Negli anni della mia infanzia, bastavano quindici tessere numerate e un quadratino vuoto per tenerci incollati per ore. Il mitico gioco del 15 era uno di quei passatempi che sembravano semplici... finché non provavi davvero a rimettere tutti i numeri in ordine, facendoli scorrere uno accanto all'altro, in verticale e orizzontale, attraverso le scalanature incise su ogni tessera. Un altro gioco da fare in solitaria.
La cosa curiosa è che molti di noi lo associano agli anni '80, quando era presente in tantissime case, nelle edicole, nelle cartolerie e persino come gadget promozionale. Ricordo di averne viste, nel corso degli anni di tanti colori ma anche di tante versioni: inizialmente le tessere erano semplicemente numerate, poi si sono evolute in parti di un puzzle che veniva ricomposto solo con la sequenza corretta. E molte piccole aziende locali (mobilifici, serramenti, ...) li distribuivano gratuitamente per farsi pubblicità: infatti ricomponendo le tessere nell'ordine corretto veniva fuori il loro logo con eventuale slogan e dati di contatto. Ricordo anche che era molto spesso in regalo con le riviste di enigmistica e contenuto nei loro involucri di plastica trasparente. Eppure la sua storia è molto più antica: nasce alla fine dell'Ottocento, quando divenne una vera mania internazionale. Si racconta che milioni di persone cercassero di risolverlo, tanto che giornali e matematici iniziarono a studiarne i segreti.
Il bello è che non tutte le configurazioni sono risolvibili: esistono combinazioni che, per precise ragioni matematiche, non potranno mai essere riportate all'ordine. Un dettaglio sorprendente per un gioco così essenziale.
Forse è proprio questo il suo fascino. Nessuna batteria, nessun display, nessuna connessione. Solo pazienza, logica e quella sottile soddisfazione quando, dopo decine di mosse, anche l'ultima tessera trovava finalmente il suo posto. A dimostrazione che quando alla base c'è un'idea geniale, non servono grafiche 3D, miniature, un complesso set di regole e stress da luce blu per gli occhi, per fornire un gioco che sia intrattenimento puro. Un intrattenimento che ti potevi portare ovunque, persino più portabile del cubo di Rubik, dato che per l'esiguo ingombro e peso, potevi portarlo nella borsa, nel marsupio e persino in tasca, ai giardinetti come sotto l'ombrellone. Sicuramente lo preferivo all'immobile Barbie o alla noiosa bambola da pettinare e ripettinare.
Per me resta uno dei simboli degli anni '80: non perché sia nato in quel decennio, ma perché è lì che è entrato nei ricordi di un'intera generazione, trasformando un'invenzione di oltre un secolo prima in un piccolo rito quotidiano.
E voi? Quante volte avete pensato: "Ancora una mossa e ci riesco"... per poi ricominciare da capo?

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