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domenica 12 luglio 2026

I King Crimson e il loro repertorio portato sul palco dal virtuosismo dei Beat

Una settimana fa ho avuto il piacere di assistere al concerto a Bari dei **Beat**, il supergruppo formato da quattro musicisti che, a rigore, non avrebbero bisogno di presentazioni. Ma, nell'improbabile eventualità che tra i lettori ci sia qualcuno che negli ultimi decenni abbia scelto la vita eremitica, e soprattutto per rendere il doveroso omaggio alle loro straordinarie carriere, eccole qui.

Tony Levin è uno dei bassisti e Chapman Stick player più influenti della storia del rock, collaboratore di Peter Gabriel, King Crimson e di una quantità impressionante di artisti. Adrian Belew è un chitarrista, cantante e autore dalla creatività inesauribile, passato al fianco di Frank Zappa, David Bowie e Talking Heads prima di diventare uno dei protagonisti della rinascita dei King Crimson negli anni Ottanta. Steve Vai è semplicemente uno dei più grandi chitarristi della sua generazione, protagonista con Frank Zappa, David Lee Roth e Whitesnake, oltre che di una carriera solista straordinaria. E infine Danny Carey, monumentale batterista dei Tool, chiamato a raccogliere la difficilissima eredità di Bill Bruford in questo progetto. Una scelta tutt'altro che casuale: Carey è considerato uno dei più grandi batteristi della scena contemporanea ed è stato inserito da *Rolling Stone* tra i 100 migliori batteristi di tutti i tempi con un prestigioso 26° posto.

L'esperienza è stata talmente coinvolgente da spingermi a dedicare loro questo spazio. E se qualcuno si chiede cosa c'entrino i King Crimson con un blog dedicato principalmente agli anni Ottanta, la risposta è semplice: c'entrano eccome.

Quando si pensa ai King Crimson, infatti, la mente corre quasi automaticamente agli anni Settanta e a capolavori come *In the Court of the Crimson King*. Eppure è proprio il decennio successivo ad aver regalato una delle fasi più innovative e sorprendenti della loro storia.

Dopo una lunga pausa, Robert Fripp rifonda la band insieme ad Adrian Belew, Tony Levin e Bill Bruford, dando vita a sonorità completamente nuove. Album come *Discipline* (1981), *Beat* (1982) e *Three of a Perfect Pair* (1984) abbandonano molte delle caratteristiche del progressive classico per esplorare territori in cui si fondono new wave, minimalismo, poliritmie africane, funk e sperimentazione elettronica.

Il risultato è una musica sofisticata ma incredibilmente moderna, capace di anticipare sonorità che avrebbero influenzato il rock alternativo e il progressive contemporaneo. Brani come *Elephant Talk*, *Frame by Frame*, *Neal and Jack and Me* e *Heartbeat* dimostrano come tecnica, ricerca e immediatezza possano convivere senza sacrificare l'emozione.

I King Crimson degli anni Ottanta non furono una band che si limitò ad adattarsi ai tempi: contribuirono a ridefinire il linguaggio del rock, dimostrando che innovare significa avere il coraggio di cambiare senza perdere la propria identità.

Ed è proprio questo che il concerto dei Beat mi ha trasmesso. Non si è trattato di una semplice operazione nostalgia, ma della celebrazione di una stagione irripetibile della musica contemporanea. Quelle composizioni, a oltre quarant'anni dalla loro pubblicazione, conservano una freschezza sorprendente e una modernità quasi disarmante.
L'impressione a fine concerto è stata che la musica dei King Crimson era avanti quando è stata prodotta e continua a essere avanti anche a quasi 50 anni di distanza.
 Ascoltare tale musica dal vivo, eseguita da musicisti di questo calibro – tre dei quali quella storia l'hanno scritta in prima persona – significa riscoprire quanto la trilogia formata da *Discipline*, *Beat* e *Three of a Perfect Pair* sia stata non solo fondamentale nella storia dei King Crimson, ma anche uno dei vertici creativi dell'intero panorama musicale degli anni Ottanta.

Ed è per questo che i King Crimson trovano pieno diritto di cittadinanza in questo blog. Perché, pur essendo nati ben prima degli anni Ottanta, è proprio in quel decennio che hanno saputo reinventarsi, dimostrando come i grandi artisti non seguano il proprio tempo: spesso lo anticipano.

Ma alla fine sapete cosa mi ha colpito più della musica, più dei virtuosismi, più degli assoli di chitarra impossibili? Beh, due cose. Prima di tutto l'energia di questi 4 giovanotti che solo i documenti anagrafici collocsno ad una età tra i 66 e gli 80 anni: né l'aspetto, né la postura, né la grinta, né le mani che, contro ogni legge del tempo e delle artrosi,  freneticamente si muovevano sul manico di chitarra, basso e chapman stick  Il che mi fa togliere il cappello e inchinare la testa in una società piena di 20enni privi di ogni ogni energia fisica e intellettuale per fare alcunché: non che siano tutti così ma è innegabile che la pigrizia sia diventata un vizio dominante e diffuso. Quelli invece sul palco sono uomini con un altro tipo di fibra e personalità, come mi è apparso evidente quando Tony Levin simpaticamente tra un brano e l'altro si metteva a fare foto della serata e non foto velocemente rubate con il suo telefono ma foto serie fatte con una macchina fotografica professionale. Dettagli che a me dicono tanto. La seconda cosa che mi ha colpito è quante volte quattro mostri sacri della musica abbiano inchinato il capo per ringraziare il loro pubblico. Immensi!!! Questo è uno dei reel che ho pubblicato su Instagram sulla serata.