega drammatica che la storia prende già dalle primissime puntate, sia per elementi abbastanza casuali nel finale, sia perché sembra prendere in prestito elementi di altri cartoni animati di maggiore successo senza riuscire a creare un mix credibile: il Cavaliere sembra il principe della Collina/Albert  di Candy Candy sia come caratterizzazione che come aspetto fisico, Marie sembra Iriza, il rapporto di Charlotte con gli animali sembra preso da Heidi - si pensi al rapporto che ha con Fiocco di Neve - e la ricerca di un genitore oltreoceano tra intrighi di palazzo sembra preso da Georgie (ma in realtà Georgie è successivo).
E a te Charlotte è piaciuto?

Charlotte
Andrè (padre)
Simone (madre)
Il cavaliere
Sandy
Luis
Sig. Gordon
Sig.ra Gordon
Sammy
Sig. Garson
Sig.ra Garson
Belle
Katy
Melville
il Nonno
zio Albert
Milene
Marie

domenica 13 settembre 2026

Ode ad un mondo che non c'è più

 

Oggi un post troppo attuale e quindi atipico per questo blog, se volete uno sfogo, ma che, nonostante la sua atipicità nel parlarvi del mondo di oggi, per contrasto, vi parla anche del mondo di ieri. Lo faccio abbandonando per una volta i toni leggeri che sono solita usare per lamentarmi da boomer quale orgogliosamente sono di una serie di circostanze poco edificanti che caratterizzano l’attuale quotidianità, cose che nel mondo di ieri sarebbero state semplicemente inaccettabili.

E al centro della graduale rivoluzione che oggi ci fa vivere in modi impensabili ieri c’è lui: il telefono cellulare, quello che tutti abbiamo - anche i bambini in tenera età - e che ci fa sentire connessi con il mondo e chissà perché, facendoci sentire connessi, ci risucchia nell’isolamento sempre più, soprattutto quando si vive in specifici contesti storici (si pensi all’era covid), geografici, ambientali e sociali. Naturalmente, parlo in termini macroscopici, con effetti sul singolo che vanno dal lieve al patologico.

Voglio tralasciare discorsi sociologici sui quali non ho alcun genere di competenze. Come voglio tralasciare discorsi di demonizzazione della tecnologia che, da ingegnere elettronico con specializzazione in telecomunicazioni, susciterebbero non poche perplessità ma se poi ci pensate bene mica tanto: chi meglio di un ingegnere può conoscere tutte le insidie del progresso (controllo, invasione della privacy, impatti ambientali, ecc.) , accanto agli innegabili vantaggi, come ad esempio maggiore sicurezza ed efficienza dei trasporti che, poi, è il settore in cui lavoro?

Ma glissando su tali temi, vasti e complessi, non posso non confrontare quelli che sono i risvolti pratici che segnano la differenza tra due mondi, quello che vivo e quello che questo blog racconta ed omaggia.

A cominciare da quanto è stata dimenticata la buona educazione che ci faceva telefonare a casa delle persone lontani dalle ore dei pasti e del riposo: la portabilità del telefono è diventata automaticamente licenza di chiamare o messaggiare all’ora di pranzo, alle 11 di sera, la mattina prima delle 8 per cose totalmente superflue o magari per ribadire o commentare ulteriormente cose già dette di persona qualche ora prima. Non ci rendiamo conto che quando scriviamo nei gruppi WA  entriamo a tutte le ore, con le notifiche associate ai nostri messaggi, o peggio ancora, a superflue emoticon, nelle case anche di sconosciuti con cui condividiamo solo la scuola dei figli o la palestra alla quale siamo iscritti. E' essenziale mandare un pollice alto su una chat di gruppo alle 2 di notte? E chi sei, un imperatore romano che valuta un combattimento al Colosseo?

Ma questi disagi e disturbi impallidiscono di fronte alla Rottura Suprema®, quella del telemarketing selvaggio operato dai call center, che continuano a chiamare tutti i giorni, per tutto il giorno, nonostante il registro delle opposizioni (devo dire, utile quanto una forchetta per il brodo), filtri antispam, i blocchi, i filtri antispoofing e le ultime novità inserite quest’anno nel cosiddetto Decreto Bollette. Ripenso agli anni della scuola e a come mi fermavo ad immaginare il mio futuro come persona, come donna e come lavoratrice e MAI E MAI E POI MAI avrei immaginato che ci sarebbe stato un tempo in cui avrei iniziato la mattinata puntualmente imprecando al telefono contro sconosciuti, minacciandoli di denunciarli alla polizia postale, augurando loro ogni pestilenza e tentando di farmi passare per una squilibrata nella speranza che nella mia scheda informativa dell’ennesimo call center ci sia scritto “Non perdere tempo, persona in necessità di un TSO urgente”. Già, perché non tutti possiamo astenerci dal rispondere agli sconosciuti, non quando aspettiamo chiamate da strutture sanitarie e uffici pubblici o  per mille altri motivi. E comunque anche la strategia del non rispondere non funziona. Semplicemente non demordono. E allora divento come Daltanious, mi girano le lame boomerang e non ho nessuna comprensione e empatia per gli operatori che, per quanto mi riguarda, sono truffatori complici e causa di una piaga sociale non più sopportabile, peggio della invasione delle cavallette o un’altra qualsiasi delle dieci piaghe di Egitto. Ritengo che ci sia più dignità a prostituirsi per 50 euro per qualche decina di minuti che a truffare la gente per 5 euro l’ora; infatti, solo una di queste due professioni in un certo senso produce benessere, l’altra non produce né beni né servizi, è solo stalking mascherato da lavoro. E non provateci neppure a farmi sentire in colpa per queste parole in nome di una solidarietà per il povero operatore che deve portare il pane a casa: l'operatore sa per chi sta lavorando, conosce il nome della propria azienda e sa che sta mentendo quando ti dice di chiamarti per conto del tuo gestore di energia e che ci sarà un cambio di tariffa o che c'è un problema catastrofico alla centralina per cui "converrebbe migrare verso altro gestore". Sono bugiardi addestrati a mentire, truffatori, maleducati che buttano giù quando messi alle strette ma anche dei cretini che perdono tempo e lo fanno perdere: se una persona non mangia la foglia dopo anni di stalking quotidiano è inutile continuare a chiamarla. Naturalmente parlo di operatori di call center outbound e che lavorano, e lo sanno, presso call center che utilizzano questi sporchi trucchi.

Ce ne sarebbero tanti di temi di cui si può parlare che comparano in modo impietoso il presente con un passato che, anche senza volerlo idealizzare e riconoscendone tutti i limiti, nella mia opinione, ne esce vincitore come fosse un’utopia. Un altro tema è, per esempio, quello di voler essere per forza qualcuno. La ricerca della celebrità a tutti i costi anche quando non si hanno né arte né parte, né, tantomeno, talento e, spesso, neanche una particolare confidenza con la signora Grammatica Italiana. Non partirò con un altro sfogo sul tema, probabilmente vi ho annoiato abbastanza.

Mi limiterò a dare la parola a uno dei pochi artisti veri dei nostri giorni, un raro portatore sano di buon senso. Sto parlando del mio conterraneo Caparezza (che mi onoro di conoscere di persona), che già diversi anni fa, ha previsto e messo in rima l’ambizione e la faccia tosta dell’Uomo Qualcuno.

P.S. Durante la creazione di questo post è stato rilasciato il controllo dei freni inibitori della mia sopita vena polemica.



domenica 6 settembre 2026

Wacky Races, le corse pazze che hanno fatto impazzire il mondo

Ne avevo già parlato in altri post (qui e qui) mostrando delle panoramiche sulla produzione Hanna e Barbera, oggi ne voglio parlare più in dettagli dato che è uno dei classici da me più amati e uno degli argomenti più ricercati su questo blog, stando ai report di Google Analytics. Quindi, soddisfiamo la curiosità di quelli che ricercano "coRse strane", "cartone con cane che ride", "macchina con l'ombrellino parasole" dato che questa ricerca porta a Le corse pazze, o Wacky Races da titolo originali, un cartone che è passato negli annali della storia per la sua comicità e genialità. Ci sono, infatti, cartoni animati che, pur avendo avuto una vita televisiva sorprendentemente breve, sono riusciti a entrare nell'immaginario collettivo e a rimanervi per decenni. Wacky Races è senza dubbio uno di questi. Prodotta dalla già menzionata Hanna e Barbera, la serie debuttò negli Stati Uniti il 14 settembre 1968 e, nonostante fosse composta da soli 17 episodi, divenne rapidamente un fenomeno grazie a un'idea semplice ma geniale: una gara automobilistica senza regole, dove l'obiettivo non era solo arrivare primi, ma farlo tra invenzioni strampalate, tranelli, inseguimenti e situazioni esilaranti.

L'ispirazione arrivava dal film del 1965 La grande corsa (The Great Race), con mostri sacri di Hollywood quali Jack Lemmon, Tony Curtis e Natalie Wood, ma gli autori portarono il concetto all'estremo, popolando la competizione con undici equipaggi completamente diversi tra loro, ciascuno alla guida di un veicolo unico e costruito su misura per rispecchiare la personalità dei propri piloti. Ogni gara attraversa ambientazioni sempre diverse, dalle montagne ai deserti, dalle città alle giungle, trasformando ogni episodio in un'avventura imprevedibile.


Tra tutti i concorrenti, il più memorabile è senza dubbio Dick Dastardly, accompagnato dal fedele cane Muttley alla guida della vettura 00, detta la Macchina Infernale (nell'originale, Mean Machine). Più che vincere con le proprie capacità, Dick è ossessionato dall'idea di sabotare gli avversari, escogitando trappole elaborate che finiscono quasi sempre per ritorcersi contro di lui. E la sua ossessione nel sabotare gli altri è talmente folle che in uno degli ultimi episodi il telespettatore intuisce chiaramente che, alla fine, a Dastardly non interessa neppure vincere, gli interessa il sabotaggio fine a sé stesso: infatti nell'unica puntata in cui ha praticamente vinto, si fa un autosabotaggio a pochi centimetri dalla linea del traguardo.  Le risate sguaiate di Muttley, diventate uno dei marchi di fabbrica della serie, sono ancora oggi immediatamente riconoscibili dagli appassionati e la sua faccia ridacchiante una icona che viene riportata su t-shirt, cappellini, felpe, teli mare e quant'altro.

Accanto ai due "cattivi" sfila un cast di personaggi indimenticabili. Li elenco nell'ordine del numero che è riportato sulla fiancata della loro vettura.
Ci sono i Fratelli Slag, Rock e Gravel, dall'aspetto si direbbe anche cugini di Captain Caveman, due cavernicoli a bordo della preistorica vettura numero 1, la Macigno-mobile (nell'originale, la Bouldermobile): mentre la guidano i due, che si esprimono solo a gesti, si prendono vicendevolmente e alternativamente a clavate. 
Ci sono Big e Li’l Gruesome, che sembrano appena usciti da un film dell'orrore, i due fratelli alla guida della vettura numero 2, il Diabolico Coupé (nell'originale, The Creepy Coupe), un automobile dal design macabro, con delle lanterne al posto dei fari, con il tettuccio sormontato da una torretta gotica circondata da pipistrelli e con un drago sputafuoco a completare il designo. 
C'è il geniale Professor Pat Pending, il cui aspetto incarna tutti gli stereotipi dello scienziato pazzo, capace di trasformare la propria automobile in qualsiasi mezzo immaginabile, non a caso la sua vettura, la numero 3, è battezzata la Multiuso (nell'originale, Convert-A-Car). 
C'è Red Max, chiaramente ispirato allo storico aviatore Barone Rosso, alla guida di una vettura che in realtà, per interpretare la personalità del suo pilota, è un biplano come se ne vedono nei film della prima guerra mondiale ma  dotato di ruote. Questo veicolo aveva il numero 4, era ovviamente rosso, chiamato lo Scarafaggio volante (nell'originale, Crimson haybaler).
C'è la bella, stilosa e vanesia Penelope Pitstop con la sua inconfondibile vettura rosa, una cabriolet  sportiva: è la vettura numero 5 conosciuta come il Vezzoso Coupé (nell'originale, Compact Pussycat), dotata di ombrellino parasole e congegni che le rinfrescano il trucco.
Ci sono il sergente Blast e il soldato Meekly alla guida di una vettura che sembra ottenuta da un carrarmato incrociato con una macchina asfaltatrice, la numero 6 detta Armata speciale (nell'originale, Army Surplus Special)
Ci sono Clyde e la sua banda, nanerottoli vestiti di abiti gessati come appena usciti da un Gangster movie ambientato negli anni '20, alla guida della numero 7, l'Antiproiettile (nell'originale, The Ant Hill Mob in the Bulletproof Bomb). Clyde tratta i suoi uomini con autorità e disprezzo (chiamandoli babbei) e quando hanno bisogno di una propulsione extra, usano i loro piedini che sbucano sotto il veicolo. Baciamolemani!
E, ancora, ci sono Lazy Luke e Blubber Bear a rappresentare il sonnacchioso e pigro montanaro dell'Arkansas  e altre zone montane dove la vita è scandita da ritmi lenti. Essi guidano la vettura numero 8, l'Insetto Scoppiettante (Arkansas Chuggabug), vettura alimentata con una vecchia stufa a legna che fornisce l'accelerazione richiesta alla gara quando esplode.
C'è Peter Perfect, lo stereotipo dell'uomo bello e galante, il damerino dai modi affettati che cerca di conquistare Penelope con la sua perfezione che ho sempre trovato un po' vuota. Peter guida la sua auto d'epoca da competizione dai cilindri dorati, la numero 9 chiamata la Sei Cilindri (nell'originale, la Turbo Terrific).
E, infine, ci sono  Rufus Roughcut con il castoro Sawtooth, rappresentazione dell'America più interna e più rurale, quella dei taglialegna forzuti e rozzi dalle camicie di flanella quadri che vivevano nei boschi. E ovviamente la scelta del castoro non è casuale - niente è casuale nei cartoni H&B - data l'abilità di questo animale nel rodere legna e costruire come un vero ingegnere di cui indossa il cappello da cantiere. Essi erano alla guida della numero 10 la Spaccattutto (nell'originale, Sawtooth in the Buzz Wagon) le cui ruote s dentate come il profilo di una sega.
Numero 00 - La macchina infernale
Dastardly e Muttley
Numero 1 - La macigno-mobile
Rock e Gravel Slag
Numero 2 - Il diabolico coupé
Big e Lil Gruesome
Numero 3 - La Multiuso
Pat Pending
Numero 4 - Lo scarafaggio volante
Red Max
Numero 5 - Il vezzoso coupé
Penelope Pitstop
Numero 6 - L'armata speciale
Sergente Blast e soldato Meekly
Numero 7 - La antiproiettile
Clyde e la sua banda
Numero 8 - L'insetto scopiettante
Lazy Luke e Orso Blabber
Numero 9 - La Sei Cilindri
Peter Perfect
Numero 10 - La Spaccatutto
Rufus Roughcat e il castoro Sawtooth
L'iconico
Ghigno di Muttley



Come già ribadito, niente nei prodotti Hanna & Barbera è frutto di una scelta casuale, i nomi, i dialoghi, i dettagli e Wacky Races, non solo non è una eccezione, ma è forse il più fulgido esempio di come i nomi  delle auto e relative scuderie, i dettagli costruttivi delle vetture, rappresentino una serie di personaggi sterotipati (il militare, il mostro, il gangster, ecc.) e dei luoghi da cui provengono.
E anche i nomi dati ai concorrenti obbediscono a tale legge. Rock e Gravel Slag sta letteralmente per "Scoria di Roccia e Ghiaia", nome molto evocativo della Età della Pietra da cui i protagonisti provengono. Big e Lil Gruesome sta letteralmente per "Grande e Piccolo Spaventoso". Pat Pending sta letteralmente per "In attesa di Brevetto" (Pat è usato come diminutivo di Patent). Red Max richiama Red Baron, come già detto. Penelope Pitstop è un chiaro riferimento alla sosta ai box. Blast e Meekly indicano chiaramente chi dei due umilia l'altro (to blast, "blastare") e chi dei due è quello sottomesso (meek, "mite").  Ant Hill Mob sta per "la banda delle formiche": mob in particolare intende banda mafiosa, il riferimento alle formiche potrebbe essere legato alla statura degli uomini della banda e al modo veloce di "zampettare" con le gambe per accelerare. Lazy Luke e Blubber Bear sta letteralmente per "Luke il pigro e l'orso grasso".  Peter Perfect ovviamente ne sottolinea la perfezione, ma io l'ho sempre trovato un po' troppo pieno di sé. E Rufus Roughcut abbina il nome Rufus ("dai capelli rossi") un cognome che ne sottolinea la rudezza ("tagliato con l'accetta") mentre il nome del castoro è letteralmente "Dente di sega". E naturalmente i nomi dei protagonisti più centrali non possono essere lasciati a caso: Dastardly significa infatti "infame" e Muttley deriva da "Mutt" che sta per cane bastardo. Che capolavoro! Adoro!

Ricordo ancora certe domeniche mattina in trepidante attesa della voce di Ferruccio Amendola che, da voce narrante per le prime 14 puntate (poi sostituito da Pino Locchi), introduceva il telespettatore alla corsa, elencando vetture e personaggi e anticipando già che Dastardly userà sporchi trucchi e decretando alla fine "Inizia l’avventura del Wacky Races!"

Uno degli aspetti più curiosi della serie è che, pur essendo stata realizzata in un numero limitato di episodi, è stata trasmessa e ritrasmessa per decenni in tutto il mondo, diventando un classico dell'animazione.  Il successo fu tale da dare vita agli spin-off Dastardly e Muttley e le macchine volanti e Le avventure di Penelope Pitstop, mentre nel 2017 la serie è stata riproposta in una versione moderna che ha mantenuto lo spirito originale aggiornandolo per le nuove generazioni.

A distanza di oltre mezzo secolo, Wacky Races continua a essere ricordato con affetto perché rappresenta un'epoca dell'animazione in cui bastavano fantasia, personaggi ben caratterizzati e tanto umorismo per creare un capolavoro destinato a non invecchiare mai. Le sue corse impossibili, i veicoli assurdi e la continua rivalità tra Dick Dastardly e gli altri piloti hanno fatto sorridere milioni di spettatori e continuano ancora oggi a conquistare chi scopre per la prima volta questo piccolo grande classico della televisione.
Curiosità: in rete sono reperibili le foto di almeno una parata di automobili che riproducono i veicoli del cartone guidate dai rispettivi cosplayers.

domenica 30 agosto 2026

La balena Giuseppina e il mio vegetarianismo intermittente

La balena Giuseppina (Josephina the Whale) è un anime ambientato a Tokyo...ah no, big surprise, a Madrid, e chi lo avrebbe mai detto, un cartone giapponese non ambientato nella capitale nipponica. Sì direte... ma in realtà, non è l'unico, c'è per esempio, Belle e Sebastien che è ambientato sui Pirenei, Lady Oscar e il Tulipano nero a Parigi, Candy negli Stati Uniti e Regno Unito. Sì, ma in questi casi il contesto geografico/storico è funzionale alla storia, nella balena Giuseppina, no. 
Questo anime racconta la storia di una amicizia tra Choppy, un bambino buono ma fifone, e Giuseppina, una balena magica che solo lui può vedere e con la quale lui può parlare, cavalcarne il dorso in magiche avventure per poi rimpicciolirsi e vivere nel bicchiere di acqua sul comodino del suo amico umano. Insomma, la classica, seppur insolita, amica immaginaria.
E' una storia di crescita persona di Choppy (vero nome Santiago detto Santi) verso l'assertività,  il superamento delle proprie paure  e la gestione dei conflitti familiari in una casa dominata da genitori un po' austeri, nonché i conflitti a scuola dove Choppy è alle prese con i bulli. Temi molto delicati eppur comuni nei quali molti bambini e ragazzi più timidi e timorosi si saranno identificati e che comunque abbracciano un po' tutte le sfide che accompagnano la fanciullezza dei più. Ad addolcire l'atmosfera c'è la figura affettuosa della nonna che ha un rapporto speciale con Choppy e quindi verrà affrontato anche il tema della perdita della figura di riferimento più importante quando la nonna passerà a miglior vita e Choppy dovrà anche combattere, insieme a Giuseppina, affinché la sua anima non sia rubata da Satana. La transizione di Choppy da bambino all'adolescenza è scandita da una nuova amicizia, quella con la coetanea Serya, che, con il suo affetto e amicizia, andrà progressivamente a rimpiazzare il ruolo di Giuseppina, la quale, terminato il suo compito di fare di Choppy un ragazzo più maturo e coraggioso, gli dirà Addio e ritornerà nel suo mondo magico. E infatti Addio Giuseppina! è l'altro nome con cui è nota la serie In tutto questo Giuseppina, a mio parere, impersonifica il potere della immaginazione. E' l'immaginazione che accompagna i bambini nella crescita e li aiuta a superare i momenti difficili ma, una volta cresciuti, non c'è più molto spazio per lei, per lo meno, per alcuni continua ad esserci e ad esprimersi attraverso l'arte e attività creative, ma perde quel ruolo di compagna di vita.
In questa immagine ci sono quasi tutti i personaggi: dall'angolo in basso a sinistra in senso orario, la nonna di Choppy, suo padre, sua sorella Rosy, Choppy, sua madre e infine la cameriera Cinzia. E, naturalmente, Giuseppina al centro. 


 Fra i ricordi più legati a questo cartone che guardavo su TeleNorba ci sono:
- il fatto che quando andavo a letto pensavo a quanto sarebbe stato bello poter dormire con accanto, sul comodino, un animaletto in miniatura che vegliasse su di me, come Giuseppina, rimpicciolita e in un bicchiere d'acqua, vegliava sui sogni di Choppy. 
- la puntata in cui Choppy rifiutava di mangiare carne perché nel piatto, giustamente, ci vedeva un animale come lo era la sua amica Giuseppina e i parenti - soprattutto la nonna che doveva essere un po' pugliese - a cercare di forzarlo di mangiare che poi non cresci. Allora non lo sapevo ma quella puntata mi avrebbe segnato per tutta l'esistenza facendomi essere una onnivora con eterno senso di colpa. Non voglio ironizzare sul tema, solo raccontare la mia esperienza con il mio stile che è sempre un po' leggero e umoristico: in realtà, io ho grande rispetto per vegetariani e vegani e mal supporto l'odio gratuito che spesso, con facili battute, si accanisce contro di loro in vari contesti sociali, soprattutto sul web. Li rispetto perché sono riusciti a fare quello che a volte ho tentato di fare senza successo: rinunciare alla carne. Non perché sia un tipo di piatto che gradisca particolarmente (cioè, impazzisco per pesce, crostacei e frutti di mare, anche crudi, ma della fettina di vitello il mio palato ne potrebbe fare volentieri a meno) ma perché per quanto mi piaccia cucinare e prediliga verdure e prodotti vegetali, il vegetarianismo è una scelta che impatta fortemente l'organizzazione domestica quotidiana. A volte, un panino al salame o un petto di pollo ai ferri diventano un salva cena rapido per chi è sempre di fretta o in viaggio. Una volta sono riuscita a portare avanti il mio proposito di diventare vegetariana per diversi mesi - diversi mesi in cui sulla mia tavola sono apparsi nuovi ingredienti come Quinoa, Miglio, Tofu, Bulgur - ma la prima trasferta lavorativa a Bologna mi ha fatto capitolare: in mensa l'unica alternativa alla carne era...il prosciutto!! Poi ci si è messa anche l'insulino-resistenza che mi fa ingrassare ogni volta che solo guardo pasta e pane. Quindi, ci ho rinunciato, ho trovato un equilibrio nel consumare carne e pesce consapevolmente, senza sprechi e facendo scelte di acquisto che, se non possono evitare una triste fine ai poveri animali, almeno evitino una triste vita nel mezzo. Mi rendo conto che sto parlando troppo di me, non è mia abitudine farlo su questo blog dove il prodotto, che sia un cartone o un fenomeno pop, è sempre quello al centro del post: mi sono fatta trasportare dall'onda dei ricordi, ma ho anche voluto testimoniare quale impatto un semplice cartone possa avere sull'intera esistenza di una bambina che lo guardava. Vi lascio con le sigle meravigliose del cartone, in particolar modo quella di coda, che devo ammettere mi commuove, nonostante io non sia una persona portata ai sentimentalismi.





domenica 23 agosto 2026

Carletto il principe dei mostri che, tra risate, educa al rispetto della diversità

Oggi parliamo di un anime popolarissimo nonostate nel nostro Paese sia stato relegato alle TV locali: Carletto il principe dei mostri. Un cartone molto popolare non solo in Italia ma anche nel resto dell'Europa, distribuito anche in Paesi dove molti altri anime per noi imprescindibilmente legati all'infanzia non sono mai arrivati. Come dice il nome stesso, il protagonista di questo anime è Carletto (Taro nell'originale), il principe di un regno, Mostrilandia, abitato da vampiri, licantropi e tutti i classici mostri del mondo horror. Ma Carletto De Mostris - questo il nome per intero - vive in Giappone, è sulla Terra per una sorta di vacanza studio finalizzata a conoscere meglio gli umani (e un po' per sfuggire all'autorità di una padre austero), in una dimora chiaramente spaventosa, insieme ai suoi tre amici e sottoposti, Frankstein (detto Frank), il maggiordomo in stile Lurch della famiglia Addams, che si esprime con il solo suono "Mehehe", il conte Dracula dall'accento francese e la R moscia e il cuoco uomo-lupo (detto Wolf) dal marcato accento TETESCHO. Il cartone animato è uno dei più esilaranti e comici del panorama degli anime a dispetto e in contrasto con l'ambientazione horror, per tutta una serie di facili equivoci che si sviluppano puntata per puntata. In realtà ogni puntata è composta da due storie brevi, quindi potremmo dire che le 94 puntate si traducono in 188 episodi. Storie in cui Carletto dapprima sviluppa un'amicizia con Hiroshi, un bambino del vicinato sveglio e intraprendente anche se all'inizio scioccato e intimorito dalla banda di mostriciattoli:  successivamente, insieme a Hiroshi, è coinvolto in tante storie di vita quotidiana ma bizzarre e surreali, interagendo con una miriade di personaggi che abitano il quartiere oppure vengono da Mostrilandia. A dispetto della natura di mostri, Carletto, Frank, Lupo e Dracula sono tutti personaggi buoni e positivi. Certo, Carletto a volte può essere dispettoso, capriccioso e vendicativo ma in generale è mosso da buone intenzioni, Frank è semplicemente il goffo maggiordomo più pacifico del mondo, Wolf a volte è nervosetto ma si spende sempre per tutti e Dracula, chiamato anche semplicemente il Conte, beve succo di pomodoro anziché sangue umano ed è trés chic. La banda non nega mai il suo aiuto a chi glielo richiede, il più delle volte Hiroshi, spesso alla prese con una sorella Sis incontentabile, ma anche alcuni ospiti da Mostrilandia che si portano dietro sulla Terra qualche triste storia. E a quest'ultimo proposito, i mostri di Mostrilandia hanno personalità completamente diverse: alcuni buoni, alcuni cattivi, alcuni animati da buone intenzioni, alcune venuti con il manifesto desiderio di fare del male, alcuni piagnoni, alcuni divertenti, alcuni incapaci, alcuni brillanti, a dimostrare che persino in altri mondi, tutto il mondo è Paese, mai generalizzare, concetto che si integra perfettamente con il tema del cartone che è quello di superare la paura della diversità per scoprire che l'amicizia è possibile anche tra persone che vengono da mondi diversi. Tema già visto con Ransie la Strega, cartone dalla struttura e trama molto differenti, ma con cui  questo anime condivide molte cose a partire dalla presenza di queste creature mutuate dalla letteratura classica dell'orrore, la comicità e il messaggio inclusivo. Ma torniamo alla quotidianità di Carletto e i mostri che vivono in casa con lui: tutti hanno dei poteri che devono cercare di nascondere per una pacifica accettazione e convivenza nel quartiere, motivo per cui Frank, Wolf e Dracula si fanno vedere in giro il meno possibile e, in particolare Wolf, deve essere attento ad una repentina manifestazione della luna piena che lo trasformerebbe in licantropo davanti a tutti. Compito più semplice per Dracula che, come da tradizione vampiresca, esce solo di notte o per Frank che è timido di natura e quindi preferisce passare il tempo in casa. E ancora più semplice per Carletto che ha le sembianze a tutti gli effetti di un bambino al netto delle orecchie ad antenna parabolica e l'outfit ridicolo, sembianze quasi normali dietro le quali si nascondono poteri straordinari: può allungare gli arti di lunghezze considerevoli e può cambiare l'aspetto della sua faccia in qualsiasi cosa, semplicemente strofinandosela. Abbastanza semplice è immaginare come le varie trasformazioni della faccia di Carletto costituiscano momenti di pura ilarità. Che altro aggiungere oltre, al solito, proporre la galleria delle foto dei personaggi e la sigla, questa volta due, perché c'è ne è una di testa e una di coda e tutte e due meritano!!
Ah ecco, non tutti sanno che il cartone di Carletto è basato su una manga degli stessi creatori di Doraemon, Nino il mio amico ninja e Superkid ossia Hiroshi Fujimoto e Motoo Abiko che hanno collassato i loro nomi in un unico pseudonimo: Fujiko Fujio.  Sulla base di questo manga, prima della serie TV a colori, era stata realizzata una serie in bianco e nero mai arrivata in Italia.
Non si finisce mai di scoprire nuove cose su questo blog, vero?
I personaggi principali, da sinistra a destra: la sorella di Hiroshi (notate la somiglianza con i personaggi femminili di Doraemon e Nino), Lupo/Wolf, Frank con in spalla Hiroshi a sinistra e Carletto a destra, il Conte.
Sigla di apertura (bellissima la intro dei fiati presente nella canzone completa ma tagliata nella versione televisiva) e chiusura, da guardare su Youtube, cliccando sull'immagine, perché i contenuti non possono essere visualizzati su questa piattaforma:








domenica 16 agosto 2026

Ernesto Sparalesto ma mica tanto

Continuo ad aggiornare questo blog nell'ottica di fornire una lettura di intrattenimento varia e - spero - mai noiosa, alternando oggetti e fenomeni degli anni '80, con cartoni animati giapponesi, i cosiddetti anime, e con cartoni provenienti da altre parti del globo e pertanto concepiti e costruiti in maniera totalmente diversa dalla copiosa produzione made in Sol Levante. Spero in questo modo di suscitare curiosità verso l'imprevedibile argomento del post successivo. Oggi, in virtù di questo criterio di alternanza, vi parlerò di un altra delle produzioni Hanna e Barbera, Ernesto Sparalesto al secolo Quick Draw McGraw ossia McGraw dall'estrazione (della pistola, NdA) rapida. Un nome che ci introduce subito al contesto del cartone: il vecchio caro Far West dove i vecchi pistoleri si sfidavano a chi lo tirava fuori prima (come avrebbe detto Camilleri, il revorbaro, NdA). Ernesto è un cavallo bianco antropomorfo (che altro animale scegliere nel far west?), indossante cappello da cowboy, fazzoletto al collo e cinturone; egli riveste i panni di uno sceriffo un po' imbranato (riesce anche a spararsi addosso da solo) coinvolto in mille avvenuture western insieme al suo vice Babalù, un asinello messicano, come si percepisce dall'accento spagnolo e dall'immancabile sombrero sulla testa, fisicamente piccolo e goffo, ma più furbo ed efficiente di lui. Lo sceriffo però ha anche una identità segreta, una sorta di parodia di zorro, che usa quando le cose si mettono male con i fuorilegge di turno: El Kabong, un eroe con mascherina nera, cappello sombrero cordobés (il tipico cappello nero di feltro con corona piatta e cordoncino sotto il collo usato appunto da zorro), mantello nero e chitarra classica usata come arma. 

Il cartone veniva trasmesso con altri due cartoni, arrivati in Italia con i nomi di "Tatino e Papino" (Auggie doggie & Doggie Daddy) e "Snooper e Blabber", all'interno di uno show, il Quick Draw McGraw Show, sponsorizzato dalla Kellogg's. Come tutti i cartoni di Hanna e Barbera, l'effetto comico è nei dettagli paradossali, come ad esempio, il fatto che lo stesso Ernesto, pur essendo un cavallo, cavalchi altri cavalli, che per essere cavalcabili, vengono disegnati in maniera realistica, non antropomorfi, come nell'immagine a destra, dove guida una diligenza, scena tratta dalla sigla.
Una curiosità, nel doppiaggio originale, sia Ernesto che Babalù hanno la voce dello stesso doppiatore, Daws Butler, che ha prestato la voce a numerosi personaggi delle serie Hanna e Barbera.
Altri personaggi sono il cane Snuffles sempre in cerca di biscotti e Sagebrush Sal, umana, interesse amoroso di Ernesto. Ernesto e il suo vice Babalù fanno parte dell'Allegra banda di Yoghi e si ritrovano, pertanto, in tale cross-over ad interagire con altri personaggi Hanna & Barbera come Svicolone, Braccobaldo Bau, ecc. E poi ci sono altri umani che interagiscono con questi animali, alla pari, come se fossero tutti una una unica specie, tra cui diversi fuorilegge con fattezze simili a Clyde di Wacky Races.
Questi i personaggi:

Ernesto Sparalesto
Babalù
El Kabong
Snuffles
Sagebrush Sal
I protagonisti dello show
Siglaaa!

domenica 9 agosto 2026

Pompeo e Carlotta: due simpatici paperi nel cassetto della memoria


Tempo fa, prima degli orribili reality che hanno infestato la TV prima della tv trash del dolore e prima della TV  delle poste e delle lettere dove la gente va a mettere in piazza i fatti propri, la televisione italiana riusciva a entrare nelle case con semplicità, fantasia e personaggi capaci di diventare veri compagni di infanzia. Erano gli anni ’80, un decennio fatto di colori vivaci, sigle indimenticabili e programmi che il sabato sera riunivano tutta la famiglia davanti al televisore.

Tra i ricordi più teneri di quell’epoca ci sono sicuramente loro: Pompeo e Carlotta, due buffi pupazzi che conquistarono il pubblico di Fantastico 6, lo storico varietà del sabato sera della Rai.

Pompeo e Carlotta erano una coppia di paperi animati, creati per accompagnare il programma e diventare le sue mascotte. Pompeo era il simpatico papero azzurro, mentre Carlotta era rosa, con il suo immancabile nastrino verde e un aspetto dolce e riconoscibile (sì, all'epoca non si usava lo schwa e l'azzurro significava inequivocabilmente maschio e il rosa inequivocabilmente femmina). Due personaggi semplici, ma proprio per questo capaci di entrare nell’immaginario dei bambini dell’epoca.

A dare loro una marcia in più furono anche le voci: Pompeo era doppiato da Franco Latini, una delle grandi voci della televisione e del doppiaggio italiano, mentre Carlotta aveva la voce di Cristiana Lionello. Le loro gag e i loro interventi contribuivano a rendere più leggero e familiare il grande spettacolo del sabato sera.

Uno degli elementi che rende ancora oggi memorabili questi due personaggi è la loro sigla, “Sole papà”, interpretata proprio dai doppiatori dei pupazzi e pubblicata anche su disco. Una di quelle canzoni che, per chi era bambino negli anni ’80, basta sentire per riaprire immediatamente una finestra sui ricordi.

Come spesso accadeva in quel periodo, il successo televisivo arrivò anche nelle camerette dei più piccoli: furono prodotti pupazzi e giocattoli dedicati a Pompeo e Carlotta, oltre ad altri gadget che trasformarono le due mascotte in veri oggetti del desiderio. E sinceramente una di queste coppie di pupazzi di plastica che invasero i mercatini finì nella mia cameretta, come testimonia una mia vecchia foto, sistemati sul pavimento. Li sistemai sotto la mia tastiera elettronica ma non ci rimasero a lungo: sparirono da un giorno all'altro come il resto dei pochi giocattoli che avevo, probabilmente andarono a fare compagnia nell'indifferenziata alla bambola di Candy Candy infermiera, ad Amy di Holly Hobbie, alla bambolina nera con il vestito di lana souvenir di Loreto, ak pierrot sulla mezzaluna e lì aspettarono per qualche anno l'arrivo del peluche di Yattabuta. Insomma, in tempi insospettabili, quando l'arredamento minimalista o zen non erano ancora di moda, quando decluttering era un termine sconosciuto,  anche Pompeo e Carlotta furono travolti dalla furia pulitrice di madre-l'essenziale-è-invisibile-agli-occhi© che nottetempo buttava via tutto quello che trovava in casa, soprattutto se non erano oggetti suoi, perché le inutili bomboniere di porcellana, quelle, invece, cì che sono sopravvissute fino ai nostri giorni.  Scusate lo sfogo, ma sono traumi mai completamente elaborati. A mettere sale sulle ferite e dita nelle piaghe, una puntata che ho visto recentemente di Cash or Trash dove un partecipante aveva portato una coppia di questi pupazzi molto simile a quella che avevo anche io: e i 5 mercanti che si prodigavano in complimenti a profusione per la chicca portata all'asta ... e i mei gettati nell'immondizia senza pietà.

Ma mettiamoci una pietra sopra e torniamo ad oggi. Oggi, quelle immagini, forse possono sembrare banali rispetto agli effetti speciali e alla tecnologia degli spettacoli moderni. Eppure proprio quella semplicità aveva un fascino speciale: bastavano due pupazzi, una bella canzone e un po’ di fantasia per creare un ricordo destinato a durare.

Pompeo e Carlotta rappresentano perfettamente lo spirito della televisione anni ’80: allegra, colorata, familiare e capace di far sentire grandi e piccoli parte dello stesso spettacolo. Per molti bambini di allora non erano soltanto due pupazzi, ma due amici arrivati direttamente dal piccolo schermo per accompagnare un’epoca che ancora oggi continua a far sorridere.





domenica 2 agosto 2026

Il gioco del 15, un intelligente passatempo da rispolverare sotto l'ombrellone



Negli anni della mia infanzia, bastavano quindici tessere numerate e un quadratino vuoto per tenerci incollati per ore. Il mitico gioco del 15 era uno di quei passatempi che sembravano semplici... finché non provavi davvero a rimettere tutti i numeri in ordine, facendoli scorrere uno accanto all'altro, in verticale e orizzontale, attraverso le scalanature incise su ogni tessera. Un altro gioco da fare in solitaria.

La cosa curiosa è che molti di noi lo associano agli anni '80, quando era presente in tantissime case, nelle edicole, nelle cartolerie e persino come gadget promozionale. Ricordo di averne viste, nel corso degli anni di tanti colori ma anche di tante versioni: inizialmente le tessere erano semplicemente numerate, poi si sono evolute in parti di un puzzle che veniva ricomposto solo con la sequenza corretta. E molte piccole aziende locali (mobilifici, serramenti, ...) li distribuivano gratuitamente per farsi pubblicità: infatti ricomponendo le tessere nell'ordine corretto veniva fuori il loro logo con eventuale slogan e dati di contatto. Ricordo anche che era molto spesso in regalo con le riviste di enigmistica e contenuto nei loro involucri di plastica trasparente. Eppure la sua storia è molto più antica: nasce alla fine dell'Ottocento, quando divenne una vera mania internazionale. Si racconta che milioni di persone cercassero di risolverlo, tanto che giornali e matematici iniziarono a studiarne i segreti.

Il bello è che non tutte le configurazioni sono risolvibili: esistono combinazioni che, per precise ragioni matematiche, non potranno mai essere riportate all'ordine. Un dettaglio sorprendente per un gioco così essenziale.

Forse è proprio questo il suo fascino. Nessuna batteria, nessun display, nessuna connessione. Solo pazienza, logica e quella sottile soddisfazione quando, dopo decine di mosse, anche l'ultima tessera trovava finalmente il suo posto. A dimostrazione che quando alla base c'è un'idea geniale, non servono grafiche 3D, miniature, un complesso set di regole e stress da luce blu per gli occhi, per fornire un gioco che sia intrattenimento puro. Un intrattenimento che ti potevi portare ovunque, persino più portabile del cubo di Rubik, dato che per l'esiguo ingombro e peso, potevi portarlo nella borsa, nel marsupio e persino in tasca, ai giardinetti come sotto l'ombrellone. Sicuramente lo preferivo all'immobile Barbie o alla noiosa bambola da pettinare e ripettinare.

Per me resta uno dei simboli degli anni '80: non perché sia nato in quel decennio, ma perché è lì che è entrato nei ricordi di un'intera generazione, trasformando un'invenzione di oltre un secolo prima in un piccolo rito quotidiano.

E voi? Quante volte avete pensato: "Ancora una mossa e ci riesco"... per poi ricominciare da capo?

domenica 26 luglio 2026

Judo boy alla ricerca con l'occhio perduto

Ad avvicinarmi a questo cartone animato e - in età adulta - è stata la sigla, con quel riff riconoscibilissimo e orecchiabile , sigla rifatta a parodia come "Ammazzacristina" dei mitici Gem boy che mi ha fatto scompisciare (mi scuso io al posto degli autori del video per le immagini totalmente fuori contesto, non ho trovato di meglio). Da bambina non mi aveva mai attirato più di tanto, vuoi per la programmazione discontinua, vuoi per la qualità dell'animazione. Non che naturalmente fossi una esperta di animazione - e non lo sono neppure adesso - non che mi mettessi a "valutare" la qualità del prodotto prima di guardare qualcosa in TV, ma è possibile che abbia notato i frequenti fermo immagine e le urla fuoricampo non coordinate con le immagini e questo abbia influenzato le mie preferenze. O, ancora più probabile, c'era l'Uomo Tigre alla stessa ora su un'altra TV locale. Fatto sta che ero già adulta e già laureata quando sono venuta in possesso della collana di DVD di Judo Boy e ho deciso che era finalmente tempo di guardarla. L'anime, in 26 episodi e risalente al 1969, ripercorre la storia di Sanshiro, talentuoso lottatore, alla ricerca dell'uomo che aveva ucciso suo padre, anche lui esperto di arti marziali e fondatore di una valente scuola di arti marziali, probabilmente colto alla sprovvista. Unico indizio in questa ricerca un occhio di vetro trovato vicino al corpo del padre, da cui il titolo di questo post. Da quel momento, l'assassino diventa noto al pubblico come "l'uomo da un occhio solo" (dando per scontato che l'uomo non abbia rimpiazzato l'occhio di cristallo con uno nuovo o che non abbia perso anche l'altro... dettagli..) . Sanshiro si mette in viaggio con la sua motocicletta 10 HP per cercarlo in lungo e largo per tutto il Giappone, in compagnia di Ken, un bambino vagabondo e vivace che rappresenta il sollievo comico della serie, e il di lui cane bassotto e "accappellato" Bobo. Motivo ricorrente nella serie è l'incontro con qualche bella ragazza dall'acconciatura bizzarra, alcune ritornano ciclicamente (Luna e Mayuri) con cui Sanshiro sviluppa una amicizia, prima di doverle dire addio per tornare con ostinazione alla sua missione. Di volta in volta, il protagonista incontrerà un uomo con un solo occhio o un occhio bendato e lo affronterà a colpi di judo...ah, no, più jujitsu... per scoprire che in realtà non era quello il suo uomo: ma poco male, era comunque un cattivo, molto spesso a capo di una banda di criminali, da eliminare a prescindere. Dinamica che si ripete fino alla fine: persino nell'ultimo episodio, Sanshiro non ha trovato l'uomo giusto e andrà via verso il sole per continuare la sua ricerca ormai ossessiva. Il tema interessante e originale che viene approfondito nell'anime è quello della vendetta cieca e di quanto sia lecito usare la violenza per combattere la violenza. Tema ripreso dalla sigla scritta e musicata da, rispettivamente, nientepopodimeno di Andrea Lo Vecchio e di Detto Mariano che con quel ritornello, "Judo boy, Judo boy, lo sappiamo che per te ha importanza; Judo boy, Judo boy, ma non usare la violenza; Judo boy, Judo boy, il tuo dolore ti ha accecato; Judo boy, Judo boy, non diventare come lui", faceva riflettere noi pargoli su come la sete di giustizia possa diventare un desiderio di vendetta tale da snaturarci e di privarci di trovare pace, di tornare a una vita normale, cosa sottolineata dal finale incompiuto. L'anime, della casa Tatsunoko come riconoscibile dal tipico occhietto furbo condiviso con la faccia di Kyashan, Tekkaman, Polymar, ecc. - ha titolo originale Sanshiro Kurenai ossia Sanshiro il Rosso perché prima di combattere indossa - praticamente Ken glielo lancia al volo - il suo kimono scarlatto, ricordo della sua madre defunta, che lo cucì per lui. Il titolo italiano è invece inaccurato in quanto la tecnica di lotta non si avvicina per niente al judo ma più a un insieme di tecniche tra cui il jujitsu (come accennato prima). Se non ricordo male, nel cartone animato stesso si parla di un metodo di lotta messo a punto dal fondatore della scuola, attingendo a diversi stili, il Kurenai® (qualcuno può confermare questo mio ricordo?). Ma Judo boy è corto e suona meglio. 
I personaggi: sono riconoscibili Sanshiro, suo padre bonanima RIP,  di nuovo Sanshiro con Ken, Bobo e credo Luna, e poi Mayuri con Ken (ditemi se confondo le ragazze...)


Sigla!