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domenica 25 ottobre 2026

Il Drive In e il culto del modello a stelle e strisce

C’è stato un momento, negli anni Ottanta, in cui la televisione italiana sembrava improvvisamente diventata americana, colorata, irriverente, esagerata, rumorosa: quel momento aveva un nome, Drive In. Ideato da Antonio Ricci e trasmesso dal 1983 al 1988 su Italia 1, Drive In non fu semplicemente un programma comico, ma una vera fotografia deformata dell’Italia di quegli anni, quella del consumismo, della Milano da bere, degli yuppies, dei paninari e dell’edonismo reaganiano. E proprio l’America era dappertutto: già nel nome, nell’ambientazione da drive-in, nelle automobili, nei colori, nelle insegne, nell’atmosfera da fast food e soprattutto in quell’immaginario a stelle e strisce che sembrava rappresentare il futuro, il benessere, la modernità. Un Italia dove si crede va che, come cantava Toto Cutugno, "se vai a cercar fortuna in America,ti accorgi che l'America sta qua". L’America del Drive in era quindi filtrata attraverso gli occhi italiani, trasformata in sogno e caricatura al tempo stesso e portata sul piccolo schermo. Anche i costumi contribuivano a creare quella sensazione: le ragazze fast food con le loro divise degli stessi colori della bandiera a stelle e strisce, i pattini, e quell’estetica sensuale e volutamente sopra le righe erano parte integrante di un universo che richiamava il cinema, la pubblicità e la cultura popolare americana. Ma Drive In funzionava soprattutto perché aveva creato una straordinaria galleria di talenti comici, pochi già affermati, i più esordienti: Gianfranco D’Angelo, Ezio Greggio, Enrico Beruschi, Giorgio Faletti, Francesco Salvi, Enzo Braschi, Sergio Vastano, Zuzzurro e Gaspare, Carlo Pistarino, Massimo Boldi, Teo Teocoli, i Trettré e tanti altri. Molti di loro sarebbero diventati protagonisti della televisione e dello spettacolo italiano per i decenni a venire e, per alcuni, Drive In rappresentò davvero un trampolino verso una notorietà molto più ampia che dura ai giorni d'oggi. E poi c’erano i personaggi: il Vito Catozzo di Giorgio Faletti, il camionista di Francesco Salvi, il paninaro di Enzo Braschi, il bocconiano di Sergio Vastano, lo psicanalista truffaldino alias professor Vermiglione (parodia del professor Verdiglione) di Ezio Greggio, la professoressa manesca e accaldata, a dispetto del tailleur castigato, di Olga Durano. E come dimenticare e parodie di Gianfranco D’Angelo che prendeva in giro le signore incontrastate della TV dell'epoca, cioé Raffaella Carrà e Sandra Milo, o lo stesso D'Angelo nel ruolo del tenerone o alle prese con la cagnetta Has Fidanken. E ancora, le invenzioni surreali di Ezio Greggio nel ruolo del professor Zichichinichì (ovvia parodia dello scienziato Zichichi), le gag di Zuzzurro e Gaspare e le sceneggiate parodie di film celebere di Enrico Beruschi e la moglie Margherita Funero tra cui il Dottor Beruscus (parodia della di già parodia Frankenstein Junior ). Ognuno aveva un linguaggio, un costume di scena, una gestualità e soprattutto una frase che lo rendeva immediatamente riconoscibile. Ed è qui che nasce una delle grandi intuizioni di Drive In: il tormentone. La battuta ripetuta, la frase che tornava puntualmente, il gesto che il pubblico imparava ad aspettare. La professoressa con il suo «io non porto mutande», il paninaro con il suo «troppo giusto», e poi decine di altre espressioni che, puntata dopo puntata, diventavano una sorta di appuntamento condiviso tra il programma e il pubblico.  Ancora qualche altro tormentone:
- «È lui o non è lui? Cerrrto, che è lui!» usata da Ezio Greggio per introdurre gli ospiti, 
- «Se non ci dici niente a tuo fratello, ti regalo un bel giumbotto!» detta da Carletto, un personaggio di Faletti, comico dimostratosi successivamente un artista di grande sensibilità e profondità  che ho amato anche come scrittore (RIP).
- «Porco il mondo che c'ho sotto i piedi!» sempre detta da Faletti ma nel ruolo del poliziotto Vito Catozzo
- «È chiaro 'stu fatto?!» esclamato da Sergio Vastano nel ruolo di "top manager di natura rampante"
- «A me, me pare 'na strunzata!» la lapidaria conclusione di Gino Cogliandro dei Trettré (anche lui RIP) che smontava regolarmente le lunghe e pompose spiegazioni dei compagni.
L'uso del tormentone non era un limite della comicità, era parte stessa del meccanismo: lo spettatore sapeva già cosa sarebbe arrivato e proprio per questo lo aspettava, lo anticipava e finiva per ripeterlo insieme al personaggio. Il tormentone diventava quasi una parola d’ordine generazionale. Antonio Ricci ha spiegato proprio questa caratteristica sottolineando che un tormentone, per funzionare, non deve soltanto essere ripetuto, ma deve poter essere ripetuto dal pubblico. Ed è forse questo il segreto per cui, a distanza di tanti anni, certe frasi sono ancora immediatamente riconoscibili: non appartenevano più soltanto ai personaggi, erano entrate nel linguaggio quotidiano di chi guardava la trasmissione. Drive In era questo: una macchina televisiva velocissima, piena di personaggi, gag, costumi, automobili, ragazze svestite e prosperose sui pattini, parodie, linguaggi inventati e riferimenti all’America che arrivavano direttamente dentro il salotto degli italiani.  Non mancarono anche le parodie dei politici del momento (De Mita, Spadolini, ecc.) interpretate da uno strepitoso Gianfranco D'Angelo e che anticiparono quel tipo di TV di imitazione e satira politica portata sullo schermo da quelli della Compagnia del Bagaglino a partire dal 1987 con lo show Biberon sulla RAI.
Anche le procaci cameriere e cassiere - era l'epoca delle maggiorate - divennero popolari: per citarne alcune Carmen Russo, Lory Del Santo e Tinì Cansino. Furono le antesignane delle veline che, infatti, nelle prime edizioni di striscia si muovevano su delle rotelle, non più quelle dei pattini, ma quelle degli skateboard.
Era l’Italia degli anni Ottanta che guardava l’America, la imitava, la deformava e allo stesso tempo la trasformava in qualcosa di profondamente italiano. E forse proprio per questo, ancora oggi, basta sentire una di quelle frasi, vedere un costume, riconoscere un personaggio o ricordare una vecchia gag per ritrovarsi improvvisamente davanti a quel drive-in colorato, caotico e un po’ folle, dove tutti sapevano già cosa sarebbe successo… e proprio per questo non vedevano l’ora che succedesse.
La trasmissione andò in onda per 5 anni: difficile da immaginare oggi che ci siamo abituati a un palinsesto tristemente identico per decenni, ma una volta le trasmissioni avevano un inizio e una fine, anche quando avevano successo: forse per questo sono diventate trasmissioni culto, un po' come la prematura scomparsa di alcuni artisti li ha consacrati al mito. 
Successivamente alcune dei comici e dei personaggi furono reimpiegati in trasmissioni successive che volevano capitalizzare il filone ancora non esaurito di quel tipo di comicità. Sto parlando di Emilio e Odiens la cui conduzione fu affidata a Gianfranco D'Angelo e Ezio Greggio che già nel Drive erano stati il perno centrale della trasmissione per il grande numero di personaggi e parodie che entrambi avevano portato sullo schermo. Una coppia d'oro, prima ancora della fortunata accoppiata Greggio - Iacchetti, a cui fu poi affidata la prima edizione dell'ormai quasi quarantennale show Striscia la notizia. Il resto è ormai storia.
Questa la sigla del 1984 che ricalcava lo stile comico di Benny Hill, di cui venivano mostrate degli spezzoni comici durante la trasmissione.