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domenica 1 novembre 2026

Conte Dacula: il vampiro che si faceva impressionare dal sangue

Ultimamente mi sono ritrovata a ripensare a come scelgo i contenuti da portare sul blog e mi sono detta che, da una parte, mi piace quella sorta di imprevedibilità per cui il lettore non sa mai quale sarà il prossimo argomento, anche perché gli spunti da cui pesco sono davvero i più disparati pur rimanendo nel solco nostalgico e della cultura popolare di una certa epoca storica, ma dall’altra vorrei comunque conservare un piccolo filo conduttore con lo scorrere del tempo, con le stagioni e con quell’atmosfera particolare che certi periodi dell’anno portano inevitabilmente con sé. E così ho pensato che il lugubre mese di novembre, con le sue giornate sempre più corte, le nebbie, il ricordo ancora fresco di Halloween e quell’aria un po’ malinconica che sembra invitare a rispolverare vecchie storie, potesse essere dedicato a tutti quei personaggi e quei mondi che, in qualche modo, hanno a che fare con le tenebre, con i mostri, con gli orchi, con l’horror, con tutto ciò che da bambini ci faceva un po’ paura, ma che oggi, ripensandoci, ci fa soprattutto sorridere. E quale personaggio potrebbe rappresentare meglio questo spirito se non il Conte Dacula? Già il nome è un simpatico gioco di parole per una papera nei panni di un personaggio ispirato al Conte Dracula, il vampiro per eccellenza. Se ve lo scrivo così, con il nome nella serie inglese originale, Duck-ula, è più chiaro? Ed è proprio qui che comincia la genialità di questo cartone animato britannico prodotto da Cosgrove Hall Films e trasmesso originariamente dal 1988 al 1993, per un totale di quattro stagioni e 65 episodi.  La premessa è irresistibile: in Transilvania, all’interno del sinistro Castello Dacula, vive una dinastia di terribili paperi vampiri che da generazioni terrorizza la popolazione. O almeno così dovrebbe essere. Perché il Conte Dacula che incontriamo nella serie è l’ennesima reincarnazione del personaggio, riportato in vita attraverso un antico rituale dopo l’ennesima morte del suo predecessore. Il problema è che, durante l’ultima resurrezione, qualcosa va storto: al posto del sangue viene utilizzato del succo di pomodoro e il risultato è un vampiro completamente diverso da tutti quelli che lo hanno preceduto. Il nuovo Dacula è vegetariano, ama le verdure, detesta il sangue e, soprattutto, non ha nessuna intenzione di comportarsi come un malvagio conte delle tenebre. Il contrasto è talmente assurdo da diventare il cuore stesso della serie: Dacula vorrebbe essere famoso, viaggiare, fare l’attore, diventare un personaggio dello spettacolo, vivere avventure e soprattutto divertirsi, mentre chi gli sta intorno continua a ricordargli che dovrebbe essere un autentico vampiro cattivo. A cominciare da Igor, il suo fedelissimo e sinistro maggiordomo, che non si rassegna al fatto che il suo padrone sia diventato una specie di papero vegetariano e cerca continuamente di riportarlo sulla “retta” via del male. Igor è probabilmente uno dei personaggi più divertenti proprio perché vive ancora mentalmente nella vecchia tradizione dei Dacula: per lui un vero conte vampiro dovrebbe essere crudele, spaventoso e assetato di sangue, e vedere il proprio padrone alle prese con broccoli e panini vegetariani è quasi un affronto personale. Poi c’è la tata  (Nanny, nell'originale), la gigantesca e pasticciona tata, con il braccio perennemente al collo in una fascia, talmente svampita da combinare continuamente disastri senza rendersi conto delle conseguenze. Ci sono anche Dimitri e Vladimiro due pipistrelli meccanici che dicono freddure con il loro accento riusso.  E naturalmente non può mancare il nemico storico, il dottor Von Crapotten (Von Goosewing nell'originale), un improbabile cacciatore di vampiri che ha giurato di eliminare Dacula e che, puntualmente, riesce a complicare le cose più di quanto non facciano già Dacula, Igor e Nanny messi insieme. In realtà Von Crapotten non è l'unico antagonista della serie: ci sono i fratelli Corvi, il Fantasma dell'Opera, Charlie il clown, i pinguini pirati e altri ancora.  Il bello è che Dacula non è il classico protagonista che passa le sue giornate a difendere il castello da orde di mostri: molto più spesso è lui stesso a mettersi nei guai, perché sogna di vivere avventure completamente fuori dagli schemi. Così il castello diventa quasi un mezzo di trasporto fantastico capace di portarlo in giro per il mondo e le sue disavventure lo conducono dall’Egitto alla Spagna, dall’Australia alla Scozia, fino persino allo spazio, in una serie di parodie e situazioni surreali che prendono in giro il cinema horror, i racconti gotici, i film d’avventura e persino personaggi e generi della cultura popolare. Già il primo episodio, “Il sassofono mistico”, porta Dacula, Igor e Nanny in Egitto alla ricerca di un misterioso sassofono, mentre in uno degli episodi più memorabili il castello finisce addirittura nello spazio. E forse è proprio questa la cosa che rende Conte Dacula ancora così piacevole da ricordare: dietro l’apparenza di un semplice cartone per bambini c’era un umorismo sorprendentemente ricco, costruito sui contrasti. Il gotico e il demenziale, il macabro e il tenero, il vampiro e la verdura, la tradizione horror e la voglia di diventare una star. Dacula avrebbe dovuto essere un mostro e invece è diventato uno dei paperi più improbabili della televisione. E a pensarci oggi, fa quasi tenerezza immaginare quel castello lugubre della Transilvania, le bare, le candele, le ragnatele e le atmosfere da film dell’orrore, mentre al centro di tutto si aggira un papero vanitoso che, più che succhiare il sangue alle proprie vittime, sembra preoccupato di trovare il prossimo modo per diventare famoso. Una curiosità particolarmente gustosa è che Conte Dacula nacque come spin-off di Danger Mouse, dove una prima versione del personaggio era comparsa come antagonista; successivamente Cosgrove Hall trasformò quell’idea in una serie autonoma, dando al personaggio una personalità completamente diversa e costruendo intorno a lui uno degli universi più bizzarri dell’animazione britannica.  E forse è proprio per questo che, quando oggi torno con la memoria a quei cartoni animati, non ricordo soltanto le storie o le risate, ma soprattutto quella sensazione irripetibile di quando bastavano una sigla, un castello avvolto nella nebbia e un personaggio dal nome vagamente inquietante per farci entrare in un mondo completamente diverso. Solo che, nel caso di Conte Dacula, quel mondo era popolato da vampiri, cacciatori di mostri e creature sinistre, ma il terrore finiva inevitabilmente davanti a un piatto di verdure. Perché, in fondo, Dacula poteva anche essere un vampiro, poteva anche abitare in Transilvania e poteva anche appartenere a una terrificante dinastia di conti maledetti… ma rimaneva pur sempre una papera.

Tutto quanto sopra spiega bene perché Dacula mi abbia conquistato, nonostante risale ad un periodo, la fine degli anni '80, in cui sono stati trasmessi cartoni a cui, a differenza di quelli trasmessi agli inizi degli anni '80, non mi sento particolarmente legata da un punto di vista generazionale. Infatti, la fine degli anni '80 segnava per me l'inizio dell'adolescenza e quindi l'inizio di altri tipi di interessi che si realizzavano al di fuori delle mura domestiche a guardare la TV. I cartoni animati mi piacevano anche allora - intendiamoci - e mi piacciono ancora adesso alla veneranda età che si può immaginare ma è chiaro che non potevano avere la stessa presa dei quei pomeriggi dei tempi delle elementari, davanti alla TV con un panino alla Nutella o alla Ciao Crem.

Ecco i personaggi:
Conte Dacula
Igor
Tata
Von Crapotten
Dimitri e Vladimiro
I pinguini pirati


sabato 31 ottobre 2026

Sulle rotte di Ulisse, a ritmo di Kalimba de Luna: Tony Esposito al Teatro Forma di Bari

Ci sono musiche che hanno il potere di riportarci indietro nel tempo, evocando atmosfere, immagini e ricordi che credevamo ormai custoditi soltanto nella nostra memoria. Bastano poche note, un ritmo familiare, una melodia che appartiene a un'altra stagione della nostra vita, per ritrovarsi improvvisamente catapultati in un'epoca che ha lasciato un segno indelebile nel nostro immaginario. Per chi, come me, è cresciuto negli anni Ottanta, Kalimba de Luna di Tony Esposito è sicuramente una di quelle canzoni capaci di risvegliare immediatamente suggestioni e ricordi legati a un decennio musicale davvero particolare.Ed è stato proprio il desiderio di ritrovare un po' di quelle atmosfere che mi ha accompagnata ieri sera al Teatro Forma di Bari, dove ho assistito al concerto di Tony Esposito, nell'ambito del progetto I Suoni di Ulisse. Un titolo che trovo particolarmente suggestivo e che, a mio avviso, si presta a una lettura che va ben oltre il semplice riferimento letterario. Ulisse, del resto, è stato per antonomasia il viaggiatore, l'uomo che ha attraversato il Mediterraneo, incontrando popoli, culture e civiltà differenti durante il suo lungo peregrinare. Il suo viaggio è stato anche un continuo confronto con mondi sconosciuti, tradizioni e linguaggi diversi. E in qualche modo ho ritrovato questa stessa idea di viaggio nella musica di Tony Esposito: un percorso sonoro che attraversa territori geografici e culturali, accostando suggestioni mediterranee, ritmi africani, in particolare quelli della tradizione nigeriana, e sonorità più esotiche e tribali. Una musica che si lascia contaminare da esperienze differenti, ma che conserva un legame profondo con il Mediterraneo, con la sua storia millenaria di incontri, scambi e contaminazioni. Sul palco, Tony Esposito, con le sue inseparabili percussioni, è stato accompagnato da altri musicisti, tra i quali anche il figlio Francesco Esposito, batterista di grande talento. È stato bello assistere a questo dialogo musicale tra padre e figlio, ritrovando nel giovane musicista quella sensibilità ritmica e quella capacità espressiva che appartengono anche al percorso artistico del padre. Lo spettacolo si è sviluppato attraverso una successione di atmosfere e ritmi differenti, nei quali le percussioni hanno assunto un ruolo centrale, diventando il linguaggio attraverso cui raccontare mondi lontani, tradizioni e culture musicali. Un viaggio nel quale il ritmo sembra quasi prendere vita, trascinando l'ascoltatore da una sponda all'altra del Mediterraneo e oltre. Naturalmente, pensando a Tony Esposito, il ricordo corre inevitabilmente a Kalimba de Luna, il brano che lo ha reso particolarmente popolare e che rappresenta uno dei simboli musicali degli anni Ottanta. Pubblicata nel 1984 nell'album Il Grande Esploratore, la canzone ha conquistato il pubblico grazie a quella miscela irresistibile di percussioni, sonorità esotiche e ritmo coinvolgente. Anche i Boney M. ne realizzarono una celebre versione, contribuendo alla sua diffusione internazionale. Riascoltarla, o semplicemente ripensare alle sue sonorità, significa per me ritrovare un frammento di quell'immaginario musicale degli anni Ottanta che continua ad avere un posto speciale nei miei ricordi. Erano anni nei quali la musica pop si apriva sempre più alle contaminazioni, accogliendo influenze provenienti da ogni parte del mondo e trasformandole in qualcosa di nuovo, immediatamente riconoscibile e capace di conquistare un pubblico vastissimo. Ma la serata al Teatro Forma ha avuto anche un altro momento particolarmente significativo: il tributo a Pino Daniele, artista con il quale Tony Esposito ha condiviso una parte importante del proprio percorso musicale e umano. I due, infatti, sono stati protagonisti di quella straordinaria stagione della musica napoletana conosciuta come Neapolitan Power, un'esperienza artistica che, tra gli anni Settanta e Ottanta, ha saputo rivoluzionare il linguaggio musicale partenopeo, fondendo blues, jazz, rock, funk e sonorità mediterranee. Accanto a Pino Daniele e Tony Esposito, anche musicisti come Tullio De Piscopo, James Senese, Joe Amoruso e Rino Zurzolo hanno contribuito a dare vita a una stagione irripetibile, nella quale Napoli è diventata un vero e proprio crocevia di culture e linguaggi musicali.
Tony Esposito ha condiviso anche alcuni ricordi e aneddoti legati a Pino Daniele, restituendone un'immagine che mi ha colpita particolarmente. Dalle sue parole è emersa la figura di un musicista profondamente devoto alla propria arte, un uomo che metteva la musica al centro di tutto, senza essere particolarmente interessato alla costruzione di un personaggio o alla ricerca della visibilità fine a se stessa. Mi è arrivato soprattutto questo messaggio: Pino Daniele voleva fare musica, non servirsi della musica per diventare qualcuno o per apparire. Una filosofia che trovo molto affascinante e che restituisce un'idea di artista forse oggi meno frequente, quella di chi considera la propria espressione musicale una necessità, una ricerca continua, qualcosa a cui dedicarsi con assoluta autenticità.
Del resto, la sua musica continua a raccontare proprio questo: una personalità artistica libera, capace di assorbire influenze differenti senza perdere la propria identità. E ritrovare le sue canzoni attraverso il ricordo e l'omaggio di un musicista che ha condiviso con lui tante esperienze rende questo tributo ancora più significativo. 
Alla fine, quella di ieri è stata una serata che ha messo insieme tante cose: la musica che appartiene ai miei ricordi d'infanzia, le sonorità degli anni Ottanta, il fascino delle contaminazioni culturali, la storia di una stagione straordinaria della musica italiana e il ricordo di un artista come Pino Daniele. Ma soprattutto è stata l'occasione per ricordare che la musica, proprio come il viaggio di Ulisse, non conosce confini definitivi. Attraversa mari, incontra culture, assorbe tradizioni e si trasforma continuamente, senza perdere la propria capacità di emozionare.
E forse è proprio questo il senso più bello di I Suoni di Ulisse: lasciarsi trasportare dalla musica come da una rotta immaginaria, attraversando luoghi, epoche e suggestioni diverse. Perché ci sono viaggi che si compiono nello spazio e altri che, grazie a una canzone, possono riportarci indietro nel tempo. E ieri sera, tra le percussioni di Tony Esposito e il ricordo di Kalimba de Luna, ho avuto la sensazione di averli vissuti entrambi.


Ci vediamo domani con un nuovo post: inizia lo Speciale Halloween

domenica 25 ottobre 2026

Il Drive In e il culto del modello a stelle e strisce

C’è stato un momento, negli anni Ottanta, in cui la televisione italiana sembrava improvvisamente diventata americana, colorata, irriverente, esagerata, rumorosa: quel momento aveva un nome, Drive In. Ideato da Antonio Ricci e trasmesso dal 1983 al 1988 su Italia 1, Drive In non fu semplicemente un programma comico, ma una vera fotografia deformata dell’Italia di quegli anni, quella del consumismo, della Milano da bere, degli yuppies, dei paninari e dell’edonismo reaganiano. E proprio l’America era dappertutto: già nel nome, nell’ambientazione da drive-in, nelle automobili, nei colori, nelle insegne, nell’atmosfera da fast food e soprattutto in quell’immaginario a stelle e strisce che sembrava rappresentare il futuro, il benessere, la modernità. Un Italia dove si crede va che, come cantava Toto Cutugno, "se vai a cercar fortuna in America,ti accorgi che l'America sta qua". L’America del Drive in era quindi filtrata attraverso gli occhi italiani, trasformata in sogno e caricatura al tempo stesso e portata sul piccolo schermo. Anche i costumi contribuivano a creare quella sensazione: le ragazze fast food con le loro divise degli stessi colori della bandiera a stelle e strisce, i pattini, e quell’estetica sensuale e volutamente sopra le righe erano parte integrante di un universo che richiamava il cinema, la pubblicità e la cultura popolare americana. Ma Drive In funzionava soprattutto perché aveva creato una straordinaria galleria di talenti comici, pochi già affermati, i più esordienti: Gianfranco D’Angelo, Ezio Greggio, Enrico Beruschi, Giorgio Faletti, Francesco Salvi, Enzo Braschi, Sergio Vastano, Zuzzurro e Gaspare, Carlo Pistarino, Massimo Boldi, Teo Teocoli, i Trettré e tanti altri. Molti di loro sarebbero diventati protagonisti della televisione e dello spettacolo italiano per i decenni a venire e, per alcuni, Drive In rappresentò davvero un trampolino verso una notorietà molto più ampia che dura ai giorni d'oggi. E poi c’erano i personaggi: il Vito Catozzo di Giorgio Faletti, il camionista di Francesco Salvi, il paninaro di Enzo Braschi, il bocconiano di Sergio Vastano, lo psicanalista truffaldino alias professor Vermiglione (parodia del professor Verdiglione) di Ezio Greggio, la professoressa manesca e accaldata, a dispetto del tailleur castigato, di Olga Durano. E come dimenticare e parodie di Gianfranco D’Angelo che prendeva in giro le signore incontrastate della TV dell'epoca, cioé Raffaella Carrà e Sandra Milo, o lo stesso D'Angelo nel ruolo del tenerone o alle prese con la cagnetta Has Fidanken. E ancora, le invenzioni surreali di Ezio Greggio nel ruolo del professor Zichichinichì (ovvia parodia dello scienziato Zichichi), le gag di Zuzzurro e Gaspare e le sceneggiate parodie di film celebere di Enrico Beruschi e la moglie Margherita Funero tra cui il Dottor Beruscus (parodia della di già parodia Frankenstein Junior ). Ognuno aveva un linguaggio, un costume di scena, una gestualità e soprattutto una frase che lo rendeva immediatamente riconoscibile. Ed è qui che nasce una delle grandi intuizioni di Drive In: il tormentone. La battuta ripetuta, la frase che tornava puntualmente, il gesto che il pubblico imparava ad aspettare. La professoressa con il suo «io non porto mutande», il paninaro con il suo «troppo giusto», e poi decine di altre espressioni che, puntata dopo puntata, diventavano una sorta di appuntamento condiviso tra il programma e il pubblico.  Ancora qualche altro tormentone:
- «È lui o non è lui? Cerrrto, che è lui!» usata da Ezio Greggio per introdurre gli ospiti, 
- «Se non ci dici niente a tuo fratello, ti regalo un bel giumbotto!» detta da Carletto, un personaggio di Faletti, comico dimostratosi successivamente un artista di grande sensibilità e profondità  che ho amato anche come scrittore (RIP).
- «Porco il mondo che c'ho sotto i piedi!» sempre detta da Faletti ma nel ruolo del poliziotto Vito Catozzo
- «È chiaro 'stu fatto?!» esclamato da Sergio Vastano nel ruolo di "top manager di natura rampante"
- «A me, me pare 'na strunzata!» la lapidaria conclusione di Gino Cogliandro dei Trettré (anche lui RIP) che smontava regolarmente le lunghe e pompose spiegazioni dei compagni.
L'uso del tormentone non era un limite della comicità, era parte stessa del meccanismo: lo spettatore sapeva già cosa sarebbe arrivato e proprio per questo lo aspettava, lo anticipava e finiva per ripeterlo insieme al personaggio. Il tormentone diventava quasi una parola d’ordine generazionale. Antonio Ricci ha spiegato proprio questa caratteristica sottolineando che un tormentone, per funzionare, non deve soltanto essere ripetuto, ma deve poter essere ripetuto dal pubblico. Ed è forse questo il segreto per cui, a distanza di tanti anni, certe frasi sono ancora immediatamente riconoscibili: non appartenevano più soltanto ai personaggi, erano entrate nel linguaggio quotidiano di chi guardava la trasmissione. Drive In era questo: una macchina televisiva velocissima, piena di personaggi, gag, costumi, automobili, ragazze svestite e prosperose sui pattini, parodie, linguaggi inventati e riferimenti all’America che arrivavano direttamente dentro il salotto degli italiani.  Non mancarono anche le parodie dei politici del momento (De Mita, Spadolini, ecc.) interpretate da uno strepitoso Gianfranco D'Angelo e che anticiparono quel tipo di TV di imitazione e satira politica portata sullo schermo da quelli della Compagnia del Bagaglino a partire dal 1987 con lo show Biberon sulla RAI.
Anche le procaci cameriere e cassiere - era l'epoca delle maggiorate - divennero popolari: per citarne alcune Carmen Russo, Lory Del Santo e Tinì Cansino. Furono le antesignane delle veline che, infatti, nelle prime edizioni di striscia si muovevano su delle rotelle, non più quelle dei pattini, ma quelle degli skateboard.
Era l’Italia degli anni Ottanta che guardava l’America, la imitava, la deformava e allo stesso tempo la trasformava in qualcosa di profondamente italiano. E forse proprio per questo, ancora oggi, basta sentire una di quelle frasi, vedere un costume, riconoscere un personaggio o ricordare una vecchia gag per ritrovarsi improvvisamente davanti a quel drive-in colorato, caotico e un po’ folle, dove tutti sapevano già cosa sarebbe successo… e proprio per questo non vedevano l’ora che succedesse.
La trasmissione andò in onda per 5 anni: difficile da immaginare oggi che ci siamo abituati a un palinsesto tristemente identico per decenni, ma una volta le trasmissioni avevano un inizio e una fine, anche quando avevano successo: forse per questo sono diventate trasmissioni culto, un po' come la prematura scomparsa di alcuni artisti li ha consacrati al mito. 
Successivamente alcune dei comici e dei personaggi furono reimpiegati in trasmissioni successive che volevano capitalizzare il filone ancora non esaurito di quel tipo di comicità. Sto parlando di Emilio e Odiens la cui conduzione fu affidata a Gianfranco D'Angelo e Ezio Greggio che già nel Drive erano stati il perno centrale della trasmissione per il grande numero di personaggi e parodie che entrambi avevano portato sullo schermo. Una coppia d'oro, prima ancora della fortunata accoppiata Greggio - Iacchetti, a cui fu poi affidata la prima edizione dell'ormai quasi quarantennale show Striscia la notizia. Il resto è ormai storia.
Questa la sigla del 1984 che ricalcava lo stile comico di Benny Hill, di cui venivano mostrate degli spezzoni comici durante la trasmissione.



martedì 20 ottobre 2026

Alla ricerca del titolo misterioso: Lupenio per Commodore 64

Interrompo eccezionalmente la pubblicazione settimanale per una edizione speciale, nata dall'urgenza di condividere una scoperta che ho fatto appena in questi giorni.
Per molti anni, mi sono chiesta il titolo di un videogame a cui giocavo su Commodore 64. Mio fratello minore, il proprietario della consolle e custode gelosissimo dei suoi giochi, non amava condividerli. Io, quindi, ci giocavo di nascosto. Lui chiamava quel gioco "Lupin" ma ero convinta che fosse un nome affibbiato al protagonista, un ladruncolo mascherato, in omaggio al ladro gentiluomo più famoso del mondo. A rafforzare questa convinzione era arrivata, anni dopo, la mia esperienza con  gli emulatori arcade come il MAME: avevo trovato vari titoli ispirati al celebre ladro ma nessuno aveva delle schermate somiglianti a quelle schermate impresse nelle memoria. Schermate a cui associo un particolare sottofondo musicale, un giro di basso inconfondibile  che si è registrato in maniera perpetua nella mia memoria non volatile. Mi è entrato proprio nelle sinapsi o - come si direbbe a Bari - si è menato proprio alla centralina! Poi il post di Riky mi ha riacceso la curiosità e la nostalgia: ho quindi deciso di dare finalmente un titolo a questo gioco. Riky ha ipotizzato "Casa dolce casa" (Henry's house):  in realtà la dinamica del gioco era simile, ha ben compreso il genere, ma la grafica  del mio gioco era decisamente più spartana e meno colorata.
Ho raccolto gli elementi ancora a disposizione nella NoVRAM presente nella mia cassa cranica.

Indizio n.1. Il gioco era parte dell'unica cassetta che possedevano (o meglio, il fratello possedeva) di quelle allegate alle riviste (tutte le altre cassette erano copie fornite da amici, la pirateria esisteva anche allora!);

Indizio n.2.  Nella cassetta c'era anche un gioco che si chiamava Fire Drill: in questo gioco, armati di joystick, abilità e pazienza, bisognava coordinare un'operazione dei vigili del fuoco. Nel primo quadro bisognava buttare i pompieri giù per la pertica prima che il timer scadesse mentre loro tentavano di tornarsene a letto. Nel secondo bisognava guidare il mezzo dei vigili del fuoco scansando le numerose bottiglie di vetro sull'asfalto, una abilità che è utile sviluppare si da bambini dato lo stato pietoso delle nostre strade piene di fossi, almeno nel territorio in cui vivo. Nel terzo bisognava posizionarsi con una barella sotto le finestre di un orfanotrofio in fiamme per salvare i bambini che si buttavano dalle finestre, una cosa spensierata...spensierata. E poi dal 4 quadro si ripartiva dalla pertica ma con aumentata difficoltà.

Indizio n.3. Il gioco dal titolo misterioso aveva come protagonista un personaggio basso e tarchiato, evidentemente un ladro, considerata la mascherina presa in prestito dalla Banda Bassotti, che portava sul visto e si muoveva goffamente e furtivamente in perfetta sintonia con il giro di basso.

Indizio n.4. Ogni quadro era rappresentato da una casa a più piani di cui era rappresentata la sezione dove gli ambienti erano separati da muri a barriera e passaggi bloccati che richiedevano delle chiavi per essere aperti e dare accesso alle rampe di scale/ascensori per i piani superiori. Qua e là erano disseminate delle trappole tra cui un nastro trasportatore che portava il ladruncolo direttamente su una rete elettrizzata.

Indizio n.5: quando il protagonista veniva fulminato o comunque subiva un danno mortale, appariva il suo scheletro come rappresentabile su una radiografia.

Indizio n.6 (falso indizio): grafica molto spartana, per lo più in bianco e nero. Questo era un falso ricordo. La grafica non era così ricca e colorata come quella del succitato "Casa dolce casa" ma quando ho recuperato il titolo e ho cercato le schermate, riconoscendolo all'istante, mi sono resa conto che non era così spartano e privo di colore come me lo ricordavo. Memory corrupted. 
Ecco una delle schermate:



Mettendo in campo le mie capacità investigative, dopo aver vagliato varie ipotesi (Lock 'n Chase, The Heist, ...) alla fine sono arrivata alla soluzione, la più ovvia e scontata, il titolo era proprio Lupenio.
Il nome era sempre stato lì, nascosto nella memoria di mio fratello e nei mei ricordi. Eppure lo avevo escluso  perché quando avevo chiesto aiuto all'intelligenza artificiale, mi era stata mostrata  una schermata che non riconoscevo. Forse l'immagine fornita non era corretta o forse perché era una schermata di livelli a cui non sono mai arrivata perché il gioco era parecchio difficile: propendo per la prima ipotesi perché il protagonista in tale immagine aveva un aspetto completamente diverso.

Una volta però individuato il titolo, l'intelligenza artificiale si è riscattata rivelandomi che il gioco faceva parte di una Cassetta SIPE del maggio 1988  e che la cassetta raccoglieva altri titoli quali Fire Drill come già ricordavo, Color Mind, Pirati e Slinky in Moroder. Non ricordo praticamente nulla degli ultimi due, ma ora ricordo che a Color Mind ci giocavo e mi piaceva un sacco: adoro l'enigmistica, i giochi di intelligenza e questo era una variante del classico Mastermind.

Sono molto contenta di aver dato un titolo a questo ricordo: rivedendolo mi sono ricordata di ulteriori dettagli, come i topi da saltare, muri da abbattere a suon di bombe. E mi sono ricordata di quanto fosse buffo il ladro quando lo facevo abbassare per evitare i pipistrelli:   sembrava intento a defecare. Strano che abbia dimenticato questo dettaglio, allora mi faceva scompisciare dal ridere! 
Rivendendolo ho anche capito come quel gioco, che mi piaceva tanto, abbia plasmato i miei gusti videoludici: era un gioco del genere "raccoglitutto"  in cui si raccoglievano gli oggetti lungo la strada (in primis, chiavi ma anche bombe ed altro) perché sarebbero prima o poi stati necessari. Un concetto antesignano di quello alla base delle avventure punta e clicca che sono state il mio vero grande amore in materia videogiochi con titoli come Leisure Suite Larry, Broken Sword e soprattutto Monkey Island!

Aggiornamento: in realtà, quello che ho definito giro di basso perché non sapevo come altro definirlo, è un giro ripetitivo che non è stato ottenuto con uno strumento musicale ma dal chip sonoro integrato nel Commodore (chip MOS 6581 SID) che genera musica a 8 bit attraverso forme d'onda elettroniche (quadrate, a dente di sega, triangolare, ...). Approfondimenti qui.

domenica 18 ottobre 2026

Mago pancione: la magia in uno starnuto. Auli Aule Tulilem Blem Blu!

Immagina avere un vaso panciuto dal collo stretto a mo' di bottiglia, antico e decorato con le fattezze viso bruttino per la verità, con piccole maniglie che si prestano da orecchie per quel viso strano dalle grandi labbra a canotto e i baffi felini. E immagina la sorpresa di starnutire a causa di un raffreddore o di una nuvola di pepe e ritrovarti davanti un bizzarro personaggio obeso, con una faccia strana, che richiama con quelle grandi labbra proprio quella riprodotta sul vaso...E' il mago pancione Etcì, pronto a soddisfare ogni tuo desiderio!
Questa è la situazione in cui si ritrova Kancian, un ragazzino pigro e sfigato con una t-shirt su cui - guarda caso - sono rappresentati dei vasi, quando trova questo  vaso in una soffitta polverosa e la nube di polvere lo porta a starnutire. Quello è l'inizio di una serie di avventurosi guai causati dal mix:
1. della voglia di Kancian sfruttare le capacità magiche del mago per scopi assolutamente superficiali come scansarsi compiti scolastici, trovare scorciatoie per adempiere ai piccoli doveri quotidiani e mettere a segno qualche punto agli occhi della compagna di classe di cui è invaghito;
2.dalla goffaggine di Etcì che in realtà è molto più bravo a divorare polpette che a risolvere situazioni con un tocco della sua bacchetta magica a forma di mano e al grido di "Auli Aule Tulilem Blem Blu!"
Lo dice anche la sigla "E' un mago pasticcione e un po' spaccone, con tanta voglia di aiutare ma tanta di mangiare...". Insomma, bambino sfigato e scansafatiche + mago imbranato = perfetto mix di situazioni comiche e paradossali che finiscono puntualmente con il sedere di Etcì bersaglio di un bulldog che vive nei paraggi.
 A complicare la situazione, la figlia del mago, la piccola irriverente e dispettosa Sbadiglio, anche lei abitante del vaso (di cui a volte ci viene mostrato l'interno, suddiviso come un vero appartamento) e richiamata appunto da uno sbadiglio. Sbadiglio ha paura degli specchi e fa le sue magie a suon di tamburello e formula "Schicchirimiao": sembra più dotata del padre e usa il suo talento per interferire  con le magie di quest'ultimo per puro divertimento, causando frustrazione paterna e  pasticci peggiori di quelli che Etcì causerebbe con la sua sola goffaggine.
La famiglia è completata dalla moglie di Etcì, Singhiozzo, evocata appunto da questo fastidiosissimo disturbo, che però esce dal vaso solo in poche puntate e la madre di Etcì, che è mostrata in una sola puntata.
Attorno a questi protagonisti ruotano altri personaggi come i genitori di Kancian e i suoi compagni di scuola inclusi alcuni bulli (Gigiotto e la sua banda) che l'incapacità di Etcì non esonererà dal trovare la giusta punizione.
Tra una avventura e l'altra l'affetto tra la famiglia che abita il vaso e Kancian, cresce puntata dopo puntata, finché i superiori di Etcì decideranno che la famiglia dovrà restare chiusa per cent'anni nel vaso per spezzare questo legame diventato troppo profondo, in un finale, nella puntata "Addio, Mago Pancione" commovente che ci mostrerà quanto c'è di tenero in ciascun personaggio, bulli e bulldog compresi. Un finale che mi ha ricordato molto quella della balena Giuseppina e non tanto per il titolo (Addio Giuseppina) quanto per la morale: è arrivato il momento che Kancian, come Choppy, se la cavi da solo.

Cartone animato della Tatsunoko (per la quale sapete che stravedo), è stato prodotto in 52 divertenti puntate accompagnati da una sigla fantastica, sebbene non si trovi nell'Olimpo delle sigle più vivamente ricordate ai giorni di oggi. La sigla era cantata da "Andrea e Sabrina", che altri non erano che i figli del musicista e bassista Mario Scotti, collaboratore di Claudio Baglioni e Renato Zero, che l'ha musicata. La sigla fu incisa su 45 giri con la sigla di Capitan Jet  (cantata però da Sara Kappa) sull'altro lato del disco. Diversamente da altre sigle dell'epoca, il testo della sigla riprende molto bene la dinamica del cartone, citando alcuni esempi di magie che il mago può fare ma purché venga incentivato opportunamente con una polpetta mentre i cori fanno il suono dello starnuto. Anche la formula magica "Auli Aule Tulilem Blem Blu" viene ripresa e potrebbe essere una citazione di un successo di Celentano dell'epoca dal titolo "Aulì-Ulè".

Naturalmente, il cartone trae moltissima ispirazione dalle classiche storie di geni della lampada che hanno trovato massima espressione nelle celebre fiaba "Aladino e la lampada meravigliosa" contenuta in "Le mille e una notte", la favolosa raccolta di fiabe orientali. Storie che in realtà affondano le loro radici nelle mitologie arabe pre-islamiche che riconoscevano la presenza dei Jinn, spiriti del deserto legati agli elementi naturali come il fuoco (quindi, non proprio divinità) che avevano grandissimi poteri e una natura non necessariamente benevola. Di questo universo da mille e un notte, il cartone mutua, ad esempio, la possibilità di volare in sella a un tappeto magico. 

Alcune curiosità sulla serie:
- la serie in Giappone aveva uno sponsor: una marca di polpette/hamburger
- fu realizzata negli Stati Uniti una versione in inglese chiamata "Bob in the Bottle" che non fu mai trasmessa negli USA ma fu distribuita in altri paesi anglosassoni. Peccato per loro, poteva essere usata per sponsorizzare hamburger, dato che l'hamburger rappresenta il 50% della loro varietà enogastronomica (ahia!);
- negli anni 2000 fu realizzato uno spin-off dal titolo Akubi Girl dedicato a Sbadiglio che fu trasmesso anche in Italia (Akubi è il nome originale di Sbadiglio!);
- il mago Pancione è uno dei personaggi del picchiaduro  Tatsunoko vs. Capcom: Cross Generation of Heroes.

A giudicare dal materiale trovato in rete, credo che in Giappone il cartone abbia avuto un buon successo mentre in Italia, pur essendo conosciuto  e amato da molti, è stato sempre relegato a qualche TV locale.
In questa immagine i personaggi più ricorrenti: da sinistra a destra, ovviamente, Etcì, Sbadiglio, Kancian, Susy (una amica di classe di Kancian), i genitori di Kancian, Gigiotto (il più grosso dei tre) con i suoi scagnozzi ... e ovviamente il famelico e malefico bulldog al centro della scena.


Sigla!!




domenica 11 ottobre 2026

La furia di Hong Kong, maestro di karate in accappatoio

Prima di parlare di lui, una precisazione è d'obbligo: La furia di Hog Kong (Hong Kong Phooey) non è un normale cane poliziotto… anche se ufficialmente lavora proprio in un commissariato! 

Creato dalla prolifica coppia Hanna-Barbera , La furia di Hong Kong racconta le avventure di Penrod "Penry" Pooch (pooch=cagnolino), un tranquillo cane che lavora come inserviente e custode in una stazione di polizia. Un ruolo apparentemente insignificante, ma che gli permette di ascoltare continuamente le comunicazioni degli agenti e di venire a conoscenza dei casi di cronaca.

Nello specifico, ogni puntata si apre con la centralinista del distretto di polizia, Rosemary, che riceve una chiamata di soccorso e riferisce l'emergenza di turno al sergente Flint.

Quando c'è un crimine da risolvere, Penry si precipita nello sgabuzzino, apre il suo schedario segreto, indossa il caratteristico accappatoio rosso, la cintura arancio e mascherina nera… e in pochi secondi diventa Hong Kong Phooey! 🐾

Il suo fedele compagno è Spot, un gatto che, ironia della sorte, è spesso molto più capace del suo padrone e finisce per risolvere concretamente i problemi nei quali Hong Kong Phooey si caccia a partire dal rimanere puntualmente incastrato nello schedario in cui si trasforma.

Un meccanismo da supereroe… in versione Hanna-Barbera, una trovata è interessante perché Hong Kong Phooey prende in giro uno dei meccanismi più classici dei supereroi americani.

Pensiamo a Clark Kent: giornalista del Daily Planet, quindi praticamente seduto in prima fila davanti alle notizie di cronaca, ma pronto a sparire in un bagno o in un vicolo per trasformarsi in Superman.

Oppure a Peter Parker, fotografo e reporter freelance, sempre alla ricerca di notizie e abbastanza vicino agli eventi da poter intervenire nei panni di Spider-Man.

E lo stesso principio, con qualche variazione sul tema, si ritrova in molti personaggi dei fumetti: l'eroe conduce una vita apparentemente normale, ma il suo lavoro gli garantisce un accesso privilegiato alle informazioni e agli eventi. Quando arriva la notizia giusta… in un battibaleno il personaggio si maschera e rimuove la maschera di uomo pavido e imbranato per vestire, letteralmente e figuratamente, i panni dell'eroe!

Hong Kong Phooey ripete questo schema, solo che invece di essere un giornalista o un fotografo, Penry è l'addetto alle pulizie del commissariato (e le notizie gli arrivano direttamente sotto il naso!) e in più è imbranato sia nei panni dell'inserviente che dell'eroe.  E, infatti, il personaggio è una parodia degli eroi invincibili e dei maestri di arti marziali. Hong Kong Phooey si vanta di essere un combattente straordinario, cita continuamente le proprie capacità e si lancia con entusiasmo nelle missioni.Peccato che le cose non vadano quasi mai come previsto. I suoi piani sono spesso assurdi, le sue tecniche funzionano a metà e, soprattutto, Spot finisce regolarmente per sistemare ciò che lui combina. Tuttavia, le persone in città questo non lo sanno e acclamano Phooey come l'eroe della città e anche Rosemary ha un debole per lui. Tutti lo amano, tranne il sergente Flint che non ama le sue interferenze con la giustizia.

Ed è proprio questo il cuore della serie: Hong Kong Phooey è convinto di essere un grande supereroe…tutti in città sono all'oscuro della sua totale assenza di talento, mentre lo spettatore sa benissimo che il vero eroe è probabilmente il gatto!

La serie debuttò negli Stati Uniti nel 1974 e conta una sola stagione, per un totale di 16 episodi. Nonostante la breve durata, Hong Kong Phooey è diventato uno dei personaggi più riconoscibili della produzione Hanna-Barbera.

Il suo look è rimasto impresso nella memoria pronto a lasciare il commissariato per combattere il crimine con il suo accappatoio rosso.

E forse il suo fascino sta proprio qui: prende tutti gli ingredienti del supereroe classico — doppia identità, trasformazione lampo, costume, base operativa, nemici e missioni — e li ribalta con quella comicità surreale che Hanna-Barbera sapeva fare così bene.

E ho dimenticato di menzionare che così come Batman ha la bat-mobile, anche Phooey ha la phooeymobile (furiamobile nel doppiaggio italiano) , una vettura capace di trasformarsi in nave, aereo e cabina telefonica a seconda della circostanza. 

 Chi se lo ricorda? E soprattutto: quanti di voi, da bambini, avrebbero voluto avere uno sgabuzzino segreto dove trasformarsi in supereroe in cinque secondi?

Hong Kong Phooey
Penry Pooch
Spot
Sergente Flint
Rosemary
La Furiamobile

domenica 4 ottobre 2026

Tom e Jerry, geniale superclassico sempreverde capolavoro d'arte


Tom & Jerry è una di quelle coppie che non hanno bisogno di presentazioni: un gatto e un topo, eterni rivali, protagonisti di inseguimenti, trappole, dispetti e situazioni completamente surreali che hanno fatto ridere generazioni di spettatori in tutto il mondo. La trama, almeno in apparenza, è semplicissima: Tom cerca in tutti i modi di catturare Jerry, mentre il piccolo topo riesce quasi sempre a sfuggirgli, trasformando ogni tentativo del gatto in un nuovo disastro. Eppure, dietro questa formula apparentemente elementare, si nasconde una delle serie animate più importanti e influenti della storia. Tom e Jerry nacquero nel 1940 dalla fantasia di William Hanna e Joseph Barbera, quando i due lavoravano alla Metro-Goldwyn-Mayer, e il primo cortometraggio si intitolava “Puss Gets the Boot”. Inizialmente i protagonisti non avevano ancora i nomi con cui li conosciamo oggi: il gatto si chiamava Jasper, mentre il topo era semplicemente indicato come un topo. Il successo fu immediato e i personaggi vennero sviluppati fino a diventare Tom e Jerry. Una delle caratteristiche più particolari della serie è che, soprattutto nei cortometraggi classici, i due protagonisti parlano pochissimo: gran parte della comicità nasce infatti dai gesti, dalle espressioni, dalla musica, dai rumori e da un ritmo incredibilmente preciso. Le loro avventure sono costruite come una vera e propria danza comica, dove ogni porta sbattuta, martello, caduta o esplosione arriva nel momento esatto per creare l'effetto desiderato. E proprio la musica ha un ruolo fondamentale: il compositore Scott Bradley realizzò colonne sonore estremamente sofisticate, mescolando jazz, musica classica e sonorità moderne per l’epoca. Grazie a questo cartone, già dalla tenera età ho iniziato ad apprezzare i brani più famosi di Chopin, Mozart, Lizt, Strauss, Rossini. E quando Tom suona il piano e si esibisce in uno dei pezzi  di musica classica classici , Tom va a premere i tasti corretti, quelli che corrispondono alla melodia e con un sincronismo perfetto. Da preadolescente che sapeva suonare la tastiera elettronica il fatto che ci fosse una perfetta corrispondenza tra l'animazione e il suono colpiva la mia attenzione in maniera speciale. Insomma, questo cartone porta a nuovo livello il concetto di "ricerca di una estrema cura nei dettagli". In questa scena vi mostro concretamente di cosa sto parlando.

 Qualche tempo fa mi sono imbattuta in una divertente scena di Tom & Jerry che viene usata per spiegare cosa è il concetto ingegneristico di Risk Assessment e come si importante tenerlo sempre aggiornati i documenti di valutazione del rischio. Questa è la scena.


Ritengo che per lo studio e l'accuratezza che ci sono dietro alla produzione di ogni singolo episodio, ccon un po' di impegno e fantasia si potrebbero individuare tantissime scene che si possono prestare a creare pillole formative come questa e in diversi campi dello scibile; comprese la fisica e l'ingegneria, i cui principi vengono largamente utilizzati da Tom quando deve creare delle sofisticate trappole per Jerry. Ma non solo nozioni, anche metafore e insegnamenti di vita.

Un’altra curiosità è che Tom e Jerry non sono sempre stati semplicemente nemici: in diverse storie si aiutano, collaborano o finiscono dalla stessa parte quando compare un problema ancora più grande. Questo contribuisce a rendere il loro rapporto molto più interessante di una semplice rivalità, perché sotto i litigi e gli inseguimenti sembra esserci una sorta di legame indissolubile. La collaborazione è orientata a salvaguardare la loro dinamica, quando è minacciata in una qualche situazione, per poter diventare nuovamente rivali e tornare a bisticciare dopo, a riprova che ciò che conta è avere un missione, quella di Tom cacciare, quella di Jerry scappare, e entrambi perderebbero lo scopo di vita se Tom riuscisse a catturare e uccidere Jerry una volta per tutte o Jerry a liberarsi del suo aggressore una volta per tutte. Motivo per cui a volte vanno ad auto sabotarsi quando sono vicini al raggiungimento dei propri obiettivi. E ditemi se questa non è una grande lezione di vita, di come sia importante il viaggio e non la meta, avere uno scopo. Proprio ieri leggevo un articolo che parlava delle teorie di un centenario ricercatore giapponese che afferma che la longevità non sia solo una questione fisica ma una questione mentale: un cervello che ritiene di dover ancora sistemare delle cose prima di passare a miglior vita riesce a tenere vivo un corpo anche provato mentre più docilmente si abbandona tra le braccia di Morfeo chi ha ottenuto tutto, chi ha già realizzato tutti i suoi scopi o ci ha definitivamente rinunciato, chi pensa di aver compiuto la sua missione.

Attorno ai due personaggi ruotano altri personaggi, a volte interessi amorosi con eventuali rivali in amore di uno dei due protagonisti, che sono quindi spesso altri topi, altri gatti, più raramente altri animali. Si tratta di personaggi che compaiono una tantum, partecipano alla trama di uno specifico episodio, e poi non si vedono mai più. Uniche eccezioni, nel senso che sono figure ricorrenti, sono la padrona umana di Tom, di cui si vedono solo le gambe che danno l'idea di una donna corpulenta, che appare di tanto in tanto per gridare il suo terrore di fronte alla presenza del topo in casa e per rimproverare Tom della sua incapacità di acchiapparlo, e Spike (a volte con figlioletto al seguito), un cane bulldog che prende le difese di Jerry e ribalta la dinamica: con lui in giro, è Tom a dover scappare e difendersi, anche perché spesso le trappole di Tom piazzate per Jerry finiscono per colpire Spike (con lo zampino del furbo Jerry) o addirittura il figlioletto di cui è super protettivo.

I cortometraggi classici ottennero anche un enorme riconoscimento internazionale e conquistarono ben sette Premi Oscar nella categoria dedicata ai cortometraggi d’animazione, un risultato straordinario che testimonia quanto la serie fosse apprezzata anche dal punto di vista artistico e tecnico. Nel corso dei decenni Tom e Jerry hanno cambiato stile, autori, produzioni e formati, arrivando in televisione, al cinema e in numerose nuove serie, ma il concetto di base è rimasto praticamente immutato: Tom vuole prendere Jerry, Jerry vuole sopravvivere e ogni piano finisce inevitabilmente nel caos. Ed è forse proprio questa semplicità a spiegare la loro longevità: non servono grandi spiegazioni, perché la comicità è universale e comprensibile a qualsiasi età. Un dettaglio curioso riguarda anche il nome “Jerry”: dopo il successo del primo cortometraggio, la MGM organizzò un concorso interno per scegliere il nome definitivo del topo e fu l’animatore John Carr a proporre proprio “Jerry”. Da allora quel piccolo topo grigio è diventato uno dei personaggi più riconoscibili dell’animazione mondiale. Tom & Jerry dimostra così che non servono dialoghi complessi o trame elaborate per creare personaggi immortali: bastano due caratteri opposti, una buona dose di fantasia, tempi comici perfetti e una rivalità destinata a non finire mai. E forse, dopo più di ottant’anni, la cosa più divertente è proprio questa: per quanto Tom ci provi, Jerry continuerà sempre a trovare un modo per scappare! 

domenica 27 settembre 2026

Pupazzi in TV: tenerezza o inquietudine?

Topo Gigio
Provolino
Rockfeller
Uan
Five
Four
Ambrogio
I Muppet
Sesame street

Un fenomeno tipico degli anni 80 è stato quello dei Pupazzi in TV, un fenomeno che è continuato, scemando, anche negli anni 90 (si pensi a Dodò della Melevisione) ma che ora sembra ormai tramontato. E per fortuna diranno alcuni. Eh sì, perché spesso mi capita di sentire da alcuni miei più o meno coetanei che da bambini erano da impauriti a terrorizzati da quei pupazzi, per quanto fossero pensati proprio per un pubblico di giovanissimi. Personalmente questi pupazzetti non mi spaventavano ma tranne Topo Gigio che era molto tenero e Uan, pacioccone, sagace e protagonista di divertentissimi siparietti con un allora giovane Bonolis, gli altri li trovavo stupidi e sgradevoli alla vista. Tuttavia, anche loro nel bene e nel male hanno segnato un epoca e tanti ricordi, ed è per questo e per coloro che invece li ricordano con nostalgia che ne voglio fare una carrellata.

Incominciamo da Topo Gigio, tenero topolone antropomorfo dai connotati nordici (capelli biondi e occhi azzurri) e dallo sguardo sognante creato da Maria Perego e Federico Caldura. Sebbene sia indissolubilmente associato al Lo Zecchino d'Oro, storica trasmissione e competizione televisiva dedicata alle canzoni dei bambini per i bambini, in realtà Topo Gigio fu creato nel lontano 1959 per la trasmissione Serata di Gala doppiato inizialmente dal grande indimenticato Domenico Modugno (...mica pizza e fichi...) ed è apparso in trasmissioni ammiraglie della RAI (Canzonissima e Festival di Sanremo) prima di approdare alla trasmissione del Mago Zurlì aka Cino Tortorella e rimanerci a tempo indefinito fino a giorni nostri. In realtà la popolarità di Topo Gigio, confermata anche dalla successiva realizzazione di libri, fumetti, serie animate a lui dedicate, ha varcato i confini nazionali apparendo anche nella trasmissione statunitense Ed Sullivan Show. Nei siparietti in cui Topo Gigio appare egli interloquisce con il Mago Zurlì o con altri conduttori o ospiti della trasmissione, esprimendo pensieri semplici, come quelli di un bambino, sebbene a volte connotati da una ironia meno infantile, ma sempre restando in toni teneri, romantici, esprimendo il desiderio di protezione, dolcezza o di un pezzo di gruviera.

Un altro pupazzo storico fu Provolino, dalle sembianze umane caricaturizzate, con grandi orecchie a

sventola, occhi piccoli e dentone centrale, inventato dalla coppia Castellano & Pipolo, animato da Raffaele Pisu e con la voce fuoricampo di Oreste Lionello. Che mix!
Dalla personalità irriverente e costantemente contestatrice, Provolino apparve in diversi programmi televisivi RAI alla fine degli anni 60 ed ebbe un successo tale da diventare una serie a fumetti regolare della Bianconi edizioni, con uscite, tra inediti e ristampe, che sono durate fine al 1990.

Restando in ambito RAI, un altro pupazzo che ebbe notevole successo fu Rockfeller, animato dal ventriloquo José Luis Moreno. In realtà Rockfeller nacque in RAI, con Fantastico 5, ma fu successivamente anche ospitato a Pentatlon sui canali Fininvest. Come il nome richiama, al netto di una "e" mancante, il pupazzo interpretava il ruolo di un miliardario che, come cantava nella più famosa tra le canzoni che ha inciso, con i suoi miliardi poteva soddisfare qualsiasi desiderio. Infatti, in tale canzone, cantata con il coro dei Piccoli Cantori di Torre Spaccata, nella strofa una voce di bambino esprimeva una serie di desideri ai quali Rockfeller, con la sua voce rauca, rispondeva nel ritornello "Tutto si può fare, quanto può costare, 1 milione, 2 milioni, forse 3... il problema non c'è". In contrasto con gli intenti generosi espressi nella canzone, dalla melodia e testo molto leggeri, in maniera secondo me eloquente e anticipando di decenni gli attuali dibattiti intorno ai centri di potere finanziari che decidono le sorti del mondo al di sopra delle apparenti sovranità dei popoli, il pupazzo era rappresentato come un corvo nero  (non quindi un simbolo di buon auspicio) , cinico, sagace, sarcastico e dalla lingua tagliente. Vestito di frac e cilindro, non era certo concepito per un pubblico infantile. Era infatti protagonista di programmi della fascia serale e i dialoghi con il suo ventriloquo, comprendevano commenti e frecciatine a personaggi pubblici dell'epoca. Forse dovrei recuperare quei dialoghi e rivederli alla luce di come sia cambiato il mondo da allora, ho il sentore che ci troverei parecchio materiale profetico.
Rockfeller ebbe un successo globale, soprattutto nei paesi latini come il suo ventriloquo e furono prodotti molti giocattoli come copie del pupazzo originale.

Parlare di tutti i pupazzi in TV richiederebbe più spazio di quello a disposizione di un singolo post di lunghezza ragionevole, soprattutto se volessi allargare il discorso al contesto internazionale, considerando in primis il celeberrimo e storico Muppet Show, lo show dei pupazzi per antonomasia, e il Sesame Street che ne è una sorta di spin-off.  Ma adesso volendo circoscrivere a quelli che sono stati i pupazzi più influenti nel panorama televisivo italiano, non posso non citare la triade Uan - Four - Five, protagonisti dei contenitori televisivi per bambini rispettivamente di Italia 1 (Bim Bum Bam) - Rete 4 - Canale 5.  Contrariamente al fatto che la rete ammiraglia fosse Canale 5 e quindi ci aspetterebbe una maggiore popolarità della sua mascotte, il più popolare dei 3 era sicuramente Uan. Credo che al successo di Uan abbia contribuito una migliore riuscita grafica, con quel pelo rosa shocking, e poi è un cane antropomorfo, quindi, sicuramente più familiare di un draghetto/biscione (Five) o di un orso (Four). 
Ma, non solo. Uan aveva una personalità scaltra, divertente ma sempre bonaria ispirata al bambino pestifero in stile Pierino, gli altri due avevano una personalità...meh. Four cercava di parlare agli adolescenti con il suo linguaggio paninaro (ne parleremo nelle prossime puntate) e i suoi idoli da copertine di Cioé ma questo appiattiva i dialoghi attorno agli stessi temi, nulla a che fare con i dialoghi brillanti tra Uan e un già strepitoso Bonolis (anche merito suo). Five, nonostante il doppiaggio di Marco Columbro, non era secondo me ben caratterizzato, era impertinente e dispettoso senza risultare divertente, no redeeming quality. A contribuire alla popolarità di Uan ancora altri due fattori: il mitico doppiaggio di Giancarlo Muratori che la troppo precoce dipartita ha definitivamente consacrato come leggendario e il fatto che Uan era il protagonista del contenitore per bambini e ragazzi più longevo e con la programmazione più regolare per moltissimi anni, ogni pomeriggio feriale dal 1981 al 2002 e sempre sulla stessa rete (Italia 1). Four fu penalizzato dal fatto che Ciao Ciao ebbe una programmazione più irregolare, spostandosi ripetutamente tra il palinsesto di Rete 4 e quello di Italia 1 mentre Five appariva in vari programmi, non solo per bambini, comprese trasmissioni serali come Premiatissima (dove apparve per la prima volta), un pupazzo quindi non inequivocabilmente associato al mondo dei bambini anche se poi appariva nelle copertine delle compilation di sigle dei cartoni "Fivelandia". Successivamente il trio di pupazzi si arricchì di un quarto pupazzo che affiancò Uan in Bim Bum Bam: Ambrogio, un leone un po' eclettico e portato a riflessioni su altri mondi paralleli, dal nome, chiaro omaggio alla città di Milano (e al suo santo patrono) da cui l'impero Fininvest si era sviluppato.
Chiudo postandovi un po' di materiale che sblocchi i vostri ricordi ma anche invitandovi a commentare e a segnalare altri pupazzi celebri, in Italia o nel resto del mondo.




domenica 20 settembre 2026

Charlotte e la casetta in Canadà con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà

Charlotte è un anime giapponese di genere drammatico di 30 interminabili episodi. Avrete già capito che non è uno dei miei anime preferiti. Mi ostinavo a guardarlo un po' per l'ambientazione esotica che mi affascinava - quella casetta in Canada con tutta la vecchia fattoria degli animali - un po' per l'acconciatura di Charlotte (non ho mai amato portare i capelli raccolti, e le due treccioline laterali erano l'unico vezzo che la mia capigliatura si concedeva), un po' per masochismo, un po' perché non mi piace lasciare le cose a metà, un po' perché veniva trasmesso sulla RAI e quindi era facile da intercettare e incrociare tra un programma ed un altro. E' anche questo uno dei cartoni dove tra lutti, incidenti, malattie, orfani che subiscono soprusi, è meglio guardare toccando ferro ma, in fin dei conti, guardando asetticamente alla trama, non è peggio di Remì, Candy Candy o Isabel de Paris che è la tragedia fatta a cartone. Eppure nessuno di tutti questi mi inquietava come Charlotte. Sarà perché in certi cartoni c'era anche sollievo comico (si pensi alle esibizioni della scimmietta o di Mattia  o le scenette con Clean il procione di Candy), sarà perché in altri cartoni oltre ai momenti di dolore c'erano anche momenti di gioia e serenità, sarà che in altri cartoni la tragedia viene sublimata, diventa epica e commuove, non inquieta. Mi sembra che tutti questi elementi manchino in Charlotte o non sono abbastanza forti: ma sarà soprattutto perché in Charlotte i dialoghi erano farciti di silenzi assordanti, le scene accompagnate da musiche tra il cupo e il drammatico; e i personaggi erano abbastanza impenetrabili - o forse poco caratterizzati - alcuni carogne senza qualità che li potessero riscattare e pertanto alquanto indigesti. Insomma, tutto l'insieme gridava sfiga, miseria, ambiguità. 

La trama, tra vari colpi di scena, è pressoché la seguente: Charlotte Mombanc vive con il suo papà André in un ranch in Canada, precisamente nel Quebéc, e anche lei ha l'abitudine, come Heidi e San Francesco, di parlare agli animali, in particolar modo al suo criceto Spica e l'agnellino ribelle Fiocco. Vive da sola con il papà che, a dispetto della vita semplice che conduce, è il rampollo di una famiglia aristocratica francese. Vivono da soli perché pensano che la sua mamma Simone sia morta. In realtà Simone era stata costretta ad abbandonare marito e figlia dal quel gran classista del nonno, il duca Mombanc. Ben presto nella serie, la verità viene a galla e Simone sta navigando dalla Francia  al Quebéc per ricongiungersi alla sua famiglia quando si verifica, puntuale e ineluttabile come la TARI, l'immancabile tempesta che mette a rischio la vita di Simone e di tutti i passeggeri della nave.
Nel tentativo di salvarla, André prende la sua imbarcazione e naufraga a sua volta perdendo la vita.  Incominciano giorni duri per Charlotte che deve gestire tutta la fattoria a soli 12 anni anziché fare i fit check su Instagram e vedersela anche con il signor Gordon, uno spietato affarista e aspirante sindaco, che mira ad impossessarsi della fattoria. Il signor Gordon è coadiuvato nei suoi scopi dalla famiglia Garson, lavoranti della fattoria di Charlotte, che è composta da personcine e lavoranti della fattoria dei Mombanc che sono autentiche canaglie, prepotenti eppur servili, maneschi, ignoranti e cozzali. Insomma, infamità che scorre nelle vene:  l'unica persona per bene della famiglia è la figlia minore Katy, dal carattere dolce e giusto e così diversa dalla malefica sorella Belle. Tempi duri, quindi, ma Charlotte può contare sull'amicizia e l'aiuto di due giovani: Sandy, un ragazzo del vicinato che vive con suo nonno Melville, un vecchio fattore appassionato di astronomia e Il Cavaliere, un ragazzo biondo e misterioso. E anche di Sammy, figlio adottivo del signor Gordon, di cui quindi non condivide i geni malefici.
A questo punto Charlotte viene avvicinata dallo zio Albert (in realtà dovrebbe essere un cugino del padre, non suo fratello) che vuole portarla in Francia dal nonno dicendole che lì incontrerebbe sua madre, sopravvissuta al naufragio. Una bella panzana che Charlotte scopre quando è ormai sul transatlantico diretto a Parigi, visto che sua madre è in Quebéc e la sta cercando. A Parigi Charlotte si ritrova praticamente prigioniera in una gabbia dorata e al centro di intrighi orditi da Albert per assicurarsi di essere l'unico erede della fortuna dei Mombanc ma anche dal nonno stesso che, pur di ammorbidire la volontà della nipote, restia a rimanere a Parigi, non si fa scrupoli a spacciare per sua madre, un'altra donna, Milene, amica e e complice di Albert, nonché sorella maggiore del Cavaliere, la cui amicizia con Charlotte è un tentativo di rimediare alle cattiverie di sua sorella, già molto tempo prima coinvolta nella separazione tra André e Simone. C'è anche la manifesta ostilità della figlia adottiva del duca, Marie, una ragazza cinica e cattiva mentre un po' di aiuto arriva dal giovane nobile Luis, ribelle e destinato a morire di TBC, che la aiuterà a ricongiungersi con sua madre arrivata a Parigi a cercarla. Senza portarla per le lunghe, Charlotte alla fine, riappacificatasi con il nonno che si intenerisce nel corso della serie e si affeziona sinceramente alla nipote,  si riapproprierà della fattoria, ormai ridotta in miseria, e la gestirà con sua madre, mentre il Cavaliere e Sandy trovano le loro dolci metà rispettivamente in Stella (un personaggio a dir poco secondario) e la perfida Marie, anche lei addolcita dall'aver ritrovato il padre biologico.

Se devo riconoscere un merito alla serie è quello che al di là della prevedibilità del finale (il ricongiungimento con la madre e il salvataggio della fattoria), la trama non la definirei prevedibile, non per lo standard di una cartone. Insomma, la sostituzione di persona e l'anti-stereotipo del nonno manipolatore, non sono elementi proprio scontati. Tuttavia, il risultato non mi è parso soddisfacente, sia per la piega drammatica che la storia prende già dalle primissime puntate, sia per elementi abbastanza casuali nel finale, sia perché sembra prendere in prestito elementi di altri cartoni animati di maggiore successo senza riuscire a creare un mix credibile: il Cavaliere sembra il principe della Collina/Albert  di Candy Candy sia come caratterizzazione che come aspetto fisico, Marie sembra Iriza, il rapporto di Charlotte con gli animali sembra preso da Heidi - si pensi al rapporto che ha con Fiocco di Neve - e la ricerca di un genitore oltreoceano tra intrighi di palazzo sembra preso da Georgie (ma in realtà Georgie è successivo).
E a te Charlotte è piaciuto?

Charlotte
Andrè (padre)
Simone (madre)
Il cavaliere
Sandy
Luis
Sig. Gordon
Sig.ra Gordon
Sammy
Sig. Garson
Sig.ra Garson
Belle
Katy
Melville
il Nonno
zio Albert
Milene
Marie