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sabato 31 ottobre 2026

Sulle rotte di Ulisse, a ritmo di Kalimba de Luna: Tony Esposito al Teatro Forma di Bari

Ci sono musiche che hanno il potere di riportarci indietro nel tempo, evocando atmosfere, immagini e ricordi che credevamo ormai custoditi soltanto nella nostra memoria. Bastano poche note, un ritmo familiare, una melodia che appartiene a un'altra stagione della nostra vita, per ritrovarsi improvvisamente catapultati in un'epoca che ha lasciato un segno indelebile nel nostro immaginario. Per chi, come me, è cresciuto negli anni Ottanta, Kalimba de Luna di Tony Esposito è sicuramente una di quelle canzoni capaci di risvegliare immediatamente suggestioni e ricordi legati a un decennio musicale davvero particolare.Ed è stato proprio il desiderio di ritrovare un po' di quelle atmosfere che mi ha accompagnata ieri sera al Teatro Forma di Bari, dove ho assistito al concerto di Tony Esposito, nell'ambito del progetto I Suoni di Ulisse. Un titolo che trovo particolarmente suggestivo e che, a mio avviso, si presta a una lettura che va ben oltre il semplice riferimento letterario. Ulisse, del resto, è stato per antonomasia il viaggiatore, l'uomo che ha attraversato il Mediterraneo, incontrando popoli, culture e civiltà differenti durante il suo lungo peregrinare. Il suo viaggio è stato anche un continuo confronto con mondi sconosciuti, tradizioni e linguaggi diversi. E in qualche modo ho ritrovato questa stessa idea di viaggio nella musica di Tony Esposito: un percorso sonoro che attraversa territori geografici e culturali, accostando suggestioni mediterranee, ritmi africani, in particolare quelli della tradizione nigeriana, e sonorità più esotiche e tribali. Una musica che si lascia contaminare da esperienze differenti, ma che conserva un legame profondo con il Mediterraneo, con la sua storia millenaria di incontri, scambi e contaminazioni. Sul palco, Tony Esposito, con le sue inseparabili percussioni, è stato accompagnato da altri musicisti, tra i quali anche il figlio Francesco Esposito, batterista di grande talento. È stato bello assistere a questo dialogo musicale tra padre e figlio, ritrovando nel giovane musicista quella sensibilità ritmica e quella capacità espressiva che appartengono anche al percorso artistico del padre. Lo spettacolo si è sviluppato attraverso una successione di atmosfere e ritmi differenti, nei quali le percussioni hanno assunto un ruolo centrale, diventando il linguaggio attraverso cui raccontare mondi lontani, tradizioni e culture musicali. Un viaggio nel quale il ritmo sembra quasi prendere vita, trascinando l'ascoltatore da una sponda all'altra del Mediterraneo e oltre. Naturalmente, pensando a Tony Esposito, il ricordo corre inevitabilmente a Kalimba de Luna, il brano che lo ha reso particolarmente popolare e che rappresenta uno dei simboli musicali degli anni Ottanta. Pubblicata nel 1984 nell'album Il Grande Esploratore, la canzone ha conquistato il pubblico grazie a quella miscela irresistibile di percussioni, sonorità esotiche e ritmo coinvolgente. Anche i Boney M. ne realizzarono una celebre versione, contribuendo alla sua diffusione internazionale. Riascoltarla, o semplicemente ripensare alle sue sonorità, significa per me ritrovare un frammento di quell'immaginario musicale degli anni Ottanta che continua ad avere un posto speciale nei miei ricordi. Erano anni nei quali la musica pop si apriva sempre più alle contaminazioni, accogliendo influenze provenienti da ogni parte del mondo e trasformandole in qualcosa di nuovo, immediatamente riconoscibile e capace di conquistare un pubblico vastissimo. Ma la serata al Teatro Forma ha avuto anche un altro momento particolarmente significativo: il tributo a Pino Daniele, artista con il quale Tony Esposito ha condiviso una parte importante del proprio percorso musicale e umano. I due, infatti, sono stati protagonisti di quella straordinaria stagione della musica napoletana conosciuta come Neapolitan Power, un'esperienza artistica che, tra gli anni Settanta e Ottanta, ha saputo rivoluzionare il linguaggio musicale partenopeo, fondendo blues, jazz, rock, funk e sonorità mediterranee. Accanto a Pino Daniele e Tony Esposito, anche musicisti come Tullio De Piscopo, James Senese, Joe Amoruso e Rino Zurzolo hanno contribuito a dare vita a una stagione irripetibile, nella quale Napoli è diventata un vero e proprio crocevia di culture e linguaggi musicali.
Tony Esposito ha condiviso anche alcuni ricordi e aneddoti legati a Pino Daniele, restituendone un'immagine che mi ha colpita particolarmente. Dalle sue parole è emersa la figura di un musicista profondamente devoto alla propria arte, un uomo che metteva la musica al centro di tutto, senza essere particolarmente interessato alla costruzione di un personaggio o alla ricerca della visibilità fine a se stessa. Mi è arrivato soprattutto questo messaggio: Pino Daniele voleva fare musica, non servirsi della musica per diventare qualcuno o per apparire. Una filosofia che trovo molto affascinante e che restituisce un'idea di artista forse oggi meno frequente, quella di chi considera la propria espressione musicale una necessità, una ricerca continua, qualcosa a cui dedicarsi con assoluta autenticità.
Del resto, la sua musica continua a raccontare proprio questo: una personalità artistica libera, capace di assorbire influenze differenti senza perdere la propria identità. E ritrovare le sue canzoni attraverso il ricordo e l'omaggio di un musicista che ha condiviso con lui tante esperienze rende questo tributo ancora più significativo. 
Alla fine, quella di ieri è stata una serata che ha messo insieme tante cose: la musica che appartiene ai miei ricordi d'infanzia, le sonorità degli anni Ottanta, il fascino delle contaminazioni culturali, la storia di una stagione straordinaria della musica italiana e il ricordo di un artista come Pino Daniele. Ma soprattutto è stata l'occasione per ricordare che la musica, proprio come il viaggio di Ulisse, non conosce confini definitivi. Attraversa mari, incontra culture, assorbe tradizioni e si trasforma continuamente, senza perdere la propria capacità di emozionare.
E forse è proprio questo il senso più bello di I Suoni di Ulisse: lasciarsi trasportare dalla musica come da una rotta immaginaria, attraversando luoghi, epoche e suggestioni diverse. Perché ci sono viaggi che si compiono nello spazio e altri che, grazie a una canzone, possono riportarci indietro nel tempo. E ieri sera, tra le percussioni di Tony Esposito e il ricordo di Kalimba de Luna, ho avuto la sensazione di averli vissuti entrambi.


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