giovedì 25 dicembre 2025

Buon Natale

il mio augurio personale a chiunque mi stia leggendo di un Buon Natale di magia e serenità, pieno delle persone e delle cose che sono davvero importanti per voi, chiunque e qualunque esse siano, Anna.

domenica 21 dicembre 2025

L'uomo tigre, il campione di cui avevamo bisogno

Come tradurre post su un anime tanto denso di pathos, senso di giustizia, pietà, crudeltà, generosità, sacrificio... insomma tanto pieno di umanità, nel bene e nel male? Come sintetizzare puntate su puntate, combattimenti su combattimenti fuori e dentro al ring, infiniti incontri di wrestling giapponese sempre più cruenti nonché sempre più bizzarri fino al gran finale di pura viulenzaaa? Beh non sarà facile, ma io ci provo. Incominciamo dall'inizio. 
L'uomo tigre è un potente lottatore mascherato affiliato ad una organizzazione di lottatori chiamata Tana delle Tigri la cui sede è localizzata in una remota e glaciale parte delle Alpi , uno scenario a la "Dove osano le aquile". Si tratta di una organizzazione di stampo criminale che recluta e circuisce bambini soli al mondo, per avviarli ad anni di estenuanti e mortali allenamenti presso le palestre della Tana e farne di essi lottatori forti, scorretti e crudeli che dovranno versare buona parte dei proventi dei futuri incontri all'organizzazione: chi tradirà questo patto sarà perseguitato attraverso un emissario della organizzazione, Mister X, fino all'uccisione da parte degli innumerevoli sicari della Tana.
Troviamo quindi l'uomo tigre che, impertinente e ironico, dopo aver conquistato la notorietà negli States come "il diavolo giallo", è impegnato in vari incontri utilizzando scorrettezze di ogni tipo: colpi in parti vietate, utilizzo di tirapugni di ferro, tavoli scagliati sulla schiena del malcapitato avversario. 
Successivamente viene rivelata al pubblico la sua identità: si tratta di Naoto Date che, come ci mostreranno i flash back, era cresciuto in una casa per orfani e si era fatto reclutare da tana delle tigri nella speranza di costruirsi un futuro migliore e di diventare abbastanza forte da picchiare duro tutti i bulli che rendevano miserabile la vita dei bambini orfani come lui.
Nel frattempo Naoto fa visita all'orfanotrofio in cui è cresciuto, la Chibbiko House, nel presente gestito dai suoi vecchi compagni Watsuke e sua sorella Ruriko, figli del vecchio direttore dell'orfanotrofio; e si presenta con una marea di regali che fanno felici i bambini. Tuttavia, per non tradire la sua identità, si finge una persona pavida e inetta diventando il bersaglio di ilarità e, qualche volta, anche di scherno da parte dei bambini.
Fra i vari bambini (Yoshio, Gaboten, Chappy, Toppi,..) particolarmente vivace ed esagitato, nonché scalmanato fan di Uomo Tigre, è Kenta. Fuggito dall'orfanotrofio per assistere ad un incontro del suo beniamino, sarà il motivo della conversione di Uomo Tigre ad uno stile di lotta reale quando, dalle parole di Ruriko, capisce di avere la responsabilità di essere di esempio per i bambini. Nel frattempo, per evitare l'abbattimento dell'orfanotrofio, Naoto si era indebitato con uno strozzino e questo lo porta, come Uomo Tigre,  a tradire il patto con la Tana. Il tradimento da luogo a una serie di combattimenti all'ultimo sangue contro i malvagi lottatori inviati da Tana delle Tigri per punirlo e nonostante le scorrettezze degli avversari l'uomo tigre combatte secondo le regole, conquistandosi con il tempo l'amicizia dei lottatori della Federazione Lotta Giapponese, in primis il Gigante Baba e Antonio Inoki, personaggi realmente esistiti, che lo guidano con i loro consigli, insieme ad Arashi, anziano maestro di arti marziali. Le puntate si susseguono in una escalation di sempre maggiore violenza, con avversari che lo sfidano in incontri atipici che si rivelano delle vere e proprie trappole mortali: si pensi ad esempio all'uomo Piranha che richiede un incontro con una vasca di piranha che circonda il ring.
Con il tempo altri lottatori tradiscono tana delle tigri e si uniscono alla lotta di Naoto: Daigo Daimon, suo migliore amico ai tempi di Tana delle Tigri, e Ken (Kentaro), la cui sorella Yoko, viene trasferita all'orfanotrofio dopo la morte della loro madre. L'episodio finale mostra il match con il Boss della Tana ed è una delle cose più memorabili della storia dell'animazione.
Qui alcuni dei personaggi della serie (troppi per metterli tutti).
L'uomo tigre
Naoto Date
Mister X
Ruriko
Watsuke
Kenta
I bambini della
Chibbiko House
Antonio Inoki

Il gigante Baba

Maestro Harashi


Tigre Nera,
Re Tigre,
Grossa Tigre
Daigo Daimon


Grande Tigre
Il boss
Alcuni avversari




Segnalo che trovate uno spassoso riassunto della prima puntata sul blog del doc Manhattan: una delle pagine più meritevoli dell'internet.
La serie è composta da ben 115 episodi che ho visto e rivisto su Telenorba e Teledue che lo ritrasmettevano in loop.
Finiva l'ultima puntata e ricominciava da capo. Fino ad un certo punto. Poi cambiò lo schema: prima tutti gli episodi dell'Uomo Tigre, poi quelli dell'Uomo Tigre II e poi si ripartiva da capo.

A proposito dell'Uomo Tigre II, a lungo mi ero chiesta se il suo alter ego Tommy Aku (Tatsuo Aku) fosse Kenta ma mi rispondevo di no: allora ero abbastanza ingenua da pensare che due nomi diversi rappresentassero due personaggi diversi. Ancora non sapevo come il doppiaggio potesse cambiare tutto  e fare di Koji Kabuto un anonimo pilota ausiliario chiamato Alcor in Goldrake. Tuttavia, in una puntata dell'Uomo Tigre II , vista in tempi più recenti, ho notato che nei suoi ricordi di infanzia, Tommy appariva nell'orfanotrofio mentre giocava con Naoto e appare anche Kenta. Si desume quindi che Tommy era uno dei bambini cresciuti ed educati da Watsuke e Ruriko ai tempi in cui Naoto frequentava l'orfanotrofio ma senza rivestire una particolare rilevanza nella serie e di certo non era Kenta.
La sigla dei Cavalieri del Re, composta e cantata superbamente da Riccardo Zara, la conoscono anche le pietre di una città in culonia. GRRRRRRR!







domenica 14 dicembre 2025

Inch High l'occhio privato, un pollice di arguzia

Un investigatore privato alto un pollice, questo era l'infallibile detective creato da Hanna & Barbera in questo cartone dal titolo originale Inch High Private Eye, che denota la brillante abitudine della casa di produzione di giocare con le parole e con le rime. Se Super Chicken con i suoi martini era una non molto velata parodia di un personaggio politico realmente esistente, Inch High era invece una parodia di un personaggio di fantasia, ossia l'agente 86 Maxwell Smart dello show Get Smart, superbamente interpretato da Don Adams, a sua volta già parodia di personaggi come James Bond e l'ispettor Clouseau della Pantera Rosa, protagonisti assoluti dello spionaggio sul grande schermo. Uno show creato dal Mel Brooks, quindi, dal risultato assurdamente comico e surreale garantito.

Come desumibile dal titolo, il cartone narra le avventure di un abile detective in miniatura alto appunto solo un pollice, coadiuvato dalla fdua bella assistente e nipote Lori (Laurie) , il fidanzato di quest:ultima Gator, e il loro cane un San Bernardo chiamato Cuordileone (Braveheart). Egli lavora per l'agenzia Finkerton, chiarissima storpiatura della famosa agenzia Pinkerton, molto familiare ai cultori delle storie e film sul Far West e la Guerra di Secessione americana.

Con il titolare dell'agenzia, il signor Finkerton, ha un rapporto conflittuale e infatti quest'ultima cerca sempre di interferire, infiltrandosi tra i criminali,  nelle operazionj in cui Inch Eye è coinvolto e finisce con l'arrabbiarsi con lui e chiamarlo testa di legno quando la sua coperture salta  Sogna di poterlo licenziare un giorno e trova sempre un modo per non esserte soddisfatto del brillante operato del mini investigatore. A completare il quadro dei personaggi, c'è anche la signora Finkerton. Vestito del suo immancabile trench verde, Inch Eye risolve tutti i casi grazie alla sua Hushmobile, una automobile  silenziosissima, quasi levitante, e adatta a inseguire i criminali senza farsi notare. Ma soprattutto grazie alle sue dimensioni che gli permettono di nascondersi ovunque per raccogliere indizi e questa caratteristica diventa naturalmente fonte di situazioni comiche. L'altro lato della medaglia è che le sue dimensioni lo mettono sovente in situazioni di pericolo ma alla fine, grazie ai suoi aiutanti, riesce sempre a cavarsela.

INCH HIGH
LAURIE
GATOR
CUORDILEONE
MR FINKERTON
MRS FINKERTON


domenica 7 dicembre 2025

Astroganga: un robot sui generis e a colori

Astroganga è una serie animata del 1972, la prima robotica a essere trasmessa a colori. E' un cartone animato che ha sicuramente dei punti in comune con quelli dello stesso genere: 
- terra minacciata da nemici alieni; 
- un robot che difende la terra scontrandosi ad ogni puntata con un nuovo nemico; 
- un pool di scienziati che lavorano dietro le quinte per assicurare la vittoria del genere umano. 
Tuttavia, questi ingredienti sono mescolati in una storia con dei punti originali come vedremo ora con ordine, dando un'occhiata alla trama. Maya, una donna e scienziata aliena, fugge dal suo pianeta distrutto portando con sé un lingotto di "metallo vivo". E' sopravvissuta alla distruzione del suo pianeta da parte dei Blaster, alieni e invasori, che, nel processo di sottrarre l'ossigeno necessario alla loro sopravvivenza, devastano gli altri pianeti. Maya, arrivata sulla Terra, incontra e sposa uno  scienziato, il professor Giugar (Hoshi), il quale espone il lingotto di "metallo vivo" al calore infernale di un vulcano sottomarino: il metallo vivo si autoforgia in Astroganga. Come mostrato nelle puntate successive, il calore del vulcano sarà necessario ad Astroganga per rigenerarsi, ripararsi, assorbire energia. E già qui è evidente una prima grande differenza rispetto agli altri robot: Astroganga non è un ammasso di circuiti, è materia dotata di vitalità e intelligenza proprie, forse non è nemmeno un robot, al di là delle dimensioni gigantesche dei suoi 40 metri di altezza. Ma torniamo alla trama.
Prima di morire a causa degli effetti delle radiazioni a cui era stata esposta, Maya da alla luce un figlio che, nel doppiaggio italiano, viene chiamato Charlie e lascia una coppia di medaglioni che dovrà servire per il processo di entrata in simbiosi di Charlie con Astroganga: infatti - avverte - Astroganga sarà un'arma formidabile contro i Blaster (che nel frattempo si stanno preparando ad attaccare guarda caso la Terra) solo se agirà sinergicamente ad una intelligenza umana.
Ed ecco quindi un'altra fondamentale peculiarità di questo cartone: Charlie, una volta cresciuto fino alla veneranda età di 10 anni, non piloterà Astroganga ma si fonderà ad esso, trasformandosi in energia che viene richiamata dal medaglione posto sul petto di Astroganga una volta connessosi a quello sul petto di Charlie.
Risulta quindi che Astroganga ha sì emozioni ed intelligenza umane ma ha bisogno della simbiosi con Charlie per padroneggiarle e affrontare efficacemente le battaglie.
Un'altra peculiarità di Astroganga è l'assenza di armi: niente alabarde spaziali o missili piazzati in zone erogene, le vittorie sono garantite a suon di pugni e colpi a taglio. Tuttavia, Astroganga, è in grado di volare e chiedete a Mazinga Z, che aveva bisogno di agganciarsi al  Jet Scrander, se questa è roba da poco.
E nel gran finale, Astroganga si rivela persino in grado di prendere decisioni drastiche e autodeterminarsi.. .e non vi dico di più per non spoilerare.
Qui alcune immagini che mostrano i vari personaggi: oltre a Ganga e Charlie, ci sono Maya, il professor Giugar, Cindy (una amica di Charlie, figlia del Maggiore Bronson), i blasters (tutti identici fra loro a meno del numero identificativo), il nonno di Charlie e i signori Bronson.

Astroganga (Astroganger)
Charlie (Kantaro)
I blaster
Prof. Giugar (Hoshi)
Maya
dott. Moses - il nonno
Cindy (Rie)

Maggior Bronson
(Mr Hayakawa)
Sig. Bronson
(Mrs Hayakawa)

Sottovalutata è la sigla: per lo meno, a me piace molto ed è per questo che l'ho riconosciuta immediatamente quando uno spezzone è stato usato nello spassosissimo film Cornetti alla Crema anche se Lino Banfi si ostina a chiamare Ulrico "Mazinga" anziché "Ganga", stando alla musica.





domenica 30 novembre 2025

Inchinatevi!

Oggi si parla dell’Invincibile Shogun, serie animata di 46 episodi, rientranti nel genere Manga Mitokōmon ossia quelle storie a fumetti più o meno liberamente ispirate a personaggi realmente esistiti. Nello specifico, il personaggio qui protagonista, lo Shogun Mitsukuni Mito, è anche piuttosto fedelmente ispirato alla figura del signore feudale Tokugawa Mitsukuni, una sorta di potente latifondista che viveva nella regione giapponese attorno alla città di Mito, che infatti ricompare nel nome del personaggio principale dell’anime. Una caratterizzazione piuttosto fedele a parte il titolo di shogun che in realtà presuppone un potere dittatoriale che non è prerogativa né del personaggio della serie né del personaggio storico (seppur discendente da uno shogun il che lo rendeva al massimo un vice-shogun), un termine quindi usato più alla ad mentula canis. I punti in comune tra il personaggio storico e quello fictional sono parecchi. In primo luogo, secondo quanto trasmesso dalla tradizione orale dei cantastorie, Tokugawa, esattamente come nel cartone animato, usava circolare nelle suo feudo accompagnato da due fedelissimi servitori: il samurai Suke, dotato spadaccino, e il samurai Kaku, uomo dall’incredibile forza fisica, che nell’anime viene potenziata indossando la fascia della potenza. Lo faceva in incognito, travestito da contadino, così potesse osservare da vicino i comportamenti reali e incondizionati dei suoi subalterni e delegati (quelli che nella nostra società medievale avremmo chiamato vassalli, valvassini e valvassori) nei confronti degli ultimi, punendone abusi e vessazioni. E qui risulta anche evidente un ulteriore punto in comune tra il personaggio storico e il protagonista dell’anime: un temperamento mite e un profondo senso di giustizia, probabilmente anche il frutto di una mente aperta e dedita allo studio e alla ricerca (Tokugawa era anche una sorta di pensatore e mecenate). Il singolare comportamento del feudatario, quello di aggirarsi in incognito, per assicurare che i suoi territori fossero amministrati con rettitudine e equità, contribuì a creare il “mito” (è il caso di dirlo) attorno a questo personaggio storico, tanto da diventare il protagonista, ancora prima che del manga e dell’anime, di uno sceneggiato trasmesso sulla TV giapponese negli anni 50. E non finisce qui. Esiste un anime della casa di produzione Sunrise, credo mai arrivato in Italia, di genere robotico, che ancora si ispira al mito dei Tokugawa, solo che stavolta il feudo si estende su diversi sistemi stellari e il robot Daioja, dal design molto simile ad altri robot della stessa casa di produzione come Daitarn III e Trider G7, è il mezzo con cui il principe Mito, facendo viaggi intergalattici incogniti, assicura una amministrazione improntata alla giustizia in tutto lo spazio. Ritornando al nostro anime, ogni puntata ricalca queste dinamiche presentandosi con il tipico schema: lo shogun con i suoi samurai si imbatte in qualche prepotente che commette abusi su contadini e povera gente; Suke e Kaku affrontano i suoi scagnozzi, battendoli grazie al Taglio a croce della spada di Suke e la forza a mani nude di Kaku, moltiplicata dalla fascia della potenza; alla fine, Suke tira fuori un vessillo di stoffa con il simbolo nobiliare (la malvarosa, proprio il simbolo di Tokugawa) di Mitsukuni Mito e intima a tutti di inchinarsi di fronte a quella leggenda vivente; gli spettatori si chiedono perché non lo abbia tirato fuori prima (risposta: per lo stesso motivo per cui il Daitarn usa l’attacco solare solo dopo innumerevoli danneggiamenti). La serie animata è resa leggera dalla presenza di alcuni coprotagonisti e compagni di viaggio come l’orfano Sutemaru con il suo cane Dembé e Okoto, una ragazza che compare solo nella prima parte della serie. I protagonisti tutti insieme appassionatamente:
Ed ecco una delle due sigle, “Tamashio Chambara”.

 


Una nota a margine: una delle poche cose belle e geniali, in mezzo a tante follie, generate nell'era C0v1d è stato questo Meme.

domenica 23 novembre 2025

Mode meteore e mode horror

 

Quale mese è migliore del lugubre novembre per parlare di horror? No, non è un post sullo Zio Tibia Picture Showè un post su alcune mode che negli anni a cui questo blog fa riferimento esplosero con gran velocità e pervasione (o perversione?) e con la stessa velocità implosero e che, neanche a dirlo, non sono ricordate per buon gusto.

Iniziamo dalla meno orripilante così da guidarvi un crescendo di pacchianeria che si mescolerà alla vostra perplessità per la serie “oh, ma davvero stai a dì?”.

1)      Pupazzetti a pinza da attaccare a vestiti e zaini


Infantile si ma tutto sommato accettabile questo vezzo di attaccare piccoli peluche vhe nascondevano un meccanismo a pinza tra le braccia che permetteva di attaccarli ad abiti, borse, marsupi e zaini scuola. Ce ne erano infinità di varianti e colori tra orsacchiotti, koala, cagnolini, scimmiette, coniglietti. Modelli che rappresentavano animaletti anonimi, con vestitini o con la loro nuda pelliccia, e altri che rappresentavano  celebrità fra gli animaletti come Poochie o Monciccì.

2)      Braccialetti di cordoncino

Quando i mezzi erano pochi  e il "baccalà fuggito" (baccalé fejeut) era principe indiscusso delle nostre tavole - sì eravamo nel boom economico, ma allora c'era un sano sistema di priorità che ci imponeva prima il risparmio per l'acquisto della prima casa, poi il risparmio per gli imprevisti della vita e per la futura vecchiaia e poi tutto il resto - anche per essere alla moda ci si arrangiava come si poteva. Ed ecco che 12 cm di cordoncino colorato, meglio se nei nuovi colori giallo, verde e fucsia fluorescenti -  preso in merceria a 100 lire diventava un braccialetto una volta che le estremità venivano fuse e unite con l'aiuto di un fiammifero. Io ne portavo una decina per ogni braccio.

P.S. una volta ne rubai uno in merceria, primo e ultimo furto della mia esistenza. Ebbi tante di quelle legnate da mia madre che la parola "onestà" mi è restata tatuata su ogni singola cellula.



3)      Mollettoni per i capelli con i fiori

Come se i mollettoni di plastica - gli stessi che oggi fortunatamente si usano solo per separare le ciocche durante la piega - non fossero già abbastanza brutti da sfoggiare, in commercio arrivò un'ondata di mollettoni a buon mercato con grossi fuori attaccati su uno o entrambi i lati. Fiori rigorosamente in tinta: mollettone rosso con garofano rosso, mollettone giallo con margheritone giallo, mollettone rosa con rosa rosa. Immaginatevi l'effetto con i capelli scalati a la Rod Stewart, cotonati a la Cyndi Lauper o raccolti a la Brigitte Bardot.


4)      Ciuccetti di plastica

Da appendere a bracciali, collane, cerniere, erano praticamente ovunque. Ognuno di noi ne indossava svariati, tutti di plastica ma di varie dimensioni, di vari colori, trasparenti o opachi. Le bancarelle ne erano invase, li vedevi su ogni teenager, ragazza o ragazzo che fosse, e talvolta anche su adulti. Si vendevano anche collane che erano pesanti ammassi di ciuccetti variopinti. Una moda che dilagò fulminea e scomparve con la stessa velocità di un tormentone estivo quando iniziano a cadere le foglie. Qua si viaggiava verso i '90.


5)      Frontini imbottiti per capelli 

I frontini per i capelli, oggi in disuso, sono stati accessori per i capelli molto popolari per decenni. Ma ricordo un anno, in particolare, in cui divennero di gran moda, conobbero un nuovo slancio, in particolare quelli di stoffa imbottiti, in varie fantasie e colori. E la vera particolarità era che li indossavano tutti, anche molti uomini dato che allora molti avevano capelli folti, ribelli e medio-lunghi. Un trend fashion che oggi non potrebbe esistere considerando l'alta diffusione di alopecia maschile.


6)      La ciabatta infradito con le bande di spugna arcobaleno

Ciabatta infradito con suola multicolore di gomma schiuma con le bande in spugna di cotone color arcobaleno. Al di là della  pacata sobrietà dei colori, quello che mi colpiva erano i 5 inserti ovali per ogni suola, ognuno di colore e dimensione differente, che rappresentavano le 5 dita sotto le quali si andavano a posizionare. In realtà quello che mi colpiva davvero è che erano estraibili, per cui persone troppo inclini  a toccarsi costantemente i piedi, ci giocherellavano, staccandoli e riattaccandoli, tra una toccata e una grattata


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7)      La ciabatta di plastica a bande incrociate

La detesto ma ce l'ho ancora e la uso solo per entrare nella mia ampia doccia quando devo pulirla, detestando ancora di più l'idea di entrare in doccia con scarpe mentre faccio le pulizie.

Non so se la detesto più per la sua durezza o scomodità  o perché sono rasoterra (ehm ho sempre bisogno di un po' di slancio) o perché l'associo ad un uomo del vicinato, che la indossava, che odiava i bambini che giocavano in strada e più volte ci ha sequestrato il pallone e lo ha tagliato davanti ai nostri occhi addolorati. Il modello è detto Mexican immagino, ma è una mia interpretazione, perché l'incrocio e la trama bucherellata ricorda le ciabatte di fattura precolombiana (le huarache) che venivano realizzate intrecciando il cuoio.



8)      Le spalline oversize

Un altro articolo che detestavo erano le spalline che purtroppo in quegli anni venivano cucite di default sotto la fodera di ogni giacca, ma anche presenti nei cardigan, camicie e persino maglioni.

Per me che avevo già grandi spalle larghe e alte, indossarle significava fare scomparire definitivamente il collo. Se già odiavo visceralmente le spalline a giro, l'odio raggiungeva livelli da Iriza Legan quando si trattava delle ancora più orribili spalline a kimono che sformava la figura di coloro che le indossavano facendoli sembrare, almeno nel mio immaginario fanciullesco, degli alieni.



9)      Il ritorno della scarpa ad occhio di bue

Mentre oggi i bambini indossano scarpe piene di lustrini e brillantini, i bambini nati negli anni '70 conoscevano soltanto un tipo di calzature: le scarpe ad occhio di bue. Nere, austere, pesanti ma di ottima fattura come mi viene ancora rinfacciato: "Da piccola ti compravo la roba buona (...non pensate male!), le scarpe delle Balducci!".

Immaginate la felicità quando l'obbrobrio di quei buchi sorridenti sulla tomaia è ricomparso sulle nostre scarpe di adolescenti e degli adulti. Immaginate questi buchi quando potevano sembrare ridicoli su chi indossava un 45 di scarpe. In più, la scarpa era riapparsa con materiali più leggeri, come il gros-grain, in maniera da poter essere indossata d'estate, senza calzini, con gli spazi tra le dita che si vedevano dai buchi.


10)      Portachiavi di vero visone

Chiudo con l'articolo, a mio parere, più kitsch della panoramica: il portachiavi fatto con la coda o la zampetta vera di visone con tanto di unghiette ancora attaccate. Era il tempo in cui le pellicce vere erano considerate un capo elegante e lussuoso, un status symbol a cui molte massaie ambivano. Le pelliccerie erano business molto proficui e potevano permettersi di sponsorizzare trasmissioni e quiz in TV. Non era infrequente quindi che circolassero gli scarti di lavorazione, come appunto le zampette, che venivano utilizzati per creare "deliziosi" accessori. Per fortuna, almeno su questo, il gusto si è un tantino evoluto.



domenica 16 novembre 2025

Il coniglio dalle orecchie a scacchi

Dopo aver parlato di diversi anime giapponesi, americani e persino australiani, diamo oggi spazio all'animazione ungherese con un cartone animato di cui io ho pochi ricordi ma piuttosto vividi:  sembra che nessun altro delle persone da me interpellate se ne ricordi. Sto parlando di un cartone animato che veniva trasmesso nel primo pomeriggio di domenica su Rai 2, subito dopo il TG e le varie rubriche che si susseguono all'ora di pranzo: il coniglio dalle orecchie a scacchi, prodotto in Ungheria con il titolo A kockásfülu nyúl. Ne ricordo la sigla/principio di ogni puntata come fosse ieri. Questo simpatico coniglietto dalle orecchie lunghissime si svegliava e fuoriusciva da un baule in soffitta, si stiracchiava, usciva sulla terrazza e guardava in giro dal suo cannocchiale finché una qualche scena, ad ogni puntata diversa, catturava la sua attenzione. Ed ecco che si catapultava sulla scena in aiuto di qualche bambino puntualmente in difficoltà volando grazie alle sue orecchie che attorcigliava - come per dare la "carica"- per poi farle girare, srotolandole, neanche fossero pale del rotore di un elicottero. I protagonisti delle storie sono 4 bambini:
- Kriszta, una preadolescente, alta e snella, con i codini corvini che è quella che sviluppa una amicizia più intensa con il coniglio;
- Menyus, un ragazzino dai capelli rossi
- Kistöfim, un bambino molto piccolo dai capelli biondi
- Mozdony, un nerboruto ragazzo prepotente e bullo
Questi nomi li ho dovuti ricercare sui siti ungheresi perché, in realtà, il cartone animato è muto, solo accompagnato da musiche, e quindi non ci sono dialoghi da cui dedurli.
Qui alcune immagini in cui è possibile riconoscere i bambini appena descritti:



Il cartone animato ebbe un enorme successo nazionale e anche una discreta diffusione internazionale (infatti, l'assenza di dialoghi - solo sottotitoli - lo rendeva molto facilmente esportabile);  ciononostante, solo successivamente la sua popolarità ebbe sfogo nel merchandising portando nelle case degli ungheresi la versione a peluche del protagonista della serie, solo una volta che l'austera influenza della ex-URSS si era frantumata. Nella semplicità di questo cartone animato privo di dialoghi e che quindi doveva avere storie molto semplici per essere narrate solo attraverso le immagini, c'era qualcosa di magnetico per me che mi ha fatto sperare per anni - allora non c'era ancora il web - di poterlo rivedere e dare un nome ai mei ricordi di bambina anche piuttosto piccola: sono molto contenta di poter reperire tanto materiale utilizzando il titolo originale. Ho anche scoperto che il coniglio dalle orecchie a scacchi è una delle quindici mini statue di soggetti POP (tra cui Kermit the frog del The Muppet Show, il cubo di Rubik,...) realizzate dall'artista Mihály Kolodko che sono disseminate a Budapest, chicca di cui purtroppo non ero a conoscenza quando nel 2023 ho visitato questa bellissima città.


Ed ecco qui un episodio comprensivo della sigla che, nelle immagini visualizzate nel cannocchiale, introduceva già l'avventura della giornata.