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domenica 13 settembre 2026

Ode ad un mondo che non c'è più

 

Oggi un post troppo attuale e quindi atipico per questo blog, se volete uno sfogo, ma che, nonostante la sua atipicità nel parlarvi del mondo di oggi, per contrasto, vi parla anche del mondo di ieri. Lo faccio abbandonando per una volta i toni leggeri che sono solita usare per lamentarmi da boomer quale orgogliosamente sono di una serie di circostanze poco edificanti che caratterizzano l’attuale quotidianità, cose che nel mondo di ieri sarebbero state semplicemente inaccettabili.

E al centro della graduale rivoluzione che oggi ci fa vivere in modi impensabili ieri c’è lui: il telefono cellulare, quello che tutti abbiamo - anche i bambini in tenera età - e che ci fa sentire connessi con il mondo e chissà perché, facendoci sentire connessi, ci risucchia nell’isolamento sempre più, soprattutto quando si vive in specifici contesti storici (si pensi all’era covid), geografici, ambientali e sociali. Naturalmente, parlo in termini macroscopici, con effetti sul singolo che vanno dal lieve al patologico.

Voglio tralasciare discorsi sociologici sui quali non ho alcun genere di competenze. Come voglio tralasciare discorsi di demonizzazione della tecnologia che, da ingegnere elettronico con specializzazione in telecomunicazioni, susciterebbero non poche perplessità ma se poi ci pensate bene mica tanto: chi meglio di un ingegnere può conoscere tutte le insidie del progresso (controllo, invasione della privacy, impatti ambientali, ecc.) , accanto agli innegabili vantaggi, come ad esempio maggiore sicurezza ed efficienza dei trasporti che, poi, è il settore in cui lavoro?

Ma glissando su tali temi, vasti e complessi, non posso non confrontare quelli che sono i risvolti pratici che segnano la differenza tra due mondi, quello che vivo e quello che questo blog racconta ed omaggia.

A cominciare da quanto è stata dimenticata la buona educazione che ci faceva telefonare a casa delle persone lontani dalle ore dei pasti e del riposo: la portabilità del telefono è diventata automaticamente licenza di chiamare o messaggiare all’ora di pranzo, alle 11 di sera, la mattina prima delle 8 per cose totalmente superflue o magari per ribadire o commentare ulteriormente cose già dette di persona qualche ora prima. Non ci rendiamo conto che quando scriviamo nei gruppi WA  entriamo a tutte le ore, con le notifiche associate ai nostri messaggi, o peggio ancora, a superflue emoticon, nelle case anche di sconosciuti con cui condividiamo solo la scuola dei figli o la palestra alla quale siamo iscritti. E' essenziale mandare un pollice alto su una chat di gruppo alle 2 di notte? E chi sei, un imperatore romano che valuta un combattimento al Colosseo?

Ma questi disagi e disturbi impallidiscono di fronte alla Rottura Suprema®, quella del telemarketing selvaggio operato dai call center, che continuano a chiamare tutti i giorni, per tutto il giorno, nonostante il registro delle opposizioni (devo dire, utile quanto una forchetta per il brodo), filtri antispam, i blocchi, i filtri antispoofing e le ultime novità inserite quest’anno nel cosiddetto Decreto Bollette. Ripenso agli anni della scuola e a come mi fermavo ad immaginare il mio futuro come persona, come donna e come lavoratrice e MAI E MAI E POI MAI avrei immaginato che ci sarebbe stato un tempo in cui avrei iniziato la mattinata puntualmente imprecando al telefono contro sconosciuti, minacciandoli di denunciarli alla polizia postale, augurando loro ogni pestilenza e tentando di farmi passare per una squilibrata nella speranza che nella mia scheda informativa dell’ennesimo call center ci sia scritto “Non perdere tempo, persona in necessità di un TSO urgente”. Già, perché non tutti possiamo astenerci dal rispondere agli sconosciuti, non quando aspettiamo chiamate da strutture sanitarie e uffici pubblici o  per mille altri motivi. E comunque anche la strategia del non rispondere non funziona. Semplicemente non demordono. E allora divento come Daltanious, mi girano le lame boomerang e non ho nessuna comprensione e empatia per gli operatori che, per quanto mi riguarda, sono truffatori complici e causa di una piaga sociale non più sopportabile, peggio della invasione delle cavallette o un’altra qualsiasi delle dieci piaghe di Egitto. Ritengo che ci sia più dignità a prostituirsi per 50 euro per qualche decina di minuti che a truffare la gente per 5 euro l’ora; infatti, solo una di queste due professioni in un certo senso produce benessere, l’altra non produce né beni né servizi, è solo stalking mascherato da lavoro. E non provateci neppure a farmi sentire in colpa per queste parole in nome di una solidarietà per il povero operatore che deve portare il pane a casa: l'operatore sa per chi sta lavorando, conosce il nome della propria azienda e sa che sta mentendo quando ti dice di chiamarti per conto del tuo gestore di energia e che ci sarà un cambio di tariffa o che c'è un problema catastrofico alla centralina per cui "converrebbe migrare verso altro gestore". Sono bugiardi addestrati a mentire, truffatori, maleducati che buttano giù quando messi alle strette ma anche dei cretini che perdono tempo e lo fanno perdere: se una persona non mangia la foglia dopo anni di stalking quotidiano è inutile continuare a chiamarla. Naturalmente parlo di operatori di call center outbound e che lavorano, e lo sanno, presso call center che utilizzano questi sporchi trucchi.

Ce ne sarebbero tanti di temi di cui si può parlare che comparano in modo impietoso il presente con un passato che, anche senza volerlo idealizzare e riconoscendone tutti i limiti, nella mia opinione, ne esce vincitore come fosse un’utopia. Un altro tema è, per esempio, quello di voler essere per forza qualcuno. La ricerca della celebrità a tutti i costi anche quando non si hanno né arte né parte, né, tantomeno, talento e, spesso, neanche una particolare confidenza con la signora Grammatica Italiana. Non partirò con un altro sfogo sul tema, probabilmente vi ho annoiato abbastanza.

Mi limiterò a dare la parola a uno dei pochi artisti veri dei nostri giorni, un raro portatore sano di buon senso. Sto parlando del mio conterraneo Caparezza (che mi onoro di conoscere di persona), che già diversi anni fa, ha previsto e messo in rima l’ambizione e la faccia tosta dell’Uomo Qualcuno.

P.S. Durante la creazione di questo post è stato rilasciato il controllo dei freni inibitori della mia sopita vena polemica.



domenica 9 agosto 2026

Pompeo e Carlotta: due simpatici paperi nel cassetto della memoria


Tempo fa, prima degli orribili reality che hanno infestato la TV prima della tv trash del dolore e prima della TV  delle poste e delle lettere dove la gente va a mettere in piazza i fatti propri, la televisione italiana riusciva a entrare nelle case con semplicità, fantasia e personaggi capaci di diventare veri compagni di infanzia. Erano gli anni ’80, un decennio fatto di colori vivaci, sigle indimenticabili e programmi che il sabato sera riunivano tutta la famiglia davanti al televisore.

Tra i ricordi più teneri di quell’epoca ci sono sicuramente loro: Pompeo e Carlotta, due buffi pupazzi che conquistarono il pubblico di Fantastico 6, lo storico varietà del sabato sera della Rai.

Pompeo e Carlotta erano una coppia di paperi animati, creati per accompagnare il programma e diventare le sue mascotte. Pompeo era il simpatico papero azzurro, mentre Carlotta era rosa, con il suo immancabile nastrino verde e un aspetto dolce e riconoscibile (sì, all'epoca non si usava lo schwa e l'azzurro significava inequivocabilmente maschio e il rosa inequivocabilmente femmina). Due personaggi semplici, ma proprio per questo capaci di entrare nell’immaginario dei bambini dell’epoca.

A dare loro una marcia in più furono anche le voci: Pompeo era doppiato da Franco Latini, una delle grandi voci della televisione e del doppiaggio italiano, mentre Carlotta aveva la voce di Cristiana Lionello. Le loro gag e i loro interventi contribuivano a rendere più leggero e familiare il grande spettacolo del sabato sera.

Uno degli elementi che rende ancora oggi memorabili questi due personaggi è la loro sigla, “Sole papà”, interpretata proprio dai doppiatori dei pupazzi e pubblicata anche su disco. Una di quelle canzoni che, per chi era bambino negli anni ’80, basta sentire per riaprire immediatamente una finestra sui ricordi.

Come spesso accadeva in quel periodo, il successo televisivo arrivò anche nelle camerette dei più piccoli: furono prodotti pupazzi e giocattoli dedicati a Pompeo e Carlotta, oltre ad altri gadget che trasformarono le due mascotte in veri oggetti del desiderio. E sinceramente una di queste coppie di pupazzi di plastica che invasero i mercatini finì nella mia cameretta, come testimonia una mia vecchia foto, sistemati sul pavimento. Li sistemai sotto la mia tastiera elettronica ma non ci rimasero a lungo: sparirono da un giorno all'altro come il resto dei pochi giocattoli che avevo, probabilmente andarono a fare compagnia nell'indifferenziata alla bambola di Candy Candy infermiera, ad Amy di Holly Hobbie, alla bambolina nera con il vestito di lana souvenir di Loreto, ak pierrot sulla mezzaluna e lì aspettarono per qualche anno l'arrivo del peluche di Yattabuta. Insomma, in tempi insospettabili, quando l'arredamento minimalista o zen non erano ancora di moda, quando decluttering era un termine sconosciuto,  anche Pompeo e Carlotta furono travolti dalla furia pulitrice di madre-l'essenziale-è-invisibile-agli-occhi© che nottetempo buttava via tutto quello che trovava in casa, soprattutto se non erano oggetti suoi, perché le inutili bomboniere di porcellana, quelle, invece, cì che sono sopravvissute fino ai nostri giorni.  Scusate lo sfogo, ma sono traumi mai completamente elaborati. A mettere sale sulle ferite e dita nelle piaghe, una puntata che ho visto recentemente di Cash or Trash dove un partecipante aveva portato una coppia di questi pupazzi molto simile a quella che avevo anche io: e i 5 mercanti che si prodigavano in complimenti a profusione per la chicca portata all'asta ... e i mei gettati nell'immondizia senza pietà.

Ma mettiamoci una pietra sopra e torniamo ad oggi. Oggi, quelle immagini, forse possono sembrare banali rispetto agli effetti speciali e alla tecnologia degli spettacoli moderni. Eppure proprio quella semplicità aveva un fascino speciale: bastavano due pupazzi, una bella canzone e un po’ di fantasia per creare un ricordo destinato a durare.

Pompeo e Carlotta rappresentano perfettamente lo spirito della televisione anni ’80: allegra, colorata, familiare e capace di far sentire grandi e piccoli parte dello stesso spettacolo. Per molti bambini di allora non erano soltanto due pupazzi, ma due amici arrivati direttamente dal piccolo schermo per accompagnare un’epoca che ancora oggi continua a far sorridere.





domenica 2 agosto 2026

Il gioco del 15, un intelligente passatempo da rispolverare sotto l'ombrellone



Negli anni della mia infanzia, bastavano quindici tessere numerate e un quadratino vuoto per tenerci incollati per ore. Il mitico gioco del 15 era uno di quei passatempi che sembravano semplici... finché non provavi davvero a rimettere tutti i numeri in ordine, facendoli scorrere uno accanto all'altro, in verticale e orizzontale, attraverso le scalanature incise su ogni tessera. Un altro gioco da fare in solitaria.

La cosa curiosa è che molti di noi lo associano agli anni '80, quando era presente in tantissime case, nelle edicole, nelle cartolerie e persino come gadget promozionale. Ricordo di averne viste, nel corso degli anni di tanti colori ma anche di tante versioni: inizialmente le tessere erano semplicemente numerate, poi si sono evolute in parti di un puzzle che veniva ricomposto solo con la sequenza corretta. E molte piccole aziende locali (mobilifici, serramenti, ...) li distribuivano gratuitamente per farsi pubblicità: infatti ricomponendo le tessere nell'ordine corretto veniva fuori il loro logo con eventuale slogan e dati di contatto. Ricordo anche che era molto spesso in regalo con le riviste di enigmistica e contenuto nei loro involucri di plastica trasparente. Eppure la sua storia è molto più antica: nasce alla fine dell'Ottocento, quando divenne una vera mania internazionale. Si racconta che milioni di persone cercassero di risolverlo, tanto che giornali e matematici iniziarono a studiarne i segreti.

Il bello è che non tutte le configurazioni sono risolvibili: esistono combinazioni che, per precise ragioni matematiche, non potranno mai essere riportate all'ordine. Un dettaglio sorprendente per un gioco così essenziale.

Forse è proprio questo il suo fascino. Nessuna batteria, nessun display, nessuna connessione. Solo pazienza, logica e quella sottile soddisfazione quando, dopo decine di mosse, anche l'ultima tessera trovava finalmente il suo posto. A dimostrazione che quando alla base c'è un'idea geniale, non servono grafiche 3D, miniature, un complesso set di regole e stress da luce blu per gli occhi, per fornire un gioco che sia intrattenimento puro. Un intrattenimento che ti potevi portare ovunque, persino più portabile del cubo di Rubik, dato che per l'esiguo ingombro e peso, potevi portarlo nella borsa, nel marsupio e persino in tasca, ai giardinetti come sotto l'ombrellone. Sicuramente lo preferivo all'immobile Barbie o alla noiosa bambola da pettinare e ripettinare.

Per me resta uno dei simboli degli anni '80: non perché sia nato in quel decennio, ma perché è lì che è entrato nei ricordi di un'intera generazione, trasformando un'invenzione di oltre un secolo prima in un piccolo rito quotidiano.

E voi? Quante volte avete pensato: "Ancora una mossa e ci riesco"... per poi ricominciare da capo?

domenica 14 giugno 2026

Cioè e Debby, sfida all'ultimo poster

Per molte ragazze cresciute tra gli anni Ottanta, Novanta e i primi Duemila, la sfida in edicola aveva due nomi ben precisi: Cioè e Debby. Erano le riviste che accompagnavano i pomeriggi dopo la scuola, le chiacchiere tra amiche e le prime cotte adolescenziali, diventando molto più di semplici giornalini. Mi accompagnavano soprattutto le domeniche mattine quando, dopo la messa,  mi recavo con le amiche nella grande piazza del mio paese a spendere la mia misera paghetta tra una busta di patatine, un sacchetto di caramelle gommose e liquirizie (o in alternativa le chewing gum a forma di sigaretta) e, quando la paghetta era più ricca grazie al contributo della nonna, una di queste due riviste. Tra le due, però, fu soprattutto Cioè a trasformarsi in un vero fenomeno di costume, conquistando generazioni di lettrici con il suo mix di musica, spettacolo, moda, test e consigli sentimentali toccando a volte anche la sfera sessuale, all'epoca del tutto ignota a molte pre adolescenti come me, essendo questi temi mai affrontati a scuola o in famiglia in quella società di alcune decadi fa. Nata nel 1980, la rivista riuscì a diventare una sorta di confidente per le adolescenti di un'epoca in cui non esistevano social network, influencer o motori di ricerca pronti a rispondere a ogni domanda.

Le copertine, con spesso sovra copertine fatte di stickers, erano decisamente attrattive con le foto di Nick Kamen, gli A-ha, Joey Tempest, Simon LeBon, Kim Rossi Stuart alla mia epoca e, successivamente, Leonardo DiCaprio, le Spice Girls, i Backstreet Boys, Britney Spears, i Blue e tanti altri idoli del momento. Dalle vetrine delle edicole esse promettevano poster giganti, fotografie esclusive e curiosità da ritagliare e conservare. Le pareti delle camerette si riempivano di quei poster piegati con cura all'interno della rivista, mentre i gadget allegati — dai lucidalabbra alle penne profumate, dai braccialetti agli adesivi — rendevano ogni uscita un piccolo evento.


Se Cioè puntava molto sul mondo delle celebrità e sul rapporto diretto con le sue lettrici, Debby rappresentava una valida alternativa, spesso percepita come leggermente più romantica e orientata ai racconti, ai test e ai temi della vita quotidiana delle adolescenti. Le due riviste si contendevano lo stesso pubblico e non era raro trovare ragazze che acquistavano entrambe, scegliendo settimana dopo settimana quella con il gadget più interessante o con il poster del cantante preferito. In fondo, più che rivali, Cioè e Debby erano due facce della stessa adolescenza, accomunate dal desiderio di parlare alle ragazze con un linguaggio semplice e vicino alla loro realtà.

Indimenticabili erano le rubriche che attendevano le lettrici a ogni numero: la posta del cuore, i consigli sull'amicizia, le pagine dedicate ai primi amori, gli oroscopi, i test sulla personalità e le sezioni dedicate alla musica e allo spettacolo. In un'epoca senza smartphone, quelle pagine rappresentavano spesso uno dei pochi luoghi in cui trovare informazioni, confrontarsi con i dubbi dell'adolescenza e sentirsi parte di una comunità di coetanee. Molte lettrici ricordano ancora oggi i test, le lettere inviate alla redazione e i consigli degli esperti come elementi che hanno segnato la loro crescita.

Rileggere oggi una vecchia copia di Cioè o di Debby significa aprire una finestra su un mondo che non esiste più: quello delle edicole affollate il giorno dell'uscita, delle fotografie ritagliate per il diario, delle amiche che si scambiavano i numeri già letti e delle ore trascorse a sfogliare pagine colorate sognando i propri idoli. Un mondo lontano dagli algoritmi e dalle notifiche, ma ancora capace di evocare ricordi, emozioni e una nostalgia che il tempo non è riuscito a cancellare.

Questo post programmato mentre sono all'estero, ci vediamo al mio rientro!

domenica 24 maggio 2026

Semi che spero siano germogliati bene

Quando ero in prima e seconda elementare avevo un libro chiamato Semi.
Copertina celeste, disegni tenerissimi, bambini che giocavano nei prati, rondini, fiori, stagioni, poesie semplici.
L’ho ritrovato qualche giorno fa in una vecchia immagine e mi sono fermatq a guardarlo per parecchi minuti: non era solo un libro scolastico. Era un modo di vedere il mondo.

In quelle pagine c’era lentezza, c’era silenzio, c’era l’idea che crescere fosse qualcosa di delicato, come un seme piantato con cura.
I testi parlavano di cielo azzurro, altalene, fratelli che giocano sull’erba, rondini che tornano in primavera.
Anche la grafica sembrava voler proteggere il bambino: colori pastello, spazi vuoti, illustrazioni morbide fatte a mano, bambini rappresentati come vecchi soprammobili di porcellana sopra le mensole con i merletti della nonna.

Oggi il mondo corre molto più veloce. I bambini imparano a usare uno schermo prima ancora di leggere bene.
Le immagini urlano, i contenuti scorrono in pochi secondi, tutto deve catturare attenzione immediata e sempre più frammentaria..
Forse abbiamo guadagnato velocità, possibilità, tecnologia ma qualcosa, lungo la strada, si è assottigliato.

Quei vecchi libri avevano un’innocenza che oggi sembra quasi impossibile da spiegare.
Trasmettevano l’idea che la scuola non dovesse solo insegnare nozioni, ma anche accompagnare la crescita emotiva di un bambino.

Tra le vari ricordi legati a quel libro ricordo una lunghissima poesia chiamata "Le ochette". Ricordo che ero solo in prima elemantare e impararla , lunga come era, per l'età che aveco, mi sembrò una impresa impossibile. Studiai e mi disperai tutto il pomeriggio e finalmente la imparai tutta e oggi dopo un numero innominabie come don Rodrigo di decenni me la ricordo ancora dalla prima all'ultima parola.
Al mattino presto presto
Non appena il sole è desto
van le ochette a fare il bagno
Dentro l'acqua dello stagno....
E continua per diverse strofe che non reciterò per evitare problemi con il copyright.

Riguardando quelle pagine mi sono resa conto che non provo nostalgia soltanto per la mia infanzia.
Provo nostalgia per un mondo che sapeva ancora essere gentile.


domenica 17 maggio 2026

il Cubo di Rubik: da strumento didattico a rompicapo e, infine, intramontabile icona


Il cubo di Rubik non è solo un giocattolo: è uno dei simboli culturali più riconoscibili del XX secolo, un piccolo oggetto geometrico che ha attraversato generazioni, mode e linguaggi visivi senza perdere fascino. Il cubo nasce nel 1974 dall’ingegno dell’architetto e professore ungherese Ernő Rubik, che lo progettò inizialmente come strumento didattico per spiegare la geometria tridimensionale ai suoi studenti. Solo successivamente si trasformò in un rompicapo.

Dopo la sua commercializzazione internazionale nei primi anni ’80, il successo fu immediato e travolgente. In pochi anni divenne un vero e proprio fenomeno globale: si stima che siano stati venduti centinaia di milioni di esemplari, rendendolo uno dei giochi più venduti di sempre. In quel periodo non era raro vederlo ovunque: nelle scuole, negli uffici, nei programmi TV e persino come oggetto di moda. Lo ricordo anche in versione mini utilizzaro come ciondolo portachiavi.

Il cubo di Rubik è diventato molto più di un puzzle: è stato assorbito dall’immaginario estetico degli anni ’80. I suoi colori vivaci, la sua forma geometrica e il suo carattere “tech” ante litteram lo hanno reso un simbolo perfetto di quell’epoca fatta di ottimismo digitale, videogiochi e design pop.

Ancora oggi è uno degli elementi grafici più utilizzati quando si vuole evocare quell’atmosfera: lo troviamo in loghi, banner, blog retro, copertine di playlist e pagine web che parlano degli anni ’80 o che ne richiamano lo stile visivo. Con la sua immagine "catchy" , è diventato una sorta di “shortcut visivo” immediato per dire: qui siamo nel mondo del vintage digitale.

La sua iconicità surclassa la sua funzionalità da giciatollo diventando un elemento di esposizione e allestimento. Ma resta pur sempire  iun giocattolo, il più famoso della categoria “rompicapo tridimensionale”.ed esistono competizioni ufficiali di speedcubing in cui i migliori al mondo lo risolvono in pochi secondi. E qui devo fare una confessione: io non ci sono mai riuscita, eppure me la cavo parecchio bene con ogni genere di rompicapo e gioco enigmistico! Ma del resto con 43 quintilioni circa di combinazioni possibili quanti davvero ci sono riusciti senza barare ossia usare le formule o, peggio ancora, spostare gli adesivi?

martedì 16 giugno 2009

...Ma noi siamo ancora più vivi che mai!


Segnalazione decisamente da Fortezza questa novità libraria nata dalla penna di Omar Fantini, comico di Colorado Cafè (che in realtà non guardo molto) particolarmente affezionato alla retorica legata alla categoria degli attuali trentenni.
Si tratta di un libricino -ma neanche tanto "ino"- dall'ironico titolo "Non si esce vivi dagli anni '80", che fra il faceto ed il faceto (no, non è un errore) compie una simpatica carrellata dei fenomeni culto di quel decennio, sottolineando come essi abbiano influenzato tutti i nati fra i settanta e gli inizi degli 80.
E non si parla solo dei miti televisivi arcinoti come Arnold o La casa nella prateria, ma anche delle vere e proprie icone che hanno caratterizzato l'infanzia e l'adolescenza di quella generazione: il SuperTele, il Commodore, il crystal ball, l'Allegro Chirurgo ed anche il più universale e rappresentativo cubo di Rubik.
Mi è capitato di vedere questo libro per caso ieri, e l'ho solo sfogliato: in effetti, si tratta più di un piccolo catalogo che di un saggetto ironico, data l'abbondanza di foto e la brevità delle parti scritte. Si tratta senza dubbio però di un manifesto "bignami" della nostra generazione, scritto apparentemente con garbo e complicità e capace di strappare, se non sempre un sorriso pieno, perlomeno valanghe di preziosi ricordi.
E noi della Fortezza viviamo soprattutto di preziosi ricordi...

lunedì 20 ottobre 2008

Un post del cavolo: le Cabbage Patch

Le innumerevoli idee per aggiornare questo blog che mi frullano in testa richiedono che mi faccia una scaletta mentale che, puntualmente, viene alterata da una qualche spinta fornitami da qualche fattore contingente.
E poteva un viaggio negli USA, patria di fumetti e supereroi, terra natale di Walt Disney, sede di strabilianti negozi di giocattoli, non stravolgere la mia scaletta pre-partenza? Domanda retorica. Ed eccomi qui a ripensare alla mia meraviglia nel vedere, al mitico TOYS'R'US, una montagna di Cabbage Patch, la bambola-icona degli anni 80, l'originale che nasceva sotto il cavolo, già dotata di un nome e certificato di adozione. Ricordo che spopolò tra le bambine dell'epoca sebbene i pargoli nati all'ombra della puzzolente verdura non potessero certo paragonarsi, a bellezza, con il Ciccio Bello o che le bambole più pregiate. In compenso, si presentavano con una grande varietà di vestiti e chiome, perché ogni cabbage patch adottata doveva essere unica come ogni bambino.
Neanche a dirlo, siccome la mia vera età anagrafica è di pochi anni (ma mi spaccio per una trentaduenne per non avere problemi di accesso ad internet), proprio durante questo viaggio, me ne sono comprata una. Si chiama Mariann Lou, è nata l'8 giugno, ha i capelli biondo miele, un vestito giallo a quadrettini con una maglioncino giallo con fiori ricamati e le scarpette lavorate a maglia. E' un pezzo da collezione, in edizione limitata in occasione del 25° anniversario dalla prima commercializzazione di questa ampissima linea di bambole, che terrò gelosamente chiusa in scatola sperando che con il tempo acquisti valore.
A tale proposito ecco cosa riporta il sito ToysBlog.it:

Le bambole Cabbage Patch Kids compiono 25 anni e tentano il rilancio. Era il 1978 quando Xavier Roberts creò la prima bambola della serie. Inizialmente però le Cabbage Patch furono vendute solo in piccoli negozietti di Cleveland (in Georgia). Poi, attirarono l’attenzione dell’azienda di giocattoli Coleco.


Nel 1982 avvenne il lancio su scala nazionale e internazionale. Le bambole Cabbage Patch divennero una vera e propria mania collettiva. Nel 1985 furono protagoniste di uno show della ABC, mentre nel 1986 fu prodotta la prima Cabbage Patch parlante.


Ormai sappiamo che gli anni 80 sono stati un’epoca di passaggio per molte meteore nel mondo dei giocattoli (sì, Jem , Iridella e Teddy Ruxpin, sto parlando proprio di voi). Anche le bambole nate sotto il cavolo non furono da meno e, dopo il fallimento della Coleco, pur rimanendo in produzione sono diventate un oggetto per collezionisti.


In occasione del loro 25esimo compleanno (o del 30esimo se si considerano le primissime bambole), Play Along lancerà la serie Anniversary Cabbage Patch Kids, ovvero la riedizione delle bambole originali del 1982 (stessi abiti, stesse pettinature, stesse espressioni del viso). Volete adottare una Cabbage Patch d’annata?

Link consigliati: Sito Ufficiale Cabbage Patch Kids, Cabbage Patch Kitty

Nella foto la mia Mariann Lou

sabato 30 agosto 2008

Quando si dice "essere un cane di cantante"

Dopo una nuova full immersion nel mondo dell'anime, voglio riportarvi nel mondo reale ma sempre collocato negli esagerati anni della nostra fanciullezza, ricordandovi una vera e propria '80eria (ottanteria), ripensando alla quale mi è frullata in mente una domanda: "è per questo che è nato il modo di dire cantare come un cane o essere un cane di cantante?". Domanda che ne ha rimpiazzato una analoga sorta dopo la visione di Satiricosissimo, film del 1970 con Franco e Ciccio, nel quale uno stonatissimo Nerone si esibiva alla presenza di un pubblico che gli urlava "Cane Nero! Cane Nero! Cane Nero!". [beh, se non sorridete non è per la qualità delle mie battute riciclate ma perché non conoscete il latino!].
La '80eria in questione era il vezzo di lanciare sul mercato discografico dei veri e propri cani e, con questo, non mi riferisco a Alberto Camerini o a Cristiano Malgioglio che avrebbe fatto bene a rimanere solo un eccellente autore di testi, ma a dei cani con quattro zampe ed una coda.
Quanti di voi ricordano il Ruff Mix di Wonderdog? Pochi, pochissimi, probabilmente anche con l'aiutino: era la sigla di Colosseum, una trasmissione targata Rai.
Ma ascoltandola sono certa che molti di voi se la ricorderanno. All'epoca si infilava nelle sinapsi.

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Ruff Mix - Wonder Dog



Un esempio di successo per quella che divenne una vera e propria tendenza anche se, naturalmente, non tutto ciò che fu prodotto conobbe la notorietà. Un caso emblematico fu quello dei The Beatle Bakers che hanno re-interpretato, o meglio, re-latrato parte del repertorio dei mitici Beatles (spero che Margy sia sveglia altrimenti si rivolterebbe nel letto), con canzoni come Ob-la-dì ob-la-dà, Love me do, She loves you. Alcune di esse contano anche la partecipazione straordinaria di guest star come galline, gatti, pecore. Se questo trashume vi ha incuriosito visitate il sito Orrore a 33 giri e per ascoltarle cliccate qui.