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domenica 31 maggio 2026

Pollon e la mitologia greca in TV

Da piccolina, quando la stagione non consentiva di stare tutto il giorno a giocare per strada con la mia banda di teppistelli, essendo l'austera casa in cui vivevo praticamente priva di giocattoli (solo poche bambole da esposizione), nelle fasce orarie in cui non c'erano cartoni in TV, mi assaliva una noia mortale. Se provavo a lamentarmi mia madre mi metteva a spuntare i fagiolini o a sgranare i piselli, cosa che infatti da adulta detesto fare nonostante la mia passione per la cucina; per cui per non venire impegnata in questa attività a bassissimo valore aggiunto, facevo due cose: 1) mi leggevo delle pagine a caso della enciclopedia (motivo per cui oggi ritengo di avere una infarinatura su un po' tutto il campo dello scibile); 2) mi leggevo il libro di epica di scuola media che era stato di mio zio.

E sì perché una volta a scuola si studiava e anche materie impegnative, già dai primi anni del percorso scolastico, non era tutto ridotto ad attività creativa. Adoravo quel libro dove ho imparato la mitologia greca a partire dalle origine, molto prima di Zeus con tutti gli dei dell'Olimpo, da quando il cielo (Urano) si era unito con la Terra (Gea), poi c'erano state le guerre tra titani da loro generati e in fine Cronos si era unito a Rea dando origine a tutta la stirpe degli Dei. Una storia che se ci pensate, anche dal punto di vista filosofico e fisico, è una davvero affascinante. In realtà il libro raccontava anche di altre mitologie, come quella nordica, la storia di Odino e i Nibelunghi, ma la mitologia greca rappresentava il cuore del libro con una miriade di leggende e personaggi.

Figuratevi quindi che gioia quando su Italia 1 è apparsa lei, Pollon, a raccontare e a rammentarmi, in realtà con qualche deviazione dalla mitologia classica, le storie quotidiane di questi Dei bellocci ma con le caviglie a tronco d'albero. E con tanta ironia, a partire dal fatto che sono bellocci tutti tranne lui, Eros, il Dio dell'amore, un mostriciattolo con un ombelico fuori come un balcone.

C'era una volta...Pollon è un anime di 46 episodi che ha appunto come protagonista Pollon, la figlia di Apollo, come lei sempre ci ricorda canticchiando la sua voce stonata mentre tutti gli esseri viventi intorno a lei, umani, divinità, semidivinità, animali e persino vegetali si tappano le orecchie. Lei è una bambina sveglia, scaltra, intelligente, curiosa e intraprendente che vive con un papà simpatico ma un po' irresponsabile e pasticcione che ogni giorno si alza troppo tardi per gli standard che il suo lavoro richiede: infatti a bordo di un carro guidato dall'asino triste e stressato Dosankos dovrebbe tutti i giorni trasportare il sole dal deposito al cielo per riportarlo in deposito alla sera. Ma a causa della sua pigrizia, spesso il giorno non fa mai giorno, costringendo Artemide, la dea della Luna, a fare straordinari per rimanere in attesa del cambio turno. Pollon insieme al suo migliore bistrattato amico Eros è coinvolta in mille avventure attraverso le quali ci vengono raccontate, con qualche licenza poetica, le classiche storie della mitologia greca: Giasone alla ricerca del Vello d'Oro, Arianna e Teseo nel labirinto del Minotauro, il furto del fuoco da parte di Prometeo, la punizione di Atlante, la seduzione di Leda da parte di Zeus, la discesa negli inferi da parte di Perseo, il mito di Narciso trasformato in un fiore o di Re Mida che trasforma tutto in oro. Ovviamente, l'esuberanza di Pollon, rende la storia più scoppiettante, perché il tentativo di Pollon di aiutare chiunque incontri finisce spesso che combinare guai. Ma lei deve sempre aiutare e farsi coinvolgere in qualsiasi faccenda un po' per altruismo un po'  perché - inizialmente priva di poteri - vuole convincere nonno Zeus a essere trasformata in una vera dea. Attorno a questo nucleo centrale vengono poi osservate virtù e soprattutto vizi delle divinità che abitano l'Olimpo: l'infedele e donnaiolo Zeus che deve fare i conti con l'ira e la gelosia della violenta consorte Era, nonna dalle calze a rete, Afrodite sempre esageratamente attenta alla cura del suo aspetto, Apollo di cui abbiamo già è stato detto, Atena spietata e vendicativa, Poseidone il gigante buono fifone che non sa nuotare, Efesto marito per contrasto di sgradevole aspetto di Afrodite, la Dea delle Dee che guida Pollon nel suo percorso per diventare una Dea, un po' come la Fata Turchina fa con Pinocchio nel percorso per diventare umano. C'è infine il narratore Azuma-Mushi un insetto antropomorfo (Mushi significa insetto) che è probabilmente la caricatura dell'autore del manga, Azuma Hideo.

Che altro aggiungere? La polvere magica con cui Pollon da a tutti l'allegria è ormai storia, come del resto la sigla di Cristina D'avena, ed è difficile pensare che l'allusione non sia puramente voluta:

«Sembra talco ma non è
serve a darti l'allegria,
se lo mangi o lo respiri,
ti dà subito l'allegria!»

I personaggi principali:

Pollon
Eros
Apollo
Zeus
Era
Afrodite
Artemide
Efesto
Poseidone
Atena
La Dea delle Dee
Azuma-Mushi

domenica 24 maggio 2026

Semi che spero siano germogliati bene

Quando ero in prima e seconda elementare avevo un libro chiamato Semi.
Copertina celeste, disegni tenerissimi, bambini che giocavano nei prati, rondini, fiori, stagioni, poesie semplici.
L’ho ritrovato qualche giorno fa in una vecchia immagine e mi sono fermatq a guardarlo per parecchi minuti: non era solo un libro scolastico. Era un modo di vedere il mondo.

In quelle pagine c’era lentezza, c’era silenzio, c’era l’idea che crescere fosse qualcosa di delicato, come un seme piantato con cura.
I testi parlavano di cielo azzurro, altalene, fratelli che giocano sull’erba, rondini che tornano in primavera.
Anche la grafica sembrava voler proteggere il bambino: colori pastello, spazi vuoti, illustrazioni morbide fatte a mano, bambini rappresentati come vecchi soprammobili di porcellana sopra le mensole con i merletti della nonna.

Oggi il mondo corre molto più veloce. I bambini imparano a usare uno schermo prima ancora di leggere bene.
Le immagini urlano, i contenuti scorrono in pochi secondi, tutto deve catturare attenzione immediata e sempre più frammentaria..
Forse abbiamo guadagnato velocità, possibilità, tecnologia ma qualcosa, lungo la strada, si è assottigliato.

Quei vecchi libri avevano un’innocenza che oggi sembra quasi impossibile da spiegare.
Trasmettevano l’idea che la scuola non dovesse solo insegnare nozioni, ma anche accompagnare la crescita emotiva di un bambino.

Tra le vari ricordi legati a quel libro ricordo una lunghissima poesia chiamata "Le ochette". Ricordo che ero solo in prima elemantare e impararla , lunga come era, per l'età che aveco, mi sembrò una impresa impossibile. Studiai e mi disperai tutto il pomeriggio e finalmente la imparai tutta e oggi dopo un numero innominabie come don Rodrigo di decenni me la ricordo ancora dalla prima all'ultima parola.
Al mattino presto presto
Non appena il sole è desto
van le ochette a fare il bagno
Dentro l'acqua dello stagno....
E continua per diverse strofe che non reciterò per evitare problemi con il copyright.

Riguardando quelle pagine mi sono resa conto che non provo nostalgia soltanto per la mia infanzia.
Provo nostalgia per un mondo che sapeva ancora essere gentile.


domenica 17 maggio 2026

il Cubo di Rubik: da strumento didattico a rompicapo e, infine, intramontabile icona


Il cubo di Rubik non è solo un giocattolo: è uno dei simboli culturali più riconoscibili del XX secolo, un piccolo oggetto geometrico che ha attraversato generazioni, mode e linguaggi visivi senza perdere fascino. Il cubo nasce nel 1974 dall’ingegno dell’architetto e professore ungherese Ernő Rubik, che lo progettò inizialmente come strumento didattico per spiegare la geometria tridimensionale ai suoi studenti. Solo successivamente si trasformò in un rompicapo.

Dopo la sua commercializzazione internazionale nei primi anni ’80, il successo fu immediato e travolgente. In pochi anni divenne un vero e proprio fenomeno globale: si stima che siano stati venduti centinaia di milioni di esemplari, rendendolo uno dei giochi più venduti di sempre. In quel periodo non era raro vederlo ovunque: nelle scuole, negli uffici, nei programmi TV e persino come oggetto di moda. Lo ricordo anche in versione mini utilizzaro come ciondolo portachiavi.

Il cubo di Rubik è diventato molto più di un puzzle: è stato assorbito dall’immaginario estetico degli anni ’80. I suoi colori vivaci, la sua forma geometrica e il suo carattere “tech” ante litteram lo hanno reso un simbolo perfetto di quell’epoca fatta di ottimismo digitale, videogiochi e design pop.

Ancora oggi è uno degli elementi grafici più utilizzati quando si vuole evocare quell’atmosfera: lo troviamo in loghi, banner, blog retro, copertine di playlist e pagine web che parlano degli anni ’80 o che ne richiamano lo stile visivo. Con la sua immagine "catchy" , è diventato una sorta di “shortcut visivo” immediato per dire: qui siamo nel mondo del vintage digitale.

La sua iconicità surclassa la sua funzionalità da giciatollo diventando un elemento di esposizione e allestimento. Ma resta pur sempire  iun giocattolo, il più famoso della categoria “rompicapo tridimensionale”.ed esistono competizioni ufficiali di speedcubing in cui i migliori al mondo lo risolvono in pochi secondi. E qui devo fare una confessione: io non ci sono mai riuscita, eppure me la cavo parecchio bene con ogni genere di rompicapo e gioco enigmistico! Ma del resto con 43 quintilioni circa di combinazioni possibili quanti davvero ci sono riusciti senza barare ossia usare le formule o, peggio ancora, spostare gli adesivi?

domenica 10 maggio 2026

Ginguiser e la sfida della magia

La veemenza e puntualità con cui i miei uccellini rispondono agli effetti sonori elettronici presenti nella sigla di Ginguiser mi fanno pensare che sia giunto il tempo di parlare di questo cartone. Ginguiser è il gigante metallico protagonista di un anime che ha tutti i classici ingredienti del genere robotico: robot imponente, squadra affiatata, atmosfere leggendarie e già questo basta a farne uno dei simboli di un periodo in cui fantasia, azione e valori come coraggio e amicizia si mescolavano in storie indimenticabili. Agli ingredienti comuni un po' a tutto il filone  poi si aggiungono, di cartone in cartone, elementi distintivi che fanno da contesto alla narrazione. In questo caso l'elemento distintivo è la magia - da cui il titolo di questo post in cui da mbrigghiste quale sono ho mescolato il nome di questo robottone con il titolo di famosissimo anime del genere Majokko (Bia). Il tema  della magis è anticipato dall'asso di picche sul petto del Grand Fighter (ci arriviamo...) e ripreso dalle carte da gioco che egli utilizza come arma. Banalmente, i semi delle carte francesi sono uno dei simboli grafici che più semplicemente e più immediatamente richiamano la magia in quanto protagonisti assoluti dei giochi di prestigio. E infatti le carte francesi appaiono pure nella sigla di Bia. A dirla tutta appaiono anche sulle tute da combattimento dei protagonisti di Godam, altra serie robotica, ma in tal caso si tratta solo di un modo per caratterizzare visivamente i personaggi, senza alcun legame con la trama e il tema, un po' come la Zucchi distingueva gli asciugamani monocolore dei membri di una famiglia di 4 persone con la linea "Solo tuo".  E qui, come avrebbe detto Lubrano, una domanda nasce spontanea: ma perché nei giochi di magia si usano sempre le carte francesi e mai quelle napoletane? Perché picche, quadri, fiori e cuori sì e denari, coppe, bastoni e spade no? Ma non divaghiamo, torniamo al nostro cartone.
 Il Ginguiser, come avviene in altre serie robotiche (Getta Robot, Voltron, Astro Robot,..., tanto per fare degli esempi), è il risultato della composizione di veicoli robot, quattro in questo specifico anime, guidati da una squadra di ragazzi stereotipati. Stereotipati perché è tipico delle serie robotiche e delle guerre intergalattiche avere una squadra di ragazzi che generalmente, in formazione completa, comprendono il ragazzo snello e alto al punto  giusto (il leader, in genere con costume rosso), lo spilungone, il grassone, il ragazzino mingherlino e la ragazza carina.
Formazione che si ripete anche in questo specifico cartone ma senza la partecipazione dello spilungone.
La storia è ambientata in un futuro dove la Terra è minacciata, come al solito, da una potente civiltà aliena, la civiltà dei Sazoriani, proveniente dallo spazio. Per contrastarla, il dottor Godo, discendente della civiltà dei Plasmiani distrutta dai Sazoriani e rifugiatosi sulla Terra, crea il Ginguiser, un robot da combattimento guidato dal team di giovani piloti dotati di poteri magici (come del resto anche Godo): Goro Shigoron, Miki Akitsu, Torajiro Haranami e Zanta Minami. I ragazzi fanno parte di una compagnia itinerante di maghi e giostrai e veicoli che usano per spostarsi sono trasformabili. Seguitemi perché la trasformazione per comporre Ginguiser non è lineare. Goro è un mago e Miki la sua assistente: il camion che usano per i loro spostamenti si trasforma nel Grand Fighter, il robot menzionato prima, con un asso di picche sul petto. Il camion viene guidato da entrambi ma quando si trasforma nel robot Grand Fighter, la cui testa ricorda, con la sua mascherina nera, il Daltanious, resta alla guida solo Goro. Miki viene automaticamente spostata in una parte del veicolo che si stacca e andrà a formare parte dell'Arrow Wing, un veicolo volante. Tra le armi del Grand Fighter, come già detto, compaiono delle carte raffiguranti l'asso di picche che in realtà sono lame giganti. Il Grand Fighter, come Goro, rappresenta il leader, la mente, infatti si trasforma nella testa del robot finale, il Ginguiser.
Il secondo robot, lo Spin Lancer, è la trasformazione di un disco volante del luna park (ricordate, sono maghi e giostrai?) e ha ancora il riferimento alla magia, anche se meno in bella mostra rispetto all'asso di picche del Grand Fighter: ha infatti gli assi di quadri rappresentati sugli avambracci. Lo pilota Zanta e ha varie armi tra cui un'ascia e lame a forma del seme di quadri.  Il robot è il più piccolo di tutti e per questo ha dalla sua velocità e agilità. C'è poi il terzo robot, il Bullgator, pilotato da Torajiro (per gli amici Tora), che è la trasformazione della motrice dell'ottovolante del luna park (le montagne russe, per chi non conoscesse questo termine ormai desueto) e rappresenta il seme di fiori che è mostrato in maniera non molto evidente sul dorso delle "mani". E' il robot più potente a livello fisico, quello che rappresenta la potenza muscolare, l'energumeno, anche se qui parliamo di ammasso di bulloni e circuiti e non muscoli veri e propri. Tra le sue armi, una mazza ferrata e le solite lame e a forma di carte, questa volta con il seme di fiori, naturalmente. Non sfugge l'associazione, altro stereotipo delle serie robotiche, fra le caratteristiche dei robot e la fisicità dei protagonisti. Il grassone è sempre quello che guida il robot più tozzo, lo spilungone, quando c'è, il robot più slanciato, il bambino il robot più piccolo. Anche questo anime non fa eccezione con Tora alla guida di Bullgator e Zanta, con la voce di Carletto, alla guida dello Spin Lancer. A completare la squadra c'è, come menzionato prima, il veicolo volante Arrow wing, guidato da Miki, che è una composizione degli scarti delle trasformazioni dei robot precedenti. Ovviamente , è decorato con l'ultimo seme rimasto: i cuori.
Tutti i veicoli poi compongono il Ginguiser, un velivolo enorme, abbastanza inguardabile, da cui fuoriesce il torso del Grand fighter con in mano una spada e una sega circolare: esso appare come una accozzaglia malriuscita dei quattro veicoli più altri componenti. Il Ginguiser appare solo come arma finale e non come un vero protagonista come il titolo suggerirebbe.
La forza della squadra non è solo forza bruta: ogni membro della squadra ha un ruolo fondamentale, e solo lavorando insieme riescono a affrontare nemici sempre più pericolosi. Tra battaglie spettacolari e sacrifici, emerge un tema chiaro: l’unione fa la forza.
A differenza di altri mecha più famosi, Ginguiser punta molto sul lavoro di squadra e su dinamiche quasi “da squadra sportiva”, con coordinazione e strategia al centro degli scontri.
 Il cartone è prodotto dallo studio Nippon Animation, che ha animato storie molto variegate, che spaziano tra diversi generi.
È andato in onda negli anni ’80, nel pieno boom dei robot giganti, debuttando su Rete 4 e, nonostante non abbia raggiunto la fama di titoli come Mazinger Z o Goldrake, ha conquistato una nicchia di fan fedelissimi diventando, nonostante l'animazione inaccurata e il riciclo di immagini, uno di quei cartoni “di culto” per chi ama scavare nei ricordi meno mainstream.
Altra particolarità di questo cartone è che non ha una conclusione: l'ultimo episodio vede la sconfitta, come negli altri episodi, di un mostro meccanico, senza una definitiva capitolazione del nemico. Forse gli sceneggiatori credevano di essere dei novelli Edgar Allan Poe che scriveva Le avventure di Gordon Pym, splendido racconto che - SPOILER ALERT - si interrompe sul più bello (Edgar, questo non me lo dovevi fare! non me lo dovevi fare! poi... a me nata nel tuo stesso giorno!)

Qui di seguito i personaggi e la sigla (per la gioia dei miei diamantini). A domenica prossima!

Goro e Miki
Tora e Zanta
Squadra con Dr.Godo
Grand Fighter
Spin Lancer
Bullgator
Mecha finale (detto WTF)
Salomé (chiromante, cattivi)
Sazoriani (intenti in un saluto romano)


domenica 3 maggio 2026

Al lupo! Al lupo! non è un film di Carlo Verdone...

...ma è il titolo di uno dei cartoni targati Hanna e Barbera che trovavo più ipnotici e guardavo più volentieri. Conosciuto anche con il titolo originale di It's the Wolf, è una segmento di 25 episodi  inserito nel Cattanooga Cats Show della fine degli Anni '60, che racconta le storie di Agnellino (Lambsy Divey o anche Little Lambsy o Lambsy Pie), un piccolo ovino sempre minacciato dal diabolico eppur imbranato lupo Mildew. Mildew è magrissimo per la fame e ricorre a ogni genere di sporco trucco per catturare Agnellino e metterlo nello stomaco ma alla fine, con schematica ripetitività, Agnellino riesce a gridare "Al lupo! Al lupo!" richiamando l'attenzione del grosso cane pastore Bristle Hound il quale acchiappa il lupo con il suo bastone pastorale e lo fa volare verso l'infinito ed oltre, chiudendo l'episodio con un lupo sempre più affamato e frustrato. Il cane rappresenta il valore della giustizia, quello che difende i più deboli dai più forti e riveste quasi un ruolo paterno  dispensando buoni consigli e mostrandosi estremamente protettivo nei confronti di Agnellino. D'altra parte,  Agnellino non è tanto innocente come sembra; infatti, contro lo stereotipo, è spesso mostrato scaltro e navigato, grazie anche ai consigli di Bristle, e riesce (anche se non sempre) a smascherare i mille travestimenti di Mildew. Ma questo non basta a impedire ad Agnellino di  finire nei guai, se non altro per la  per la manifesta inferiorità fisica, rischiando di finire sul barbecue.

Questo cartone animato, apparentemente semplice e ripetitivo, nasconde in realtà un piccolo gioiello di comicità slapstick e ritmo narrativo. Ogni episodio segue lo stesso schema narrativo, quasi come una formula matematica: tentativo del lupo → pericolo per Lambsy → allarme → intervento del cane → punizione del lupo. Questo tipo di costruzione ricorda molto altri classici dell’epoca come, tra i tanti, Tom & Jerry che non ho citato a caso, perché anche in quest'ultimo cartone il cane bulldog Spike spesso riveste il ruolo di protettore di Jerry rispetto alle aggressioni di Tom. La sua ripetitività e nelle sue analogie con i cartoni dell'epoca della stessa matrice diventano i punti di forza di questo cartone: lo spettatore anticipa ciò che accadrà e si diverte proprio nel vedere come accadrà questa volta.

Questo fa anche in modo che un tema potenzialmente violento (un predatore che vuole mangiare la sua preda), diventi comico e leggero perché non c'è mai una reale tensione, lo spettatore sa già che il lupo fallirà ancora e, alla fine, pur tifando per l'Agnellino non volendolo vedere soccombere, ha anche compassione per il povero lupo. Il personaggio del lupo può essere visto come una variante del classico “antieroe Hanna-Barbera”: non è malvagio nel senso vero del termine, ma semplicemente guidato da un bisogno (la fame) e da una testardaggine quasi comica. Così come anche Tom da la caccia a Jerry semplicemente perché la natura lo ha fatto con quell'istinto o Dastardly da la caccia a Yankee Doodle perché deve eseguire gli ordini del Generale e se ne potrebbero fare altri di esempi.

 È una comicità basata  sul tempismo, sulle espressioni e sulla fisicità, più che sui dialoghi.  In questo contesto, la varietà narrativa ristretta - il cartone è sempre figlio del suo tempo - passa in secondo piano, non è più nemmeno un limite. All'effetto comico complessivo contribuisce, soprattutto nell'originale in lingua inglese, anche la scelta dei nomi. Ad esempio, Mildew, nello slang, ricopre vari significati, da "ammuffito" a "inutile", tutti poco edificanti. Contribuisce anche il fatto che Agnellino a volte sembra sfondare il quarto muro e parlare direttamente al telespettatore.

A dare valore aggiunto alla storia, il grande doppiaggio, non solo nell'originale, ma anche nella versione italiana con Elio Pandolfi nel ruolo di Agnellino, Flora Carosello nel ruolo di Mildew e Sergio Fiorentini di Bristle: parliamo di pezzi importanti della storia del cinema e del doppiaggio italiano, professionisti dalla cospicua filmografia e/o presenza sui palchi teatrali e che vantano collaborazioni di livello. In particolare, Elio Pandolfi, attore, doppiatore, ballerino, cantante e mimo,  ha lavorato anche con mostri sacri come Luchino Visconti e Vittorio De Sica. Pandolfi, che è stato anche doppiatore di Stanlio, ha trasmesso ad Agnellino un piglio sveglio, ironico, vivace, falsamente ingenuo, che lo ha reso un personaggio, almeno per me, assolutamente adorabile. La scelta oculata del doppiaggio si colloca nel solco della tradizione originale di Hanna & Barbera: nelle produzioni H&B infatti i doppiatori sono scelti non solo in base al talento ma anche in base al significato simbolico: ad esempio - e lo abbiamo visto in altri post relativi al mondo H&B - se un personaggio del cartone è la parodia di un personaggio della TV o del cinema, probabilmente si sceglierà come doppiatore lo stesso attore che interpreta quel personaggio che viene caricaturizzato.

“It’s the Wolf” non è un capolavoro rivoluzionario, ma è un perfetto esempio di intrattenimento animato semplice, diretto e immediato. Un cartone che non pretende di insegnare grandi lezioni, ma che riesce comunque a strappare un sorriso grazie alla sua struttura collaudata e ai suoi personaggi iconici.

In un’epoca di animazioni sempre più complesse e stratificate, tornare a un prodotto così essenziale può essere sorprendentemente rinfrescante.

Qui i personaggi e il primo episodio:




domenica 26 aprile 2026

Lillibeth la bambina degli anni 80 scomparsa nel nulla

Guardatela.


Una bambina bionda, con un grande fiocco tra i capelli e un’acconciatura che ricorda vagamente quella di Brigitte Bardot, intenta a stirare con una serietà quasi buffa. Attorno a lei, un mondo minuscolo e tenero: uccellini curiosi, un gattino, stoffe colorate, dettagli pieni di calore.

Se sei cresciuto tra gli anni ’70 e ’80, questa immagine potrebbe accenderti qualcosa dentro.

Per molti di noi, lei aveva un nome: Lillibeth.

Un’immagine che racconta un’epoca.

L’illustrazione che vedete qui sopra è un esempio perfetto di quel tipo di estetica: colori morbidi, pastello, dettagli minuziosi, particolari domestici rassicuranti come la fantasia patchwork della coperta della nonna. Una visione dell’infanzia dolce, ordinata, quasi “ideale”

Non è solo un disegno. È un frammento culturale.

Un modo di rappresentare i bambini (e soprattutto le bambine) che oggi sembra lontanissimo e anacronistico.

Questa immagine che ho scelto per accompagnare il post, in particolare, contiene tanti ricordi

Ricordo perfettamente quando, da bambina, provai a riprodurla con la tempera, una delle prime tele - anzi, un cartone telato - che ho realizzato, una opera di imitazione, nulla pregno di estro artistico, ma così ben riuscita da rimanete appesa per anni nella cameretta dei mei cugini.

Non era solo un disegno da guardare — era qualcosa da imparare, da rifare, da sentire mio.

E forse è anche per questo che mi è rimasta così impressa mentre Lillibeth spariva dal web e dalla memoria di molti.

Dove appariva Lillibeth?

Chi la ricorda la associa spesso a diari scolastici, quaderni illustrati, piccoli libri per l’infanzia. Ricordo che quando eravamo piccoli compravamo i quaderni da una tabaccheria con un proprietario all'interno - un simpaticone - che non dava la possibilità di scegliersi i quaderni dalla copertina. Ne prendeva uno a caso da dietro il banco ed era quello. Per uno strano scherzo mio fratello maggiore aveva tutti quaderni con le variopinte copertine di Lillibeth, a me capitavano sempre quelle con i calciatori e le detestavo. 

Lillibeth non era un cartone animato, né un personaggio televisivo.

Era qualcosa di più silenzioso: editoria quotidiana, quella che accompagnava i giorni di scuola.

Il mistero: perché oggi non si trova quasi nulla?

Provate a cercarla. Il risultato è straniante: pochissime immagini, informazioni vaghe, tracce quasi inesistenti, nessuna menzione dell' autrice, ammesso che fosse una lei (le donne primeggiavano in questo genere di illustrazioni). Eppure, queste illustrazioni erano diffuse.

La spiegazione più probabile è che Lillibeth appartenesse a una produzione editoriale “minore”, probabilmente legata a case editrici come Edibimbi o simili, che non esistono più e/o che non hanno digitalizzato i loro archivi, lasciando che la memoria di elefante di alcuni ricordasse laddove il web non ha conservato tracce.

La cosa più affascinante è questa: Lillibeth esiste ancora,  non su Google, ma nelle persone. come fenomeno di memoria collettiva, un fenomeno sempre più di nicchia. Un personaggio reale, ma senza una presenza digitale.

Riguardando meglio l’immagine, emergono dettagli che raccontano molto e suggeriscono un intento educativo, oltre che estetico, raccontando la bellezza delle cose fatte con cura e di un’infanzia gentile, in armonia con natura,  animali e ambiente domestico. Pizzi e merletti non si lesinavano, anche i grembiuli da cucina avevano i voilant in questo antico mondo testimoniato ancora dai vecchi quaderni conservati nei cassetti 

E tu? La riconosci? 

Hai avuto un Quaderno o con queste illustrazioni?

Ricordi altri dettagli, altri personaggi, altre scene?

Scrivilo nei commenti.

Magari, pezzo dopo pezzo, possiamo ricostruire la storia di Lillibeth — la bambina che internet ha dimenticato, ma che non è mai davvero sparita.

domenica 19 aprile 2026

Quell'uragano chiamato Polimar

 Oggi voglio parlare di un anime giapponese che ho guardato dalla prima all'ultima puntata non so quante N volte, praticamente tutte le volte che lo hanno dato in TV sulle emittenti locali e non il cui segnale coprisse la Puglia. Hurricane Polimar (o Hurricane Polymar), guardato e riguardato, anche su DVD, senza farmi scoraggiare da una certa ripetitività degli episodi e la presenza di numerosi cliché (o forse questi in qualche modo sono persino un incentivo, un rassicurante saper cosa aspettarsi). La trama gira intorno a un giovane ragazzo giapponese, Takeshi, che ha la stessa faccia di Kyashan o di Ken l'aquila di Gatchaman ma anche di altri personaggi della Tatsunoko, il quale grazie a un casco donatogli da uno scienziato è in grado di trasformarsi in Polimar, un eroe rivestito di polimero indistruttibile in grado di abbattere qualsiasi nemico con calci e pugni mortali. E' anche capace di grandi salti, brevi voli e di trasformarsi in diversi veicoli (una trivella, un jet, un bulldozer...). Takeshi, scappato da casa di suo padre per dissapori con lo stesso, lavora apparentemente con poco impegno e poco coraggio presso una agenzia di investigazioni private appartenente  a Joe Kuruma, un uomo squattrinato e spaccone che crede, sbagliando, di essere così in gamba come detective da autoappellarsi Sherlock Holmes Junior. Fanno parte della stessa agenzia, la spumeggiante, spavalda, sfacciata e seducente - nonostante l'outfit pacchiano - Teru Namba, padrona dell'appartamento dove ha sede l'agenzia e pertanto creditrice di mesi di affitti arretrati e il cane  Barone, un San Bernardo pensante come un uomo, l'unico a sapere che Takeshi è Polimar, doppiato da nientepopodimeno che il ragionier Filini, al secolo Gigi Reder, indimenticato attore e commediante straordinario, responsabile, in accoppiata con Paolo Villaggio o con Lino Banfi, delle più grasse risate della sottoscritta e di una larga fetta di italiani. Ed ecco qui subito il primo cliché, quello dell' eroe dalla doppia vita che per meglio nascondere la propria identità si finge goffo, pavido, scansafatiche, sempre in cerca di una scusa per nascondersi o fuggire. Da Peter Parker a Clark Kent, da Naoto Date a Tommy Aku, la cultura pop è piena di questi stereotipi. La  serie è ambientata in una città immaginaria  moderna nell'architettura ma con una società che mostra segni di obsolescenza fuori contesto tra gruppi aristocratici e sovrani di regni limitrofi, una commistione che mi ricorda molto i fumetti di Diabolik. Questa città è spesso sotto attacco di gruppi criminali stereotipati: cambiano pressoché ad ogni puntata ma sono tutti caratterizzati dal fatto gruppi di uomini mascherati dall'animale di turno, con una struttura gerarchica rigida, il cui capo ha diritto di vita e morte anche sui suoi stessi uomini, un capo che ha più i connotati del santone di una setta. L'arco narrativo di ogni storia si svolge in una puntata, qualche volta due, con la banda criminale di turno sotto il radar dell'Interpol capitanata dal genera Onigawara, padre di Takeshi, uno grasso, onesto e irascibile; il gruppo di Kuruma, in competizione con le forze di polizia, che, attraverso le cimici piazzate nell'ufficio del generale, ottengono le informazioni per mettersi sulle tracce dei criminali e ottenere gloria per Kuruma e arretrati non ancora pagati per Teru. 
Al solito quando il gioco si fa duro, Kuruma e i suoi finiscono nei guai, non prima che Takeshi riesca a dileguarsi tra le accuse di codardia del resto del gruppo per poi apparire come Polimar e risolvere la situazione, sotto gli occhi a cuoricino di Teru invaghita di lui e del Generale, accorso sulla scena, da cui Polimar teme di farsi riconoscere. L'azione si svolge velocemente, Polimar, che ha muscoli torniti ma un corpo snello e di statura contenuta come i più famosi karateka della tv (e penso a Bruce Lee) ha una velocità  strepitosa nello sferrare colpi tipicamente di karate e questo gli consente di riuscire a chiudere i conti con la banda criminale di turno prima che scada il termine di 46 minuti e 1 secondo dalla trasformazione oltre il quale morirebbe se non tornasse alle sue sembianza normali. Questa è più o meno la trama che si ripete fino al gran finale (SPOILER ALERT) dove l'identità di Polimar - un episodio indimenticabile - verrà svelata.
Di seguito  i principali personaggi:


Takeshi
Teru
Barone
Joe Kuruma
Gen. Onigawara
Cattivi a caso

Curioso è il fatto che nonostante la moderata popolarità di questo cartone, non è mai stata creata una sigla; è un fatto curioso tenendo conto di quanto prolifica fosse la produzione di sigle di quegli anni.
Perciò il cartone animato è accompagnato da una sigla di apertura e una di chiusura entrambe originali in lingua giapponese, cosa che comunque non mi ha scoraggiato dall'impararle a memoria, come per la maggior parte delle sigle.
Sigle iniziale e finale:


Epico momento della rivelazione dell'identità di Polimar:




domenica 12 aprile 2026

I due masnadieri: un pessimista è un ottimista con l'esperienza

La Masnada rappresentava anticamente, nel Medioevo, un gruppo di uomini armati con cui il Signorotto si accompagnava per garantirsi la protezione personale. Potremmo definire una masnada il gruppo formato da Suke e Kaku a protezione dello Shogun Mitsukuni Mito o, in accezione negativa, il gruppo dei bravi di Don Rodrigo a rappresentare una compagnia di furfanti e violenti. E' un termine di uso a dir poco inconsueto: infatti l'ho scoperto per la prima volta quando ho guardato il cartone animato I due masnadieri e non l'ho mai sentito ripetere in nessun altro contesto. Come titolo di questo cartone, il termine è usato con una accezione scherzosa ad indicare una banda di briganti quali i due protagonisti del cartone sono: il leone Lippy e la iena Hardy da cui il titolo originale Lippy the Lion & Hardy Har Har. Due nomi già autoparlanti rispetto alla personalità dei protagonisti. Lippy, nello slang, è un aggettivo che sta per impudente, una persona priva di contegno; mentre Hardy è traducibile come resiliente, resistente. E infatti Hardy deve mostrare notevole resistenza per sopportare le situazioni in cui viene a trovarsi a causa della esuberanza e faciloneria di Lippy, un inguaribile ottimista  sempre alla ricerca di metodi veloci e poco ortodossi per arricchirsi. Inoltre, deve tollerare le battute di cui è il bersaglio e le buffonate alle quali reagisce com impassibile sopportazione.
Entrambi, nella versione italiana, sono doppiati dal compianto Roberto Del Giudice meglio noto come la iconica e indimenticata voce di Lupin III.
Ciascuna puntata evolve attorno al tema della proattività di Lippy che ha una nuova idea per arricchirsi o comunque ottenere vantaggi da altri animale e un poco entusiasta Hardy che già sa che andrà a finire male e infatti è sempre quello a rimetterci le penne...anzi, il pelo.
Nella sua leggerezza è una crudele metafora della vita reale dove la fortuna spesso premia persone poco oneste e/o irresponsabili a discapito di onesti e prudenti che finiscono per pagare il prezzo delle azioni sconsiderate dei primi.
Questo sfondo
di ingiustizia è però stemperato dallo spirito di avventura del cartone e dalla amicizia che lega, nonostante tutto, i due protagonisti, entrambi intelligenti, astuti e dotati di senso dell'umorismo che in Hardy raggiungono un tono più sarcastico. Questo ne fa un cartone animato gradevole e apprezzabile per tutte le età.
La serie, di 52 episodi, è un altro dei lavori di Hanna e Barbera dei cui cartoni mi piace parlarne spesso: 
1) perché li adoravo...ma non è una motivazione sufficiente in quanto adoravo molti di quelli giapponesi (non la totalità come nel caso degli H&B)
2) perché li adoravo (l'ho già detto?)
3) perché sono pieni di riferimenti alla ccultura pop e di parodie dei personaggi dei loro tempi, diventando occasione per spaziare in quel contesto, riferimenti e parodie rinforzati dalla scelta dei specifici doppiatori;
4) sono zeppi di giochi di parole, paradossi e un umorismo sottile che a volte sfugge ma poi sorprende e fa sorridere a distanza.

Prendiamo ad esempio Hardy, questa Iena Ridens, di primo acchito sembra un animale antropomorfo come tanti nei cartoni, poi a un certo punto noti che non ride mai e ha sempre l'espressione costipata. Un capovolgimento degli stereotipi, una iena ridens portata alla malinconia e a un pessimismo cosmico come un Leopardi a quattro zampe. E come dargli torto, visto che poi in tutte le avventure in cui viene suo malgrado trascinato è sempre quello che ne soffre le conseguenze. E' proprio vero che un pessimista è un ottimista con l'esperienza.

Intorno ai due protagonisti ruotano altri personaggi sia animali che umani; i due protagonisti fanno parte, insieme ad altri noti personaggi H&B (Top Cat, Ernesto Sparalesto, Peter Potamus,...), de L'Allegra banda di Yoghi. Siglaaa!

domenica 5 aprile 2026

Matt Bianco, la raffinatezza del jazz alla portata di tutti

Reduce da un loro raffinato concerto che si è tenuto a Bari il 28 marzo, ho deciso di dedicare il post di oggi ai Matt Bianco, un gruppo ancora oggi attivo con tanto di nuovo disco (che ho comprato e mi son fatta autografare) ma i cui più grandi successi sono stati delle hit proprio negli anni '80. 
Ecco qui la foto di me con il cantante del gruppo britannico, Mark Reilly che, avrà anche perso qualche capello, ma non certo quella voce calda e melodiosa che si sposa così bene con le sonorità jazz che il gruppo propone, mischiandone però anche swing e ritmi latini.


Questo gruppo a mio parere ha avuto e continua ad aver il merito di avvicinare il pubblico a una musica elegante e senza tempo, educandone il palato musicale. Buon gusto e allo stesso tempo brani orecchiabili e per questo popolari come la celeberrima "Sneaking out the backdoor"  un brano che ci è rimasto in testa dagli anni '80 e sfatando il mito che questo genere sia per pochi. Ce ne fossero 10, 100, 1000 di gruppi come i Matt Bianco e  si potrebbe provare a far risalire quell'asticella che a furia di abbassarsi annega nella melma di una produzione musicale degli ultimi decenni che più riduce la qualità di musica, testi e interpreti con autotune è più la gente si abitua e ne vuole di più. E' un po' come il paradosso del chi è nato prima fra l'uovo o la gallina: è nata prima la musica trash (e vale anche per la TV) o il pubblico che chiede e segue il trash?
Ma torniamo ai Matt Bianco. Quando ero bambina e ascoltavo le loro canzoni ero convinta che questo fosse il nome proprio del cantante, unico componente che ha sempre fatto parte della formazione costituita a volte da un duo a volte da un trio. Solo molti anni dopo ho scoperto che fosse il nome della band e fosse un nome completamente inventato. Membri storici del gruppo sono stati il tastierista e compositore Mark Fisher, una decina di anni fa, e una cantante polacca dal nome - aspettate che lo copio e lo incollo - Basia Trzetrzelewska.

Al Teatro Forma di Bari, un piccolo teatro dalla capienza limitata ma dall'acustica eccellente, ho potuto apprezzare seduta in prima fila la sofisticata esibizione di Mark Reilly in una formazione con due coriste e all'occorrenza soliste, e formidabili musicisti al contrabasso, piano, tromba, sax e batteria. 
Hanno presentato per lo più brani nuovi , tutti godibilissimi, ma anche qualche vecchio brano come Whose side are you on?
Ma il momento il magico è arrivato con More than I can bear. Lascio il link al reel sulla mia pagina IG dedicata a viaggi ed ad eventi.
Alla fine, come da foto, Mark Reilly è stato disponibile per foto e autografi. 

Buona Pasqua!



domenica 29 marzo 2026

Amore è saper dire mi dispiace

Se ne era accennato su questi schermi in un post che faceva una panoramica abbastanza completa di quelle che erano le icone che spopolavano sui nostri quaderni e sui nostri gadget negli anni '80, da Holly Hobbie a Victoria Plum. Oggi mi focalizzerei su una di esse, quella che è stampata su una magnifica felpa che possiedo e conservo gelosamente, acquistata qualche anno fa all'OVS che spesso propone questo genere di chicche. Vi faccio subito vedere la mia felpa con la stampa fonte di ricordi per qualsiasi componente della generazione X, dato che questa grafica era presente praticamente ovunque, persino sul biscotto gelato.



Si tratta di "Love is...", banalmente tradotto in Italia come "L'amore è..." i cui soggetti, una lui e una lei, innamorati e di solito ignudi come novelli Adamo ed Eva, si scambiano aforismi sull'amore, quelli che al giorno d'oggi suoi social chiameremmo quotes, e parlano di quello che l'amore dovrebbe essere con frasi semplici, corte e ad effetto, a mo' di slogan. Particolarmente celebre è la frase ""Love Is...being able to say you are sorry""  coniata nel 1972 da cui il titolo del post. Questa frase citava e rettificava una famosa battuta del film, uscito un paio di anni prima,  Love Story "Love means never having to say  you're sorry" (l'amore significa non dover mai dire che ti spiace") frase  che nel corso degli anni ci è stata propinata in tutte le salse eservita con innumerevoli citazioni in altri film, cartoni animati e anche pubblicità  (amore è. non dover mai dire mi dispiace, ho finito le mentos!) finendo persino con lo scomodare John Lennon che puntualizzò "Love means having to say you're sorry every five minutes" (l'amore significa dover dire che ti dispiace ogni 5 minuti") ... e chi potrebbe biasimarlo con accanto una come Yoko Ono (...cattiva me!). Battute facili a parte, naturalmente, John Lennon voleva probabilmente contestare quella che potrebbe essere una cattiva interpretazione della frase. Infatti, nel contesto del film, il vero significato della frase non è  - chiariamolo subito per tutti i narcisisti e gli evitanti - un invito a evitare le proprie responsabilità o minimizzare le proprie mancanze ma vuole sottolineare che l'accettazione, che è alla base di una relazione d'amore, dovrebbe rendere le scuse non necessarie. A costo di divagare troppo, valeva la pena sottolinearlo in in mondo di codardi e codarde che non sanno affrontare le conversazioni difficili, che ghostano e cancellano persone che hanno dato loro cura e attenzione come se non fossero mai esistite, cancellandone la dignità, privandole non solo della relazione senza una possibilità di chiusura ma anche negando quel minimo sindacale di rispetto umano che si dovrebbe a chiunque, tanto più a chi ha dato tempo e devozione. Segno dell'imbarbarimento dei tempi, mala tempora currunt.
E io ci aggiungerei un terzo significato: uno sforzo a non trovarsi nella situazione di doversi scusare, una sorta di prevenire è meglio che curare in salsa sentimentale.
Finito questo momento di sensibilizzazione sociale come se questo blog fosse Pubblicità Progresso, torniamo al nostro fumetto, nato da una striscia comica di una autrice neozelandese, Kim Grove, che se le vide pubblicate a partire dal 1970 e che inizialmente le usò per far colpo sul suo interesse amoroso e poi futuro marito Roberto Casali (motivo per cui l'autrice è nota anche come Kim Casali). Attraverso queste strip, anche una volta messa la fede al dito l'anno successivo, l'autrice continuò a dedicarle al marito, parlandogli attraverso le sue vignette, della sua concezione della vita insieme. Sono delle vignette molto dolci e innocenti, innocenza che viene trasmessa anche dalle fattezze fanciullesche dei protagonisti. Nonostante la tipica nudità (i protagonisti appaiono raramente vestiti e di solito i vestiti sono funzionali alla vignetta stessa), la vignetta non risulta volgare o esplicita a causa della mancata rappresentazione dei genitali. Anzi, le strisce appaiono educative con le sue frasi pregne di buoni principi e romanticismo e talvolta persino sensibilizzanti rispetto a problemi sociali e ambientali. Dalle strisce non era noto se i due protagonisti fossero degli innamorati ai primi appuntamenti o già sposati, perché nella stragrande maggioranza delle strisce apparivano indifferentemente in entrambe le situazioni, perché in realtà quei disegni non rappresentavano due specifici soggetti, con una storia alle spalle, ma una idea generica di coppia. Infatti, in alcune strisce appaiono addirittura con figli o come anziani che hanno condiviso una vita insieme.
Mi piace pensare che l'opera sia il risultato di una vita matrimoniale dell'autrice felice e sana per quel che durò...infatti, mi ha intristito apprendere che l'amato marito morì solo dopo 3 anni di matrimonio a causa di malattia. Alla fine lo ha raggiunto anche lei, molti anni dopo, ma ciononostante ancora giovane, lasciando una eredità immensa: i suoi soggetti sono entrati nella cultura pop mondiale, una ineguagliabile icona di romanticismo con leggerezza che tutt'oggi ha intorno un fiorente merchandising.

 

domenica 22 marzo 2026

Lamù e l'inesorabile aumento di entropia

Ricordo ancora i pomeriggi sonnacchiosi delle vacanze estive, con l'afa fuori che invitava a non uscire e a guardare la TV mentre fuori c'era il silenzio immobile sintomatico del pisolino della controra, la nostra siesta. E ricordo sullo schermo sintonizzato su Telenorba/Teledue le immagini della facciata austera  del liceo Tomobiki, nel distretto di Tokyo,  anch'esso immobilmente avvolto dalla cappa di caldo, come fuori.

Un silenzio che è solo il la quiete prima della tempesta di caos che sta per scatenarsi ad ogni puntata ad opera dei numerosi personaggi di questa serie, Lamù la ragazza dello spazio, il cui titolo originario, Urusei Yatsura, non a caso, significa qualcosa tipo "gentaglia chiassosa". Dalle mie parti c'è un termine dialettale che utilizzerei per definire la bizzarra combriccola di questo anime: Frestéte. E' un termine sempre traducibile come chiassoso, ma non proprio chiassoso, più che chiassoso, casinista, animoso... tutte queste cose insieme.

Questo cartone, come anche Ranma 1/2 della stessa autrice Rumiko Takahashi,  lo identifico proprio con queste esplosioni di caos e l'assurdità di alcune situazioni che si alternano a momenti di irrequieta lentezza, la quiete prima della tempesta.

Ma iniziamo dal principio, dalla trama.


Lamù è una ragazza molto bella e sensuale, dai capelli verdi e gli occhi dello stesso colore, in pendant. E'  (s)vestita solo di succinto bikini tigrato con stivali al ginocchio, anche questi, dello stesso pattern animale, di nuovo, in pendant. Insomma, un look riconoscibilissimo che ne ha alimentato la popolarità e ne ha fatto a distanza di decenni la regina dei cosplay di tutto il mondo nonché il primo sogno erotico di molti ragazzini dell'epoca. Lamù arriva dallo spazio, dalla stella Uru, e arriva, guarda caso, in una città del distretto di Tokyo, la destinazione preferita dei conquistatori provenienti da tutti i sistemi solari dell'universo. Giunge insieme alla sua tribù di Oni -che impareremo a conoscere un po' alla volta nel corso della serie - con lo scopo di conquistare il pianeta, un'idea iper abusata negli anime, ma scordatevi la determinazione di Vegani, popoli di Micene e antichi Yamatai che attaccano il giappone a suon di missili e raggi sparati da mostri meccanici...il re degli Oni, un panzone con un ridicolo outfit tigrato come quello di sua figlia Lamù, si fa prendere subito dalla febbre della scommessa e si gioca la prospettiva di conquista. Infatti, offre subito agli umani la possibilità di salvarsi dall'invasione se un umano scelto a caso dal computer vincerà la sfida di riuscire a toccare i due piccoli corni posti sulla testa di Lamù, come tutti quei gran cornuti degli Oni. Viene sorteggiato Ataru Moroboshi, un ragazzo del liceo, poco sveglio, con molti vizi e pochi pregi, uno che insomma oggi definiremmo malessere, ma che proprio in quanto tale ha un discreto successo con le ragazze. Specificatamente, lui ci prova un po' con tutte, buscando anche quale schiaffone, ma trova anche chi gli da spago, e ha anche una fidanzata, Shinobu, che - spoiler alert - finerà per contenderselo con Lamù. Insomma, il malessere finisce al centro di un triangolo amoroso che neppure a Beautiful. Ma torniamo alla sfida e facendola in breve, Ataru si trova inizialmente in difficoltà perché non sapeva, come tutti il resto degli umani, che Lamù fosse in grado di volare ma alla fine riesce a vincere la sfida rubando il reggiseno di Lamù che è quindi impegnata a coprire le nudità. Alla fine della sfida il suo intento di sposare Shinobu viene frainteso in diretta TV come una proposta di matrimonio per Lamù, causando la rottura con Shinobu, dopo una serie di eventi, il trasferimento di Lamù nella sua casa per iniziare una convivenza forzata (per lui) che continuerà a suon di scariche elettriche (potere di Lamù) ogni volta che Moroboshi viene beccato nel tentativo di fare Lamù cornuta anche metaforicamente. La serie quindi si avvia verso puntate caotiche che raccontano le giornate al liceo di Lamù, Ataru, Shinobu  o un numerosa sgangherata banda di loro compagni di classi a cui si affiancano tantissimi altri bizzarri personaggi appartanenenti agli Oni (che hanno posteggiato il disco volante nei cieli della città) e della comunità di quel distretto di Tokyo (ne intravedete diversi nelle figure a corredo di questo post, NdA).

Fra di essi, vale la pena citare il sacerdote Sakurambo, un mostriciattolo alto un mezzo metro o giù di lì, con i suoi occhi a fessura sotto sopracciglia super arcuate, la sacerdotessa e dottoressa Sakura, sua nipote, che per uno strano mistero della genetica, è bellissima e seducente (praticamente la sorella bona di Kyoko di Maison Ikkoku), l'unica fra i tanti personaggi femminili di una sensualità pari o maggiore alla stessa Lamù. Vale la pena di citare anche il cuginetto di Lamù, Ten, anche lui tigrato vestito, un bambino pestifero in grado di volare e sputare fuoco ma i personaggi sono davvero tanti tra compagni di liceo, preside, professori, i genitori di Ataru, ammiratori di Lamù, i membri di diverse famiglie coinvolte nelle storie (le famiglie Mendo, Mizunokouji, Fujinami e i già citati Sakurambo), nonché diversi alieni Oni, tutti cornuti e vestiti con pattern tigrato (tra cui i genitori di Lamù, Rei,...) diversi alieni provenienti da altri pianeti ma tutti appartenenti al passato di Lamù tra cui diverse sue amiche.  Nel corso della serie il triangolo amoroso Lamù-Ataru-Shinobu diventa un quadrilatero coinvolgendo anche Shitaku Mendo quando Shinobu inizia a manifestare interesse romantico per quest'ultimo, delusa ripetutamente da Ataru. La dinamica diventa circolare: Lamù vuole Ataru che vuole Shinobu che vuole Mendo che vuole Lamù (Annalisa ci potrebbe cantare una canzone). Il rapporto tra Ataru e Lamù resta sempre conflittuale e lui cerca sempre di riconquistare Shinobu ma, con il tempo, appare sempre più evidente che sotto sotto Ataru si sente molto attratto da Lamù e non ne potrebbe più fare a meno.

Ecco qui solo alcuni dei numerosissimi personaggi.

Lamù
Ataru
Shinobu
Ten
I sigg. Moroboshi
Padre di Lamù
Madre di Lamù
Rei e Ran
Mendo
Sakura
Sakurambo
Compagni di classe
Prof. Onsen
Benten
Oyuki e Kurama
sig. Fujinami


Di Lamù esistono anche alcuni film d'animazione: Only You, Beautiful Dreamer e altri ancora.

Una cosa che molti - ma non tutti - sanno è che c'è un vero e proprio mistero che ruota intorno alla sigla di Lamù di cui si è parlato molto sul web. Una discussione che fu iniziata dal famoso sito web Tana delle Sigle allorché qualcuno, notando l'assenza di informazioni su autori e interpreti della sigla di Lamù, ha iniziato a fare ricerche in merito, consultando doppiatori e professionisti dell'ambiente, per trovarsi di fronte a un enigma di difficile soluzione, neanche fosse il Terzo segreto di Fatima. Incomprensibilmente: è una bella canzone, e chi l'ha creata, eseguita e/o interpretata avrebbe dovuto essere orgoglioso di rivendicarla. Ma alla fine anche questo segreto, esattamente come quello di Fatima, è stato svelato

Un'ultima menzione è alla voce di Lamù di Rosalinda Galli, riconoscibilissima, ha certamente aiutato al successo del personaggio.