Una bambina bionda, con un grande fiocco tra i capelli e un’acconciatura che ricorda vagamente quella di Brigitte Bardot, intenta a stirare con una serietà quasi buffa. Attorno a lei, un mondo minuscolo e tenero: uccellini curiosi, un gattino, stoffe colorate, dettagli pieni di calore.
Se sei cresciuto tra gli anni ’70 e ’80, questa immagine potrebbe accenderti qualcosa dentro.
Per molti di noi, lei aveva un nome: Lillibeth.
Un’immagine che racconta un’epoca.
L’illustrazione che vedete qui sopra è un esempio perfetto di quel tipo di estetica: colori morbidi, pastello, dettagli minuziosi, particolari domestici rassicuranti come la fantasia patchwork della coperta della nonna. Una visione dell’infanzia dolce, ordinata, quasi “ideale”
Non è solo un disegno. È un frammento culturale.
Un modo di rappresentare i bambini (e soprattutto le bambine) che oggi sembra lontanissimo e anacronistico.
Questa immagine che ho scelto per accompagnare il post, in particolare, contiene tanti ricordi
Ricordo perfettamente quando, da bambina, provai a riprodurla con la tempera, una delle prime tele - anzi, un cartone telato - che ho realizzato, una opera di imitazione, nulla pregno di estro artistico, ma così ben riuscita da rimanete appesa per anni nella cameretta dei mei cugini.
Non era solo un disegno da guardare — era qualcosa da imparare, da rifare, da sentire mio.
E forse è anche per questo che mi è rimasta così impressa mentre Lillibeth spariva dal web e dalla memoria di molti.
Dove appariva Lillibeth?
Chi la ricorda la associa spesso a diari scolastici, quaderni illustrati, piccoli libri per l’infanzia. Ricordo che quando eravamo piccoli compravamo i quaderni da una tabaccheria con un proprietario all'interno - un simpaticone - che non dava la possibilità di scegliersi i quaderni dalla copertina. Ne prendeva uno a caso da dietro il banco ed era quello. Per uno strano scherzo mio fratello maggiore aveva tutti quaderni con le variopinte copertine di Lillibeth, a me capitavano sempre quelle con i calciatori e le detestavo.
Lillibeth non era un cartone animato, né un personaggio televisivo.
Era qualcosa di più silenzioso: editoria quotidiana, quella che accompagnava i giorni di scuola.
Il mistero: perché oggi non si trova quasi nulla?
Provate a cercarla. Il risultato è straniante: pochissime immagini, informazioni vaghe, tracce quasi inesistenti, nessuna menzione dell' autrice, ammesso che fosse una lei (le donne primeggiavano in questo genere di illustrazioni). Eppure, queste illustrazioni erano diffuse.
La spiegazione più probabile è che Lillibeth appartenesse a una produzione editoriale “minore”, probabilmente legata a case editrici come Edibimbi o simili, che non esistono più e/o che non hanno digitalizzato i loro archivi, lasciando che la memoria di elefante di alcuni ricordasse laddove il web non ha conservato tracce.
La cosa più affascinante è questa: Lillibeth esiste ancora, non su Google, ma nelle persone. come fenomeno di memoria collettiva, un fenomeno sempre più di nicchia. Un personaggio reale, ma senza una presenza digitale.
Riguardando meglio l’immagine, emergono dettagli che raccontano molto e suggeriscono un intento educativo, oltre che estetico, raccontando la bellezza delle cose fatte con cura e di un’infanzia gentile, in armonia con natura, animali e ambiente domestico. Pizzi e merletti non si lesinavano, anche i grembiuli da cucina avevano i voilant in questo antico mondo testimoniato ancora dai vecchi quaderni conservati nei cassetti
E tu? La riconosci?
Hai avuto un Quaderno o con queste illustrazioni?
Ricordi altri dettagli, altri personaggi, altre scene?
Scrivilo nei commenti.
Magari, pezzo dopo pezzo, possiamo ricostruire la storia di Lillibeth — la bambina che internet ha dimenticato, ma che non è mai davvero sparita.