Una settimana fa ho avuto il piacere di assistere al concerto a Bari dei **Beat**, il supergruppo formato da quattro musicisti che, a rigore, non avrebbero bisogno di presentazioni. Ma, nell'improbabile eventualità che tra i lettori ci sia qualcuno che negli ultimi decenni abbia scelto la vita eremitica, e soprattutto per rendere il doveroso omaggio alle loro straordinarie carriere, eccole qui.
Tony Levin è uno dei bassisti e Chapman Stick player più influenti della storia del rock, collaboratore di Peter Gabriel, King Crimson e di una quantità impressionante di artisti. Adrian Belew è un chitarrista, cantante e autore dalla creatività inesauribile, passato al fianco di Frank Zappa, David Bowie e Talking Heads prima di diventare uno dei protagonisti della rinascita dei King Crimson negli anni Ottanta. Steve Vai è semplicemente uno dei più grandi chitarristi della sua generazione, protagonista con Frank Zappa, David Lee Roth e Whitesnake, oltre che di una carriera solista straordinaria. E infine Danny Carey, monumentale batterista dei Tool, chiamato a raccogliere la difficilissima eredità di Bill Bruford in questo progetto. Una scelta tutt'altro che casuale: Carey è considerato uno dei più grandi batteristi della scena contemporanea ed è stato inserito da *Rolling Stone* tra i 100 migliori batteristi di tutti i tempi con un prestigioso 26° posto.
L'esperienza è stata talmente coinvolgente da spingermi a dedicare loro questo spazio. E se qualcuno si chiede cosa c'entrino i King Crimson con un blog dedicato principalmente agli anni Ottanta, la risposta è semplice: c'entrano eccome.
Quando si pensa ai King Crimson, infatti, la mente corre quasi automaticamente agli anni Settanta e a capolavori come *In the Court of the Crimson King*. Eppure è proprio il decennio successivo ad aver regalato una delle fasi più innovative e sorprendenti della loro storia.
Dopo una lunga pausa, Robert Fripp rifonda la band insieme ad Adrian Belew, Tony Levin e Bill Bruford, dando vita a sonorità completamente nuove. Album come *Discipline* (1981), *Beat* (1982) e *Three of a Perfect Pair* (1984) abbandonano molte delle caratteristiche del progressive classico per esplorare territori in cui si fondono new wave, minimalismo, poliritmie africane, funk e sperimentazione elettronica.
Il risultato è una musica sofisticata ma incredibilmente moderna, capace di anticipare sonorità che avrebbero influenzato il rock alternativo e il progressive contemporaneo. Brani come *Elephant Talk*, *Frame by Frame*, *Neal and Jack and Me* e *Heartbeat* dimostrano come tecnica, ricerca e immediatezza possano convivere senza sacrificare l'emozione.
I King Crimson degli anni Ottanta non furono una band che si limitò ad adattarsi ai tempi: contribuirono a ridefinire il linguaggio del rock, dimostrando che innovare significa avere il coraggio di cambiare senza perdere la propria identità.
Ed è proprio questo che il concerto dei Beat mi ha trasmesso. Non si è trattato di una semplice operazione nostalgia, ma della celebrazione di una stagione irripetibile della musica contemporanea. Quelle composizioni, a oltre quarant'anni dalla loro pubblicazione, conservano una freschezza sorprendente e una modernità quasi disarmante.
L'impressione a fine concerto è stata che la musica dei King Crimson era avanti quando è stata prodotta e continua a essere avanti anche a quasi 50 anni di distanza.
Ascoltare tale musica dal vivo, eseguita da musicisti di questo calibro – tre dei quali quella storia l'hanno scritta in prima persona – significa riscoprire quanto la trilogia formata da *Discipline*, *Beat* e *Three of a Perfect Pair* sia stata non solo fondamentale nella storia dei King Crimson, ma anche uno dei vertici creativi dell'intero panorama musicale degli anni Ottanta.
Ed è per questo che i King Crimson trovano pieno diritto di cittadinanza in questo blog. Perché, pur essendo nati ben prima degli anni Ottanta, è proprio in quel decennio che hanno saputo reinventarsi, dimostrando come i grandi artisti non seguano il proprio tempo: spesso lo anticipano.