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domenica 1 novembre 2026

Conte Dacula: il vampiro che si faceva impressionare dal sangue

Ultimamente mi sono ritrovata a ripensare a come scelgo i contenuti da portare sul blog e mi sono detta che, da una parte, mi piace quella sorta di imprevedibilità per cui il lettore non sa mai quale sarà il prossimo argomento, anche perché gli spunti da cui pesco sono davvero i più disparati pur rimanendo nel solco nostalgico e della cultura popolare di una certa epoca storica, ma dall’altra vorrei comunque conservare un piccolo filo conduttore con lo scorrere del tempo, con le stagioni e con quell’atmosfera particolare che certi periodi dell’anno portano inevitabilmente con sé. E così ho pensato che il lugubre mese di novembre, con le sue giornate sempre più corte, le nebbie, il ricordo ancora fresco di Halloween e quell’aria un po’ malinconica che sembra invitare a rispolverare vecchie storie, potesse essere dedicato a tutti quei personaggi e quei mondi che, in qualche modo, hanno a che fare con le tenebre, con i mostri, con gli orchi, con l’horror, con tutto ciò che da bambini ci faceva un po’ paura, ma che oggi, ripensandoci, ci fa soprattutto sorridere. E quale personaggio potrebbe rappresentare meglio questo spirito se non il Conte Dacula? Già il nome è un simpatico gioco di parole per una papera nei panni di un personaggio ispirato al Conte Dracula, il vampiro per eccellenza. Se ve lo scrivo così, con il nome nella serie inglese originale, Duck-ula, è più chiaro? Ed è proprio qui che comincia la genialità di questo cartone animato britannico prodotto da Cosgrove Hall Films e trasmesso originariamente dal 1988 al 1993, per un totale di quattro stagioni e 65 episodi.  La premessa è irresistibile: in Transilvania, all’interno del sinistro Castello Dacula, vive una dinastia di terribili paperi vampiri che da generazioni terrorizza la popolazione. O almeno così dovrebbe essere. Perché il Conte Dacula che incontriamo nella serie è l’ennesima reincarnazione del personaggio, riportato in vita attraverso un antico rituale dopo l’ennesima morte del suo predecessore. Il problema è che, durante l’ultima resurrezione, qualcosa va storto: al posto del sangue viene utilizzato del succo di pomodoro e il risultato è un vampiro completamente diverso da tutti quelli che lo hanno preceduto. Il nuovo Dacula è vegetariano, ama le verdure, detesta il sangue e, soprattutto, non ha nessuna intenzione di comportarsi come un malvagio conte delle tenebre. Il contrasto è talmente assurdo da diventare il cuore stesso della serie: Dacula vorrebbe essere famoso, viaggiare, fare l’attore, diventare un personaggio dello spettacolo, vivere avventure e soprattutto divertirsi, mentre chi gli sta intorno continua a ricordargli che dovrebbe essere un autentico vampiro cattivo. A cominciare da Igor, il suo fedelissimo e sinistro maggiordomo, che non si rassegna al fatto che il suo padrone sia diventato una specie di papero vegetariano e cerca continuamente di riportarlo sulla “retta” via del male. Igor è probabilmente uno dei personaggi più divertenti proprio perché vive ancora mentalmente nella vecchia tradizione dei Dacula: per lui un vero conte vampiro dovrebbe essere crudele, spaventoso e assetato di sangue, e vedere il proprio padrone alle prese con broccoli e panini vegetariani è quasi un affronto personale. Poi c’è la tata  (Nanny, nell'originale), la gigantesca e pasticciona tata, con il braccio perennemente al collo in una fascia, talmente svampita da combinare continuamente disastri senza rendersi conto delle conseguenze. Ci sono anche Dimitri e Vladimiro due pipistrelli meccanici che dicono freddure con il loro accento riusso.  E naturalmente non può mancare il nemico storico, il dottor Von Crapotten (Von Goosewing nell'originale), un improbabile cacciatore di vampiri che ha giurato di eliminare Dacula e che, puntualmente, riesce a complicare le cose più di quanto non facciano già Dacula, Igor e Nanny messi insieme. In realtà Von Crapotten non è l'unico antagonista della serie: ci sono i fratelli Corvi, il Fantasma dell'Opera, Charlie il clown, i pinguini pirati e altri ancora.  Il bello è che Dacula non è il classico protagonista che passa le sue giornate a difendere il castello da orde di mostri: molto più spesso è lui stesso a mettersi nei guai, perché sogna di vivere avventure completamente fuori dagli schemi. Così il castello diventa quasi un mezzo di trasporto fantastico capace di portarlo in giro per il mondo e le sue disavventure lo conducono dall’Egitto alla Spagna, dall’Australia alla Scozia, fino persino allo spazio, in una serie di parodie e situazioni surreali che prendono in giro il cinema horror, i racconti gotici, i film d’avventura e persino personaggi e generi della cultura popolare. Già il primo episodio, “Il sassofono mistico”, porta Dacula, Igor e Nanny in Egitto alla ricerca di un misterioso sassofono, mentre in uno degli episodi più memorabili il castello finisce addirittura nello spazio. E forse è proprio questa la cosa che rende Conte Dacula ancora così piacevole da ricordare: dietro l’apparenza di un semplice cartone per bambini c’era un umorismo sorprendentemente ricco, costruito sui contrasti. Il gotico e il demenziale, il macabro e il tenero, il vampiro e la verdura, la tradizione horror e la voglia di diventare una star. Dacula avrebbe dovuto essere un mostro e invece è diventato uno dei paperi più improbabili della televisione. E a pensarci oggi, fa quasi tenerezza immaginare quel castello lugubre della Transilvania, le bare, le candele, le ragnatele e le atmosfere da film dell’orrore, mentre al centro di tutto si aggira un papero vanitoso che, più che succhiare il sangue alle proprie vittime, sembra preoccupato di trovare il prossimo modo per diventare famoso. Una curiosità particolarmente gustosa è che Conte Dacula nacque come spin-off di Danger Mouse, dove una prima versione del personaggio era comparsa come antagonista; successivamente Cosgrove Hall trasformò quell’idea in una serie autonoma, dando al personaggio una personalità completamente diversa e costruendo intorno a lui uno degli universi più bizzarri dell’animazione britannica.  E forse è proprio per questo che, quando oggi torno con la memoria a quei cartoni animati, non ricordo soltanto le storie o le risate, ma soprattutto quella sensazione irripetibile di quando bastavano una sigla, un castello avvolto nella nebbia e un personaggio dal nome vagamente inquietante per farci entrare in un mondo completamente diverso. Solo che, nel caso di Conte Dacula, quel mondo era popolato da vampiri, cacciatori di mostri e creature sinistre, ma il terrore finiva inevitabilmente davanti a un piatto di verdure. Perché, in fondo, Dacula poteva anche essere un vampiro, poteva anche abitare in Transilvania e poteva anche appartenere a una terrificante dinastia di conti maledetti… ma rimaneva pur sempre una papera.

Tutto quanto sopra spiega bene perché Dacula mi abbia conquistato, nonostante risale ad un periodo, la fine degli anni '80, in cui sono stati trasmessi cartoni a cui, a differenza di quelli trasmessi agli inizi degli anni '80, non mi sento particolarmente legata da un punto di vista generazionale. Infatti, la fine degli anni '80 segnava per me l'inizio dell'adolescenza e quindi l'inizio di altri tipi di interessi che si realizzavano al di fuori delle mura domestiche a guardare la TV. I cartoni animati mi piacevano anche allora - intendiamoci - e mi piacciono ancora adesso alla veneranda età che si può immaginare ma è chiaro che non potevano avere la stessa presa dei quei pomeriggi dei tempi delle elementari, davanti alla TV con un panino alla Nutella o alla Ciao Crem.

Ecco i personaggi:
Conte Dacula
Igor
Tata
Von Crapotten
Dimitri e Vladimiro
I pinguini pirati


domenica 18 ottobre 2026

Mago pancione: la magia in uno starnuto. Auli Aule Tulilem Blem Blu!

Immagina avere un vaso panciuto dal collo stretto a mo' di bottiglia, antico e decorato con le fattezze viso bruttino per la verità, con piccole maniglie che si prestano da orecchie per quel viso strano dalle grandi labbra a canotto e i baffi felini. E immagina la sorpresa di starnutire a causa di un raffreddore o di una nuvola di pepe e ritrovarti davanti un bizzarro personaggio obeso, con una faccia strana, che richiama con quelle grandi labbra proprio quella riprodotta sul vaso...E' il mago pancione Etcì, pronto a soddisfare ogni tuo desiderio!
Questa è la situazione in cui si ritrova Kancian, un ragazzino pigro e sfigato con una t-shirt su cui - guarda caso - sono rappresentati dei vasi, quando trova questo  vaso in una soffitta polverosa e la nube di polvere lo porta a starnutire. Quello è l'inizio di una serie di avventurosi guai causati dal mix:
1. della voglia di Kancian sfruttare le capacità magiche del mago per scopi assolutamente superficiali come scansarsi compiti scolastici, trovare scorciatoie per adempiere ai piccoli doveri quotidiani e mettere a segno qualche punto agli occhi della compagna di classe di cui è invaghito;
2.dalla goffaggine di Etcì che in realtà è molto più bravo a divorare polpette che a risolvere situazioni con un tocco della sua bacchetta magica a forma di mano e al grido di "Auli Aule Tulilem Blem Blu!"
Lo dice anche la sigla "E' un mago pasticcione e un po' spaccone, con tanta voglia di aiutare ma tanta di mangiare...". Insomma, bambino sfigato e scansafatiche + mago imbranato = perfetto mix di situazioni comiche e paradossali che finiscono puntualmente con il sedere di Etcì bersaglio di un bulldog che vive nei paraggi.
 A complicare la situazione, la figlia del mago, la piccola irriverente e dispettosa Sbadiglio, anche lei abitante del vaso (di cui a volte ci viene mostrato l'interno, suddiviso come un vero appartamento) e richiamata appunto da uno sbadiglio. Sbadiglio ha paura degli specchi e fa le sue magie a suon di tamburello e formula "Schicchirimiao": sembra più dotata del padre e usa il suo talento per interferire  con le magie di quest'ultimo per puro divertimento, causando frustrazione paterna e  pasticci peggiori di quelli che Etcì causerebbe con la sua sola goffaggine.
La famiglia è completata dalla moglie di Etcì, Singhiozzo, evocata appunto da questo fastidiosissimo disturbo, che però esce dal vaso solo in poche puntate e la madre di Etcì, che è mostrata in una sola puntata.
Attorno a questi protagonisti ruotano altri personaggi come i genitori di Kancian e i suoi compagni di scuola inclusi alcuni bulli (Gigiotto e la sua banda) che l'incapacità di Etcì non esonererà dal trovare la giusta punizione.
Tra una avventura e l'altra l'affetto tra la famiglia che abita il vaso e Kancian, cresce puntata dopo puntata, finché i superiori di Etcì decideranno che la famiglia dovrà restare chiusa per cent'anni nel vaso per spezzare questo legame diventato troppo profondo, in un finale, nella puntata "Addio, Mago Pancione" commovente che ci mostrerà quanto c'è di tenero in ciascun personaggio, bulli e bulldog compresi. Un finale che mi ha ricordato molto quella della balena Giuseppina e non tanto per il titolo (Addio Giuseppina) quanto per la morale: è arrivato il momento che Kancian, come Choppy, se la cavi da solo.

Cartone animato della Tatsunoko (per la quale sapete che stravedo), è stato prodotto in 52 divertenti puntate accompagnati da una sigla fantastica, sebbene non si trovi nell'Olimpo delle sigle più vivamente ricordate ai giorni di oggi. La sigla era cantata da "Andrea e Sabrina", che altri non erano che i figli del musicista e bassista Mario Scotti, collaboratore di Claudio Baglioni e Renato Zero, che l'ha musicata. La sigla fu incisa su 45 giri con la sigla di Capitan Jet  (cantata però da Sara Kappa) sull'altro lato del disco. Diversamente da altre sigle dell'epoca, il testo della sigla riprende molto bene la dinamica del cartone, citando alcuni esempi di magie che il mago può fare ma purché venga incentivato opportunamente con una polpetta mentre i cori fanno il suono dello starnuto. Anche la formula magica "Auli Aule Tulilem Blem Blu" viene ripresa e potrebbe essere una citazione di un successo di Celentano dell'epoca dal titolo "Aulì-Ulè".

Naturalmente, il cartone trae moltissima ispirazione dalle classiche storie di geni della lampada che hanno trovato massima espressione nelle celebre fiaba "Aladino e la lampada meravigliosa" contenuta in "Le mille e una notte", la favolosa raccolta di fiabe orientali. Storie che in realtà affondano le loro radici nelle mitologie arabe pre-islamiche che riconoscevano la presenza dei Jinn, spiriti del deserto legati agli elementi naturali come il fuoco (quindi, non proprio divinità) che avevano grandissimi poteri e una natura non necessariamente benevola. Di questo universo da mille e un notte, il cartone mutua, ad esempio, la possibilità di volare in sella a un tappeto magico. 

Alcune curiosità sulla serie:
- la serie in Giappone aveva uno sponsor: una marca di polpette/hamburger
- fu realizzata negli Stati Uniti una versione in inglese chiamata "Bob in the Bottle" che non fu mai trasmessa negli USA ma fu distribuita in altri paesi anglosassoni. Peccato per loro, poteva essere usata per sponsorizzare hamburger, dato che l'hamburger rappresenta il 50% della loro varietà enogastronomica (ahia!);
- negli anni 2000 fu realizzato uno spin-off dal titolo Akubi Girl dedicato a Sbadiglio che fu trasmesso anche in Italia (Akubi è il nome originale di Sbadiglio!);
- il mago Pancione è uno dei personaggi del picchiaduro  Tatsunoko vs. Capcom: Cross Generation of Heroes.

A giudicare dal materiale trovato in rete, credo che in Giappone il cartone abbia avuto un buon successo mentre in Italia, pur essendo conosciuto  e amato da molti, è stato sempre relegato a qualche TV locale.
In questa immagine i personaggi più ricorrenti: da sinistra a destra, ovviamente, Etcì, Sbadiglio, Kancian, Susy (una amica di classe di Kancian), i genitori di Kancian, Gigiotto (il più grosso dei tre) con i suoi scagnozzi ... e ovviamente il famelico e malefico bulldog al centro della scena.


Sigla!!




domenica 11 ottobre 2026

La furia di Hong Kong, maestro di karate in accappatoio

Prima di parlare di lui, una precisazione è d'obbligo: La furia di Hog Kong (Hong Kong Phooey) non è un normale cane poliziotto… anche se ufficialmente lavora proprio in un commissariato! 

Creato dalla prolifica coppia Hanna-Barbera , La furia di Hong Kong racconta le avventure di Penrod "Penry" Pooch (pooch=cagnolino), un tranquillo cane che lavora come inserviente e custode in una stazione di polizia. Un ruolo apparentemente insignificante, ma che gli permette di ascoltare continuamente le comunicazioni degli agenti e di venire a conoscenza dei casi di cronaca.

Nello specifico, ogni puntata si apre con la centralinista del distretto di polizia, Rosemary, che riceve una chiamata di soccorso e riferisce l'emergenza di turno al sergente Flint.

Quando c'è un crimine da risolvere, Penry si precipita nello sgabuzzino, apre il suo schedario segreto, indossa il caratteristico accappatoio rosso, la cintura arancio e mascherina nera… e in pochi secondi diventa Hong Kong Phooey! 🐾

Il suo fedele compagno è Spot, un gatto che, ironia della sorte, è spesso molto più capace del suo padrone e finisce per risolvere concretamente i problemi nei quali Hong Kong Phooey si caccia a partire dal rimanere puntualmente incastrato nello schedario in cui si trasforma.

Un meccanismo da supereroe… in versione Hanna-Barbera, una trovata è interessante perché Hong Kong Phooey prende in giro uno dei meccanismi più classici dei supereroi americani.

Pensiamo a Clark Kent: giornalista del Daily Planet, quindi praticamente seduto in prima fila davanti alle notizie di cronaca, ma pronto a sparire in un bagno o in un vicolo per trasformarsi in Superman.

Oppure a Peter Parker, fotografo e reporter freelance, sempre alla ricerca di notizie e abbastanza vicino agli eventi da poter intervenire nei panni di Spider-Man.

E lo stesso principio, con qualche variazione sul tema, si ritrova in molti personaggi dei fumetti: l'eroe conduce una vita apparentemente normale, ma il suo lavoro gli garantisce un accesso privilegiato alle informazioni e agli eventi. Quando arriva la notizia giusta… in un battibaleno il personaggio si maschera e rimuove la maschera di uomo pavido e imbranato per vestire, letteralmente e figuratamente, i panni dell'eroe!

Hong Kong Phooey ripete questo schema, solo che invece di essere un giornalista o un fotografo, Penry è l'addetto alle pulizie del commissariato (e le notizie gli arrivano direttamente sotto il naso!) e in più è imbranato sia nei panni dell'inserviente che dell'eroe.  E, infatti, il personaggio è una parodia degli eroi invincibili e dei maestri di arti marziali. Hong Kong Phooey si vanta di essere un combattente straordinario, cita continuamente le proprie capacità e si lancia con entusiasmo nelle missioni.Peccato che le cose non vadano quasi mai come previsto. I suoi piani sono spesso assurdi, le sue tecniche funzionano a metà e, soprattutto, Spot finisce regolarmente per sistemare ciò che lui combina. Tuttavia, le persone in città questo non lo sanno e acclamano Phooey come l'eroe della città e anche Rosemary ha un debole per lui. Tutti lo amano, tranne il sergente Flint che non ama le sue interferenze con la giustizia.

Ed è proprio questo il cuore della serie: Hong Kong Phooey è convinto di essere un grande supereroe…tutti in città sono all'oscuro della sua totale assenza di talento, mentre lo spettatore sa benissimo che il vero eroe è probabilmente il gatto!

La serie debuttò negli Stati Uniti nel 1974 e conta una sola stagione, per un totale di 16 episodi. Nonostante la breve durata, Hong Kong Phooey è diventato uno dei personaggi più riconoscibili della produzione Hanna-Barbera.

Il suo look è rimasto impresso nella memoria pronto a lasciare il commissariato per combattere il crimine con il suo accappatoio rosso.

E forse il suo fascino sta proprio qui: prende tutti gli ingredienti del supereroe classico — doppia identità, trasformazione lampo, costume, base operativa, nemici e missioni — e li ribalta con quella comicità surreale che Hanna-Barbera sapeva fare così bene.

E ho dimenticato di menzionare che così come Batman ha la bat-mobile, anche Phooey ha la phooeymobile (furiamobile nel doppiaggio italiano) , una vettura capace di trasformarsi in nave, aereo e cabina telefonica a seconda della circostanza. 

 Chi se lo ricorda? E soprattutto: quanti di voi, da bambini, avrebbero voluto avere uno sgabuzzino segreto dove trasformarsi in supereroe in cinque secondi?

Hong Kong Phooey
Penry Pooch
Spot
Sergente Flint
Rosemary
La Furiamobile

domenica 4 ottobre 2026

Tom e Jerry, geniale superclassico sempreverde capolavoro d'arte


Tom & Jerry è una di quelle coppie che non hanno bisogno di presentazioni: un gatto e un topo, eterni rivali, protagonisti di inseguimenti, trappole, dispetti e situazioni completamente surreali che hanno fatto ridere generazioni di spettatori in tutto il mondo. La trama, almeno in apparenza, è semplicissima: Tom cerca in tutti i modi di catturare Jerry, mentre il piccolo topo riesce quasi sempre a sfuggirgli, trasformando ogni tentativo del gatto in un nuovo disastro. Eppure, dietro questa formula apparentemente elementare, si nasconde una delle serie animate più importanti e influenti della storia. Tom e Jerry nacquero nel 1940 dalla fantasia di William Hanna e Joseph Barbera, quando i due lavoravano alla Metro-Goldwyn-Mayer, e il primo cortometraggio si intitolava “Puss Gets the Boot”. Inizialmente i protagonisti non avevano ancora i nomi con cui li conosciamo oggi: il gatto si chiamava Jasper, mentre il topo era semplicemente indicato come un topo. Il successo fu immediato e i personaggi vennero sviluppati fino a diventare Tom e Jerry. Una delle caratteristiche più particolari della serie è che, soprattutto nei cortometraggi classici, i due protagonisti parlano pochissimo: gran parte della comicità nasce infatti dai gesti, dalle espressioni, dalla musica, dai rumori e da un ritmo incredibilmente preciso. Le loro avventure sono costruite come una vera e propria danza comica, dove ogni porta sbattuta, martello, caduta o esplosione arriva nel momento esatto per creare l'effetto desiderato. E proprio la musica ha un ruolo fondamentale: il compositore Scott Bradley realizzò colonne sonore estremamente sofisticate, mescolando jazz, musica classica e sonorità moderne per l’epoca. Grazie a questo cartone, già dalla tenera età ho iniziato ad apprezzare i brani più famosi di Chopin, Mozart, Lizt, Strauss, Rossini. E quando Tom suona il piano e si esibisce in uno dei pezzi  di musica classica classici , Tom va a premere i tasti corretti, quelli che corrispondono alla melodia e con un sincronismo perfetto. Da preadolescente che sapeva suonare la tastiera elettronica il fatto che ci fosse una perfetta corrispondenza tra l'animazione e il suono colpiva la mia attenzione in maniera speciale. Insomma, questo cartone porta a nuovo livello il concetto di "ricerca di una estrema cura nei dettagli". In questa scena vi mostro concretamente di cosa sto parlando.

 Qualche tempo fa mi sono imbattuta in una divertente scena di Tom & Jerry che viene usata per spiegare cosa è il concetto ingegneristico di Risk Assessment e come si importante tenerlo sempre aggiornati i documenti di valutazione del rischio. Questa è la scena.


Ritengo che per lo studio e l'accuratezza che ci sono dietro alla produzione di ogni singolo episodio, ccon un po' di impegno e fantasia si potrebbero individuare tantissime scene che si possono prestare a creare pillole formative come questa e in diversi campi dello scibile; comprese la fisica e l'ingegneria, i cui principi vengono largamente utilizzati da Tom quando deve creare delle sofisticate trappole per Jerry. Ma non solo nozioni, anche metafore e insegnamenti di vita.

Un’altra curiosità è che Tom e Jerry non sono sempre stati semplicemente nemici: in diverse storie si aiutano, collaborano o finiscono dalla stessa parte quando compare un problema ancora più grande. Questo contribuisce a rendere il loro rapporto molto più interessante di una semplice rivalità, perché sotto i litigi e gli inseguimenti sembra esserci una sorta di legame indissolubile. La collaborazione è orientata a salvaguardare la loro dinamica, quando è minacciata in una qualche situazione, per poter diventare nuovamente rivali e tornare a bisticciare dopo, a riprova che ciò che conta è avere un missione, quella di Tom cacciare, quella di Jerry scappare, e entrambi perderebbero lo scopo di vita se Tom riuscisse a catturare e uccidere Jerry una volta per tutte o Jerry a liberarsi del suo aggressore una volta per tutte. Motivo per cui a volte vanno ad auto sabotarsi quando sono vicini al raggiungimento dei propri obiettivi. E ditemi se questa non è una grande lezione di vita, di come sia importante il viaggio e non la meta, avere uno scopo. Proprio ieri leggevo un articolo che parlava delle teorie di un centenario ricercatore giapponese che afferma che la longevità non sia solo una questione fisica ma una questione mentale: un cervello che ritiene di dover ancora sistemare delle cose prima di passare a miglior vita riesce a tenere vivo un corpo anche provato mentre più docilmente si abbandona tra le braccia di Morfeo chi ha ottenuto tutto, chi ha già realizzato tutti i suoi scopi o ci ha definitivamente rinunciato, chi pensa di aver compiuto la sua missione.

Attorno ai due personaggi ruotano altri personaggi, a volte interessi amorosi con eventuali rivali in amore di uno dei due protagonisti, che sono quindi spesso altri topi, altri gatti, più raramente altri animali. Si tratta di personaggi che compaiono una tantum, partecipano alla trama di uno specifico episodio, e poi non si vedono mai più. Uniche eccezioni, nel senso che sono figure ricorrenti, sono la padrona umana di Tom, di cui si vedono solo le gambe che danno l'idea di una donna corpulenta, che appare di tanto in tanto per gridare il suo terrore di fronte alla presenza del topo in casa e per rimproverare Tom della sua incapacità di acchiapparlo, e Spike (a volte con figlioletto al seguito), un cane bulldog che prende le difese di Jerry e ribalta la dinamica: con lui in giro, è Tom a dover scappare e difendersi, anche perché spesso le trappole di Tom piazzate per Jerry finiscono per colpire Spike (con lo zampino del furbo Jerry) o addirittura il figlioletto di cui è super protettivo.

I cortometraggi classici ottennero anche un enorme riconoscimento internazionale e conquistarono ben sette Premi Oscar nella categoria dedicata ai cortometraggi d’animazione, un risultato straordinario che testimonia quanto la serie fosse apprezzata anche dal punto di vista artistico e tecnico. Nel corso dei decenni Tom e Jerry hanno cambiato stile, autori, produzioni e formati, arrivando in televisione, al cinema e in numerose nuove serie, ma il concetto di base è rimasto praticamente immutato: Tom vuole prendere Jerry, Jerry vuole sopravvivere e ogni piano finisce inevitabilmente nel caos. Ed è forse proprio questa semplicità a spiegare la loro longevità: non servono grandi spiegazioni, perché la comicità è universale e comprensibile a qualsiasi età. Un dettaglio curioso riguarda anche il nome “Jerry”: dopo il successo del primo cortometraggio, la MGM organizzò un concorso interno per scegliere il nome definitivo del topo e fu l’animatore John Carr a proporre proprio “Jerry”. Da allora quel piccolo topo grigio è diventato uno dei personaggi più riconoscibili dell’animazione mondiale. Tom & Jerry dimostra così che non servono dialoghi complessi o trame elaborate per creare personaggi immortali: bastano due caratteri opposti, una buona dose di fantasia, tempi comici perfetti e una rivalità destinata a non finire mai. E forse, dopo più di ottant’anni, la cosa più divertente è proprio questa: per quanto Tom ci provi, Jerry continuerà sempre a trovare un modo per scappare! 

domenica 20 settembre 2026

Charlotte e la casetta in Canadà con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà

Charlotte è un anime giapponese di genere drammatico di 30 interminabili episodi. Avrete già capito che non è uno dei miei anime preferiti. Mi ostinavo a guardarlo un po' per l'ambientazione esotica che mi affascinava - quella casetta in Canada con tutta la vecchia fattoria degli animali - un po' per l'acconciatura di Charlotte (non ho mai amato portare i capelli raccolti, e le due treccioline laterali erano l'unico vezzo che la mia capigliatura si concedeva), un po' per masochismo, un po' perché non mi piace lasciare le cose a metà, un po' perché veniva trasmesso sulla RAI e quindi era facile da intercettare e incrociare tra un programma ed un altro. E' anche questo uno dei cartoni dove tra lutti, incidenti, malattie, orfani che subiscono soprusi, è meglio guardare toccando ferro ma, in fin dei conti, guardando asetticamente alla trama, non è peggio di Remì, Candy Candy o Isabel de Paris che è la tragedia fatta a cartone. Eppure nessuno di tutti questi mi inquietava come Charlotte. Sarà perché in certi cartoni c'era anche sollievo comico (si pensi alle esibizioni della scimmietta o di Mattia  o le scenette con Clean il procione di Candy), sarà perché in altri cartoni oltre ai momenti di dolore c'erano anche momenti di gioia e serenità, sarà che in altri cartoni la tragedia viene sublimata, diventa epica e commuove, non inquieta. Mi sembra che tutti questi elementi manchino in Charlotte o non sono abbastanza forti: ma sarà soprattutto perché in Charlotte i dialoghi erano farciti di silenzi assordanti, le scene accompagnate da musiche tra il cupo e il drammatico; e i personaggi erano abbastanza impenetrabili - o forse poco caratterizzati - alcuni carogne senza qualità che li potessero riscattare e pertanto alquanto indigesti. Insomma, tutto l'insieme gridava sfiga, miseria, ambiguità. 

La trama, tra vari colpi di scena, è pressoché la seguente: Charlotte Mombanc vive con il suo papà André in un ranch in Canada, precisamente nel Quebéc, e anche lei ha l'abitudine, come Heidi e San Francesco, di parlare agli animali, in particolar modo al suo criceto Spica e l'agnellino ribelle Fiocco. Vive da sola con il papà che, a dispetto della vita semplice che conduce, è il rampollo di una famiglia aristocratica francese. Vivono da soli perché pensano che la sua mamma Simone sia morta. In realtà Simone era stata costretta ad abbandonare marito e figlia dal quel gran classista del nonno, il duca Mombanc. Ben presto nella serie, la verità viene a galla e Simone sta navigando dalla Francia  al Quebéc per ricongiungersi alla sua famiglia quando si verifica, puntuale e ineluttabile come la TARI, l'immancabile tempesta che mette a rischio la vita di Simone e di tutti i passeggeri della nave.
Nel tentativo di salvarla, André prende la sua imbarcazione e naufraga a sua volta perdendo la vita.  Incominciano giorni duri per Charlotte che deve gestire tutta la fattoria a soli 12 anni anziché fare i fit check su Instagram e vedersela anche con il signor Gordon, uno spietato affarista e aspirante sindaco, che mira ad impossessarsi della fattoria. Il signor Gordon è coadiuvato nei suoi scopi dalla famiglia Garson, lavoranti della fattoria di Charlotte, che è composta da personcine e lavoranti della fattoria dei Mombanc che sono autentiche canaglie, prepotenti eppur servili, maneschi, ignoranti e cozzali. Insomma, infamità che scorre nelle vene:  l'unica persona per bene della famiglia è la figlia minore Katy, dal carattere dolce e giusto e così diversa dalla malefica sorella Belle. Tempi duri, quindi, ma Charlotte può contare sull'amicizia e l'aiuto di due giovani: Sandy, un ragazzo del vicinato che vive con suo nonno Melville, un vecchio fattore appassionato di astronomia e Il Cavaliere, un ragazzo biondo e misterioso. E anche di Sammy, figlio adottivo del signor Gordon, di cui quindi non condivide i geni malefici.
A questo punto Charlotte viene avvicinata dallo zio Albert (in realtà dovrebbe essere un cugino del padre, non suo fratello) che vuole portarla in Francia dal nonno dicendole che lì incontrerebbe sua madre, sopravvissuta al naufragio. Una bella panzana che Charlotte scopre quando è ormai sul transatlantico diretto a Parigi, visto che sua madre è in Quebéc e la sta cercando. A Parigi Charlotte si ritrova praticamente prigioniera in una gabbia dorata e al centro di intrighi orditi da Albert per assicurarsi di essere l'unico erede della fortuna dei Mombanc ma anche dal nonno stesso che, pur di ammorbidire la volontà della nipote, restia a rimanere a Parigi, non si fa scrupoli a spacciare per sua madre, un'altra donna, Milene, amica e e complice di Albert, nonché sorella maggiore del Cavaliere, la cui amicizia con Charlotte è un tentativo di rimediare alle cattiverie di sua sorella, già molto tempo prima coinvolta nella separazione tra André e Simone. C'è anche la manifesta ostilità della figlia adottiva del duca, Marie, una ragazza cinica e cattiva mentre un po' di aiuto arriva dal giovane nobile Luis, ribelle e destinato a morire di TBC, che la aiuterà a ricongiungersi con sua madre arrivata a Parigi a cercarla. Senza portarla per le lunghe, Charlotte alla fine, riappacificatasi con il nonno che si intenerisce nel corso della serie e si affeziona sinceramente alla nipote,  si riapproprierà della fattoria, ormai ridotta in miseria, e la gestirà con sua madre, mentre il Cavaliere e Sandy trovano le loro dolci metà rispettivamente in Stella (un personaggio a dir poco secondario) e la perfida Marie, anche lei addolcita dall'aver ritrovato il padre biologico.

Se devo riconoscere un merito alla serie è quello che al di là della prevedibilità del finale (il ricongiungimento con la madre e il salvataggio della fattoria), la trama non la definirei prevedibile, non per lo standard di una cartone. Insomma, la sostituzione di persona e l'anti-stereotipo del nonno manipolatore, non sono elementi proprio scontati. Tuttavia, il risultato non mi è parso soddisfacente, sia per la piega drammatica che la storia prende già dalle primissime puntate, sia per elementi abbastanza casuali nel finale, sia perché sembra prendere in prestito elementi di altri cartoni animati di maggiore successo senza riuscire a creare un mix credibile: il Cavaliere sembra il principe della Collina/Albert  di Candy Candy sia come caratterizzazione che come aspetto fisico, Marie sembra Iriza, il rapporto di Charlotte con gli animali sembra preso da Heidi - si pensi al rapporto che ha con Fiocco di Neve - e la ricerca di un genitore oltreoceano tra intrighi di palazzo sembra preso da Georgie (ma in realtà Georgie è successivo).
E a te Charlotte è piaciuto?

Charlotte
Andrè (padre)
Simone (madre)
Il cavaliere
Sandy
Luis
Sig. Gordon
Sig.ra Gordon
Sammy
Sig. Garson
Sig.ra Garson
Belle
Katy
Melville
il Nonno
zio Albert
Milene
Marie

domenica 6 settembre 2026

Wacky Races, le corse pazze che hanno fatto impazzire il mondo

Ne avevo già parlato in altri post (qui e qui) mostrando delle panoramiche sulla produzione Hanna e Barbera, oggi ne voglio parlare più in dettagli dato che è uno dei classici da me più amati e uno degli argomenti più ricercati su questo blog, stando ai report di Google Analytics. Quindi, soddisfiamo la curiosità di quelli che ricercano "coRse strane", "cartone con cane che ride", "macchina con l'ombrellino parasole" dato che questa ricerca porta a Le corse pazze, o Wacky Races da titolo originali, un cartone che è passato negli annali della storia per la sua comicità e genialità. Ci sono, infatti, cartoni animati che, pur avendo avuto una vita televisiva sorprendentemente breve, sono riusciti a entrare nell'immaginario collettivo e a rimanervi per decenni. Wacky Races è senza dubbio uno di questi. Prodotta dalla già menzionata Hanna e Barbera, la serie debuttò negli Stati Uniti il 14 settembre 1968 e, nonostante fosse composta da soli 17 episodi, divenne rapidamente un fenomeno grazie a un'idea semplice ma geniale: una gara automobilistica senza regole, dove l'obiettivo non era solo arrivare primi, ma farlo tra invenzioni strampalate, tranelli, inseguimenti e situazioni esilaranti.

L'ispirazione arrivava dal film del 1965 La grande corsa (The Great Race), con mostri sacri di Hollywood quali Jack Lemmon, Tony Curtis e Natalie Wood, ma gli autori portarono il concetto all'estremo, popolando la competizione con undici equipaggi completamente diversi tra loro, ciascuno alla guida di un veicolo unico e costruito su misura per rispecchiare la personalità dei propri piloti. Ogni gara attraversa ambientazioni sempre diverse, dalle montagne ai deserti, dalle città alle giungle, trasformando ogni episodio in un'avventura imprevedibile.


Tra tutti i concorrenti, il più memorabile è senza dubbio Dick Dastardly, accompagnato dal fedele cane Muttley alla guida della vettura 00, detta la Macchina Infernale (nell'originale, Mean Machine). Più che vincere con le proprie capacità, Dick è ossessionato dall'idea di sabotare gli avversari, escogitando trappole elaborate che finiscono quasi sempre per ritorcersi contro di lui. E la sua ossessione nel sabotare gli altri è talmente folle che in uno degli ultimi episodi il telespettatore intuisce chiaramente che, alla fine, a Dastardly non interessa neppure vincere, gli interessa il sabotaggio fine a sé stesso: infatti nell'unica puntata in cui ha praticamente vinto, si fa un autosabotaggio a pochi centimetri dalla linea del traguardo.  Le risate sguaiate di Muttley, diventate uno dei marchi di fabbrica della serie, sono ancora oggi immediatamente riconoscibili dagli appassionati e la sua faccia ridacchiante una icona che viene riportata su t-shirt, cappellini, felpe, teli mare e quant'altro.

Accanto ai due "cattivi" sfila un cast di personaggi indimenticabili. Li elenco nell'ordine del numero che è riportato sulla fiancata della loro vettura.
Ci sono i Fratelli Slag, Rock e Gravel, dall'aspetto si direbbe anche cugini di Captain Caveman, due cavernicoli a bordo della preistorica vettura numero 1, la Macigno-mobile (nell'originale, la Bouldermobile): mentre la guidano i due, che si esprimono solo a gesti, si prendono vicendevolmente e alternativamente a clavate. 
Ci sono Big e Li’l Gruesome, che sembrano appena usciti da un film dell'orrore, i due fratelli alla guida della vettura numero 2, il Diabolico Coupé (nell'originale, The Creepy Coupe), un automobile dal design macabro, con delle lanterne al posto dei fari, con il tettuccio sormontato da una torretta gotica circondata da pipistrelli e con un drago sputafuoco a completare il designo. 
C'è il geniale Professor Pat Pending, il cui aspetto incarna tutti gli stereotipi dello scienziato pazzo, capace di trasformare la propria automobile in qualsiasi mezzo immaginabile, non a caso la sua vettura, la numero 3, è battezzata la Multiuso (nell'originale, Convert-A-Car). 
C'è Red Max, chiaramente ispirato allo storico aviatore Barone Rosso, alla guida di una vettura che in realtà, per interpretare la personalità del suo pilota, è un biplano come se ne vedono nei film della prima guerra mondiale ma  dotato di ruote. Questo veicolo aveva il numero 4, era ovviamente rosso, chiamato lo Scarafaggio volante (nell'originale, Crimson haybaler).
C'è la bella, stilosa e vanesia Penelope Pitstop con la sua inconfondibile vettura rosa, una cabriolet  sportiva: è la vettura numero 5 conosciuta come il Vezzoso Coupé (nell'originale, Compact Pussycat), dotata di ombrellino parasole e congegni che le rinfrescano il trucco.
Ci sono il sergente Blast e il soldato Meekly alla guida di una vettura che sembra ottenuta da un carrarmato incrociato con una macchina asfaltatrice, la numero 6 detta Armata speciale (nell'originale, Army Surplus Special)
Ci sono Clyde e la sua banda, nanerottoli vestiti di abiti gessati come appena usciti da un Gangster movie ambientato negli anni '20, alla guida della numero 7, l'Antiproiettile (nell'originale, The Ant Hill Mob in the Bulletproof Bomb). Clyde tratta i suoi uomini con autorità e disprezzo (chiamandoli babbei) e quando hanno bisogno di una propulsione extra, usano i loro piedini che sbucano sotto il veicolo. Baciamolemani!
E, ancora, ci sono Lazy Luke e Blubber Bear a rappresentare il sonnacchioso e pigro montanaro dell'Arkansas  e altre zone montane dove la vita è scandita da ritmi lenti. Essi guidano la vettura numero 8, l'Insetto Scoppiettante (Arkansas Chuggabug), vettura alimentata con una vecchia stufa a legna che fornisce l'accelerazione richiesta alla gara quando esplode.
C'è Peter Perfect, lo stereotipo dell'uomo bello e galante, il damerino dai modi affettati che cerca di conquistare Penelope con la sua perfezione che ho sempre trovato un po' vuota. Peter guida la sua auto d'epoca da competizione dai cilindri dorati, la numero 9 chiamata la Sei Cilindri (nell'originale, la Turbo Terrific).
E, infine, ci sono  Rufus Roughcut con il castoro Sawtooth, rappresentazione dell'America più interna e più rurale, quella dei taglialegna forzuti e rozzi dalle camicie di flanella quadri che vivevano nei boschi. E ovviamente la scelta del castoro non è casuale - niente è casuale nei cartoni H&B - data l'abilità di questo animale nel rodere legna e costruire come un vero ingegnere di cui indossa il cappello da cantiere. Essi erano alla guida della numero 10 la Spaccattutto (nell'originale, Sawtooth in the Buzz Wagon) le cui ruote s dentate come il profilo di una sega.
Numero 00 - La macchina infernale
Dastardly e Muttley
Numero 1 - La macigno-mobile
Rock e Gravel Slag
Numero 2 - Il diabolico coupé
Big e Lil Gruesome
Numero 3 - La Multiuso
Pat Pending
Numero 4 - Lo scarafaggio volante
Red Max
Numero 5 - Il vezzoso coupé
Penelope Pitstop
Numero 6 - L'armata speciale
Sergente Blast e soldato Meekly
Numero 7 - La antiproiettile
Clyde e la sua banda
Numero 8 - L'insetto scopiettante
Lazy Luke e Orso Blabber
Numero 9 - La Sei Cilindri
Peter Perfect
Numero 10 - La Spaccatutto
Rufus Roughcat e il castoro Sawtooth
L'iconico
Ghigno di Muttley



Come già ribadito, niente nei prodotti Hanna & Barbera è frutto di una scelta casuale, i nomi, i dialoghi, i dettagli e Wacky Races, non solo non è una eccezione, ma è forse il più fulgido esempio di come i nomi  delle auto e relative scuderie, i dettagli costruttivi delle vetture, rappresentino una serie di personaggi sterotipati (il militare, il mostro, il gangster, ecc.) e dei luoghi da cui provengono.
E anche i nomi dati ai concorrenti obbediscono a tale legge. Rock e Gravel Slag sta letteralmente per "Scoria di Roccia e Ghiaia", nome molto evocativo della Età della Pietra da cui i protagonisti provengono. Big e Lil Gruesome sta letteralmente per "Grande e Piccolo Spaventoso". Pat Pending sta letteralmente per "In attesa di Brevetto" (Pat è usato come diminutivo di Patent). Red Max richiama Red Baron, come già detto. Penelope Pitstop è un chiaro riferimento alla sosta ai box. Blast e Meekly indicano chiaramente chi dei due umilia l'altro (to blast, "blastare") e chi dei due è quello sottomesso (meek, "mite").  Ant Hill Mob sta per "la banda delle formiche": mob in particolare intende banda mafiosa, il riferimento alle formiche potrebbe essere legato alla statura degli uomini della banda e al modo veloce di "zampettare" con le gambe per accelerare. Lazy Luke e Blubber Bear sta letteralmente per "Luke il pigro e l'orso grasso".  Peter Perfect ovviamente ne sottolinea la perfezione, ma io l'ho sempre trovato un po' troppo pieno di sé. E Rufus Roughcut abbina il nome Rufus ("dai capelli rossi") un cognome che ne sottolinea la rudezza ("tagliato con l'accetta") mentre il nome del castoro è letteralmente "Dente di sega". E naturalmente i nomi dei protagonisti più centrali non possono essere lasciati a caso: Dastardly significa infatti "infame" e Muttley deriva da "Mutt" che sta per cane bastardo. Che capolavoro! Adoro!

Ricordo ancora certe domeniche mattina in trepidante attesa della voce di Ferruccio Amendola che, da voce narrante per le prime 14 puntate (poi sostituito da Pino Locchi), introduceva il telespettatore alla corsa, elencando vetture e personaggi e anticipando già che Dastardly userà sporchi trucchi e decretando alla fine "Inizia l’avventura del Wacky Races!"

Uno degli aspetti più curiosi della serie è che, pur essendo stata realizzata in un numero limitato di episodi, è stata trasmessa e ritrasmessa per decenni in tutto il mondo, diventando un classico dell'animazione.  Il successo fu tale da dare vita agli spin-off Dastardly e Muttley e le macchine volanti e Le avventure di Penelope Pitstop, mentre nel 2017 la serie è stata riproposta in una versione moderna che ha mantenuto lo spirito originale aggiornandolo per le nuove generazioni.

A distanza di oltre mezzo secolo, Wacky Races continua a essere ricordato con affetto perché rappresenta un'epoca dell'animazione in cui bastavano fantasia, personaggi ben caratterizzati e tanto umorismo per creare un capolavoro destinato a non invecchiare mai. Le sue corse impossibili, i veicoli assurdi e la continua rivalità tra Dick Dastardly e gli altri piloti hanno fatto sorridere milioni di spettatori e continuano ancora oggi a conquistare chi scopre per la prima volta questo piccolo grande classico della televisione.
Curiosità: in rete sono reperibili le foto di almeno una parata di automobili che riproducono i veicoli del cartone guidate dai rispettivi cosplayers.